Dallo squilibrio demografico e migratorio
allo squilibrio politico-culturale

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di Andrea Guazzarotti*

Pochi giorni fa l’Istat ha lanciato segnali allarmanti circa l’andamento demografico italiano, rilevando anche il dato preoccupante dell’emigrazione (dai 40 mila italiani all’estero del 2010 siamo saliti a 115 mila, il 12,6% in più rispetto al 2015). Quel che più preoccupa, è che si tratta in maggioranza di giovani. L’afflusso degli immigrati, d’altra parte, è lievemente aumentato (lo 0,05 %), per un totale di 5 milioni e 29 mila residenti (8,3% della popolazione).

Con il consueto bon ton, Vittorio Feltri ha concentrato il problema nello slogan xenofobo “Italiani via, dentro i neri”. Sarebbe però da chiedergli se per caso non vi sia un qualche nesso tra fuga dei giovani dall’Italia e i tagli selvaggi all’università e alla ricerca inaugurati nel 2008 da un governo da lui e dal “suo” giornale fiancheggiatore. I tagli della spesa pubblica per la formazione universitaria, la ricerca e l’istruzione, in genere, costituiscono un dato in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei, i quali hanno continuato a investire nel c.d. ‘pacchetto conoscenza’ anche durante la crisi.

Ma la sciagurataggine di tale scelta politica (non invertita neppure dai governi successivi) può spiegarsi proprio con lo squilibrio demografico che si sta creando in Italia, spostando il peso delle preferenze elettorali e, di conseguenza, di spesa pubblica verso gli interessi di una maggioranza di cittadini sempre più anziani (tanto più che, tradizionalmente, il tasso di astensione dal voto è massimo tra i giovani). Secondo l’efficace sintesi di Carlo Carboni, lo squilibrio demografico «ha profondamente modificato il raggio della coalizione degli insider che condiziona spesa e decisione nel Paese, oggi a larga maggioranza con oltre 50 anni».

Si tratta di uno squilibrio con cui può leggersi lo stesso fenomeno della “strana non morte dell’euro” (prendendo a prestito un titolo di Colin Crouch (http://www.polity.co.uk/book.asp?ref=9780745651200 ), posto che le politiche di austerity patrocinate per garantire la salvezza dell’euro hanno colpito e colpiscono di più i giovani rispetto alle altre fasce della popolazione. Del resto, il risparmio è nelle mani di pensionati e lavoratori adulti, i quali più avrebbero da perdere in caso di ridenominazione dell’euro in una moneta nazionale debole e destinata a rapida svalutazione. L’austerity per salvare l’euro, in altre parole, sta avendo effetti redistributivi nel latente conflitto tra pensionati e giovani (principali vittime dei tagli alla spesa pubblica, della riduzione dei salari e dell’aumento della disoccupazione), tanto che, per la prima volta, i giovani hanno cominciato a diventare più antieuropeisti degli anziani (http://www.oxfordscholarship.com/view/10.1093/acprof:oso/9780198724483.001.0001/acprof-9780198724483-chapter-10).

I giovani, però, sono anche quelli che più hanno subito il fascino dell’idea per cui, dinanzi alle vischiosità della politica nazionale che rendono assai debole la voice, la migliore strategia di protesta sia quella dell’exit. La cittadinanza europea e la libera circolazione delle persone offre esattamente questo al cittadino cosmopolita, anche quello obtorto collo cosmopolita (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1468-0386.2012.00625.x/abstract).

La Brexit segnala, però, l’esistenza di un limite politico all’apertura imposta agli Stati membri dalle regole dell’Unione europea sulla libera circolazione: i cittadini britannici hanno ceduto al fascino della semplificazione per cui la causa dei loro mali sta nel “turismo del welfare” intraeuropeo, esasperato dalla crisi economica e da quella dei rifugiati. Un capro espiatorio in grado di far dimenticare l’attivo perseguimento di politiche di de-industrializzazione da parte dei governi britannici negli ultimi trent’anni, i quali hanno preferito puntare sull’iper-finanziarizzazione dell’economia nazionale, a costo di far lievitare la disoccupazione (https://static1.squarespace.com/static/56330ad3e4b0733dcc0c8495/t/5776e3fe6a49632d6e6e2007/1467409407368/04+PDF_Vol_17_Brexit+_Deakin.pdf).

Occorre ricordare che la mobilità intraeuropea è raddoppiata con la crisi, contribuendo, almeno in teoria, ad alleviare quest’ultima, se è vero che la mobilità del lavoro è uno degli elementi cruciali per il buon funzionamento di un’area monetaria, in grado di permettere l’assorbimento degli shock asimmetrici meglio di qualsiasi politica monetaria (http://voxeu.org/article/european-mobility-assistance-scheme).

Vero è che il Regno Unito non ha mai deciso di entrare nell’area monetaria europea, per cui è difficile chiedergli di sopportarne i costi (ammortizzare gli shock asimmetrici accogliendo i disoccupati che emigrano dai Paesi in crisi dell’eurozona). Ma il problema dell’ostilità verso l’aumento dei migranti intraeuropei si è posto anche in Germania, ossia nel Paese che più ha beneficiato e sta beneficiando dalla moneta unica. L’assenza di un livello di governo politico capace di solidarietà, ossia di compensare gli squilibri tra le economie nazionali compresse sotto i vincoli di un’unione monetaria, rende il modellino teorico delle aree monetarie ottimali poco appetibile alle opinioni pubbliche, specie a quelle dei Paesi ‘creditori’ (Germania in testa), che si vedono bersaglio di un flusso costante di migranti economici provenienti da aree strutturalmente e non temporaneamente in crisi. Non senza perversione, del resto, è proprio l’austerity perseguita dai Paesi “creditori” a rendere strutturale lo squilibrio dei Paesi ‘debitori’, chiamati a nuotare controcorrente. Simmetricamente, i Paesi di emigrazione si privano di un”capitale umano” (giovani istruiti) che difficilmente potrà essere rimpiazzato e la cui assenza, anzi, contribuirà al declino del Paese.

L’amara conclusione è che, senza una vera capacità europea di investire nelle aree meno efficienti dell’Unione e di rilanciare, così, tanto la produttività che la domanda interna in quelle aree, sarà difficile che la mobilità del lavoro potrà salvarci dagli squilibri, anzi!

* Professore associato di Diritto costituzionale, Università di Ferrara

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