TRIBUNALI CORAGGIOSI
Sì al cambio di sesso
senza operazione chirurgica

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Il Tribunale civile di Ragusa, nel dicembre scorso, ha accolto la richiesta di un giovane di rettifica anagrafica del sesso, senza doversi preliminarmente sottoporre ad intervento chirurgico per adeguare i propri connotati sessuali da maschili a femminili.Per i giudici, infatti, sul profilo somatico (comunque reversibile) prevale quello psicologico, ormai “stabile e irreversibile,” perché “la fissazione dell’identità di genere femminile da parte del soggetto esaminato” deriva “da una graduale maturazione personale” in base alla quale egli ormai “percepisce chiaramente e stabilmente l’appartenenza al genere femminile”.

Trova così applicazione anche nella giurisprudenza di merito la sentenza n.221 del 2015 della Corte costituzionale che ha riconosciuto il diritto soggettivo alla piena autodeterminazione della propria identità sessuale. Fin dal 1982, con una innovazione storica per quei tempi, il legislatore aveva sancito il diritto di ognuno di poter scegliere il sesso d’appartenenza e rettificare, di conseguenza, i propri estremi anagrafici
“anche in forza di una sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita” (art. 1 l. 164/1982 Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso).

Diritto che, per quanto non espressamente previsto in Costituzione, la Corte costituzionale non aveva esitato a ricomprendere tra quelli inviolabili della persona umana cui fa riferimento l’art. 2 Cost. in nome della tutela dell’identità sessuale del soggetto (C. cost. 561/1987), da identificare in base non al soma (gli organi genitali) ma alla psiche (C. cost. 161/1985). Orientamento condiviso anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (v.sentenza 7.11.2000, Goodwin c. Regno Unito).

Al contrario di altri paesi (ad esempio la Germania) restava però l’obbligo di mutare preliminarmente i propri connotati sessuali. Obbligo al cui superamento si era però già indirizzata sia la Corte di Strasburgo (Corte EDU, 10 marzo 2015, Y.Y. c. Turchia), sia la nostra Corte di cassazione (Iciv. 15138 del 20 luglio 2015) la quale, ai fini del cambiamento di sesso senza necessità di intervento chirurgico, aveva dato rilievo a categorie come l'”autopercezione”, il “ruolo sociale” e il mutamento di “prospettiva socio-culturale”.
Recependo questo mutato indirizzo giurisprudenziale, la Corte costituzionale, con sentenza del 21 ottobre 2015, ha definitivamente rimosso tale obbligo, ritenendo il trattamento chirurgico solo “uno strumento eventuale, di ausilio al fine di garantire, attraverso una tendenziale corrispondenza dei tratti somatici con quelli del sesso di appartenenza, il conseguimento di un pieno benessere psichico e fisico della persona”.

La sentenza del Tribunale di Ragusa quindi s’inserisce appieno in tale mutato contesto e va quindi per questo motivo segnalata come convinta adesione dei giudici di merito a tale indirizzo giurisprudenziale.

Nello stesso tempo, però, essa segnala il problema della necessità comunque, per quanti vogliono cambiare sesso senza ricorrere all’operazione chirurgica, di doversi comunque rivolgere al giudice, sopportandone le conseguenze, in termini sia di costi (non da tutti sostenibili) che di tempi (prolungando così la sofferenza psicologica sottesa a tale stato).

Sarebbe quindi opportuno che il legislatore – un tempo avanguardia ed ora in cronico ritardo rispetto all’evoluzione dei tempi e della giurisprudenza – intervenisse al più presto per dare riconoscimento legislativo a tale mutata giurisprudenza, per evitare che chi voglia cambiare sesso, anche se non dal chirurgo, debba andare dal giudice!

 

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