La “sentenza Madia” e gli equivoci di Renzi

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La sent. 251/2016 della Corte Costituzionale censura la “legge Madia” solo per uno specifico aspetto: ma è una sentenza lunga il cui senso va capito.

 

di Roberto Bin

La legge Madia è una legge di delega che attribuisce al Governo il compito di riorganizzare le amministrazioni pubbliche: tutte le amministrazioni pubbliche, anche quelle regionali e locali. E per guidare il Governo, la legge definisce criteri e principi spesso molto specifici. La delega riguarda la cittadinanza digitale (art. 1), la dirigenza pubblica (art. 11), il lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (art. 17), le partecipazioni azionarie delle amministrazioni pubbliche (art. 18), i servizi pubblici locali di interesse economico generale (art. 19): perciò tocca anche una materia di competenza tipicamente regionale, quella appunto della organizzazione amministrativa della Regione.

Dice la Corte: quando una disciplina, come accade nella gran maggioranza dei casi, non rientra in un’unica materia, ma tocca più materie, alcune statali e altre regionali, se non ce n’è una prevalente sulle altre (di solito a prevalere è la competenza dello Stato: è quello che accade in questa sentenza per la disciplina dell’Agenda digitale italiana, che infatti è solidamente mantenuta in mano dello Stato), l’unica via è quella della collaborazione; lo Stato e le regioni devono raggiungere un’intesa. Siccome invece la legge Madia prevede, non un’intesa, ma solo il parere delle Regioni, in questa parte la legge è illegittima.

Quali sono le conseguenze della sentenza? Non vi è nessun blocco della sua attuazione, né occorre apportarvi modifiche. La legge è immediatamente operativa perché la Corte ha adottato un dispositivo “correttivo”, cioè dispone che le norme prevedano non il “parere” in Conferenza Stato-regioni, ma l'”intesa” da raggiungersi in Conferenza unificata. Le disposizioni sono perciò riscritte dalla stessa Corte.

Cosa cambia? Cambia l’organo coinvolto e l’intensità del coinvolgimento. La Corte osserva che, a causa della «perdurante assenza di una trasformazione delle istituzioni parlamentari e, più in generale, dei procedimenti legislativi» (cita il passo tratto da un suo precedente, la sent. 278/2010, così che non sembri un endorsement a Renzi in vista del referendum), il sistema delle Conferenze è l’unica istituzione in cui si possa attuare il principio di cooperazione tra livelli di governo. Nella Conferenza Stato-regioni il Governo incontra i presidenti delle regioni, alla Conferenza unificata partecipa anche una rappresentanza dei sindaci. Mentre la consultazione della Conferenza significa solo chiederne il parere, non vincolante per il Governo, l’intesa implica un accordo, e quindi il consenso dei rappresentanti delle istituzioni locali.

Sarebbe diverso se fosse già in vigore la riforma costituzionale? Assolutamente no, e qui Renzi prende il primo granchio quando dice che questa sentenza dimostra l’esigenza di cambiare il Titolo V. Perché ad essere violata non è una competenza “concorrente” delle regioni, quelle che la riforma intende abolire: è invece violata una loro competenza tipica, che non cambierebbe affatto con la riforma. Che la Regione disciplini la propria organizzazione amministrativa è comunque fuori discussione. Forse Renzi è stato messo sulla strada sbagliata dal fatto che la Corte parli di “concorrenza” (ma mettendola tra virgolette) nel senso che nella disciplina della materia vi è un “concorso” di competenze statali e regionali: nulla che c’entri con la potestà legislativa concorrente, che è tutt’altra cosa.

Naturalmente se la riforma fosse in vigore e già attuata, avremmo avuto un percorso diverso della legge Madia. Il Senato, che sarebbe formato da rappresentati delle istituzioni locali, avrebbe obiettato subito che la legge Madia aveva aspetti di intollerabile centralismo. Ed è qui che Renzi prende il secondo granchio, quando denunzia la burocrazia, che tiene in ostaggio il Paese.

Di che burocrazia sta parlando? Spero non di quella delle Conferenze, che sono composte da politici eletti dal popolo a guida delle loro rispettive istituzioni democratiche. La burocrazia che tiene in ostaggio il Paese non sono certo loro, ma è quella che lavora nei palazzi del Governo, nei ministeri: una burocrazia tracotante e gelosa delle sue funzioni, non disposta a mollare neppure un grammo del suo potere. Quella burocrazia che scrive le leggi e i decreti, anche quelli di attuazione della “Madia”. Perché Renzi non va a verificare, per esempio, quanto potere sia trattenuto dalle burocrazie ministeriali nella gestione della dirigenza pubblica in base al decreto legislativo che è in corso di adozione da parte del Governo in attuazione proprio della legge “Madia”?

Magari lo faccia prima che il decreto sia già emanato e subito impugnato dalle Regioni davanti alla Corte costituzionale.

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