Che cosa dice (e non dice) il Tribunale
di Roma su contratto ed elezione
del sindaco Virginia Raggi

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Dalle notizie date dalla stampa non risulta molto chiaro che cosa l’ordinanza emessa dal Tribunale di Roma effettivamente affermi. Anzitutto qual era la domanda?

Un cittadino ha fatto ricorso contro l’elezione del sindaco sostenendo che la Raggi non sarebbe stata eleggibile a causa del “contratto” sottoscritto con il M5S, e chiedendone quindi la decadenza. E poi ha chiesto che questo “contratto” (che è il codice di comportamento sottoscritto da Raggi, dall’associazione 5S, da Grillo e Casaleggio jr.) fosse dichiarato nullo.

Risponde il Tribunale:

  • Il ricorrente, in quanto cittadino elettore, era abilitato a promuovere l’azione popolare che l’art. 70 del testo unico per gli enti locali prevede come rimedio particolare per far valere le cause di ineleggibilità o incompatibilità degli eletti negli organi comunali e chiedere di conseguenza la decadenza dell’eletto.
  • le cause di ineleggibilità ( 60 TUEL) sono tipiche e sono elencate nella legge. Come la Corte costituzionale ha sempre ribadito, esse vanno interpretate in senso restrittivo, essendo deroghe al diritto fondamentale di candidarsi ed essere eletti. L’aver sottoscritto il “codice” non rientra nelle ipotesi di ineleggibilità previste dalla legge. Quindi la domanda di decadenza di Raggi viene respinta.
  • Nell’ambito dell’azione popolare per far valere l’ineleggibilità del Sindaco non possono farsi valere eventuali cause di nullità del “contratto” sottoscritto da Raggi. Questo dovrebbe essere oggetto di un normale giudizio civile (l’azione popolare è invece uno strumento del tutto particolare, impiegabile solo per l’ipotesi di cause di decadenza degli eletti dalla carica): rispetto a questo giudizio civile il ricorrente, cittadino elettore, non ha alcuna legittimazione ad agire, essendo estraneo al “contratto”. Per cui la sua domanda è inammissibile.

Come si può vedere, nulla dice il giudice a proposito del “contratto” sottoscritto da Raggi al momento della candidatura. Si limita a non ammettere la questione sollevata nel ricorso e, nel contempo, a respingere anche, perché formulata tardivamente, la richiesta di Raggi di far dichiarare diffamatorio quanto il ricorrente afferma nel suo ricorso a proposito di una pretesa violazione del divieto di associazione segreta, con relativa richiesta di risarcimento del danno. In compenso il ricorrente viene condannato alle spese processuali. La causa in effetti era avventata dal punto di vista giuridico, tutta proiettata sul piano mediatico. E aver fatto perdere del tempo al giudice costa al ricorrente più di 13.000 euro per coprire le sole spese legali sostenute dalle controparti!

Quanto al “contratto” imposto ai candidati del M5S, che esso non vada preso sul serio (dal punto di vista giuridico, s’intende) l’ho già argomentato in uno articolo precedente.

2 commenti su “Che cosa dice (e non dice) il Tribunale
di Roma su contratto ed elezione
del sindaco Virginia Raggi

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