Tra una riforma e l’altra anche il miglior archeologo può smarrire la via

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Si può fare campagna elettorale per il SI o per il NO, argomentare le proprie tesi è giusto. Ma dare informazioni fuorvianti è sempre inopportuno. Finché è Salvini a dire certe cose non importa.

Ma quando lo fanno le autorevoli voci di Libertà e giustizia la cosa cambia parecchio. Quando il manifesto “Vota No”, pubblicato nelle pagine di Libertà e giustizia, afferma perentoriamente (punto 6) che “la riforma è identica a quella di Berlusconi che non volevano” dice una cosa palesemente falsa contribuendo a confondere il dibattito.

Nella riforma Berlusconi il Senato veniva eletto direttamente dal popolo (ma eleggibili erano solo coloro che “hanno ricoperto o ricoprono cariche pubbliche elettive in enti territoriali locali o regionali, all’interno della Regione, o sono stati eletti senatori o deputati nella Regione o risiedono nella Regione alla data di indizione delle elezioni”); le sue competenze legislative si distinguevano da quelle della Camera sulla base delle “materie” dell’art. 117 Cost. (elenco così poco significativo da essere la causa dell’enorme contenzioso Stato-Regione attorno alla rispettiva competenza); c’era l’elezione sostanzialmente diretta del premier che assumeva anche il potere decisivo di far sciogliere le Camere quando più gli piacesse;  comunque le Camere erano sciolte di diritto in caso in cui lui cessasse dal mandato (decisione oggi spettante invece alla valutazione del Presidente della Repubblica). In sostanza la riforma non toccava tanto la struttura bicamerale del Parlamento e neppure la partecipazione delle istituzioni locali alla formazione delle leggi nazionali, ma puntava a rafforzare il Governo e la posizione del premier (che infatti si sarebbe chiamato “Primo ministro”), al quale spettava il potere di nominare e revocare i ministri.

Sono particolari di poco conto? Distinguere è la prima funzione della cultura, e le persone che animano Libertà e giustizia si spendono come persone di cultura. Tali essendo, influenzano altre persone di cultura, sino al punto di far loro compiere passi falsi.

Nella lettera che poco tempo fa Salvatore Settis ha indirizza al Presidente emerito Napolitano, un intellettuale del suo calibro, fidandosi probabilmente di ciò che gli era capitato di leggere in questi appelli, si avventura ad affermare che la riforma attuale “coincide in alcuni punti essenziali con la riforma Berlusconi-Bossi”, dimostrando di non avere, nel comprendere le questioni costituzionali, la stessa finezza che ha dimostrato nella sua professione. Anche tra un busto di Fidia e uno di Canova vi possono essere “punti essenziali” di somiglianza, ma se non si sa cogliere le differenze si rivela un deficit culturale imbarazzante. Colpa delle cattive letture? E’ quanto ha risposto Napolitano con molta finezza: “Sono certo che lei – nella lodevole grande attenzione che ha riservato a queste questioni, pur lontane dal campo di ricerca e di insegnamento in cui ha saputo eccellere – abbia letto attentamente il testo di entrambi quei miei interventi, peraltro facilmente a tutti accessibili”.

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