I profughi ungheresi
e la memoria di Orban

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di Antonio Ramenghi

 

La storia maestra di vita? Si, forse. O solo per chi ne ha memoria? Quella che evidentemente manca al premier  Viktor Orban e al Parlamento ungherese. Hanno appena varato una legge che prevede la detenzione per i profughi in arrivo sul suolo magiaro. Saranno raccolti in campi allestiti lungo i confini con Serbia e Croazia, rinchiusi in container, sino alla definizione della posizione di ciascuno. 
Qualcuno dovrebbe ricordare ad Orban come furono accolti in Europa e in molti paesi dell’occidente i profughi ungheresi in fuga dai carri armati russi che nel novembre del 1956 invasero la sua bella Ungheria. Come questi profughi furono accolti numerosissimi anche in Italia, tanti persino nella Bologna rossa, nella città allora capitale del comunismo europeo, simbolo di quel Pci che pure aveva votato nella direzione del partito il sostegno all’invasione sovietica (con la conseguente fuoriuscita dal partito di chi si era opposto).
Ricordo che non solo le strutture pubbliche ma anche molti privati cittadini aprirono le loro case dando ospitalità a quei profughi che parlavano una lingua incomprensibile. Alloggio, vitto, vestiti, spesso anche un lavoro, e molti dividendo generosamente quel poco che allora si aveva.
Molti di questi profughi ungheresi partirono poi di qui  per raggiungere altre destinazioni, Stati Uniti, Israele, Sud America, ecc. Altri, passato il momento tragico della rivolta e della repressione fecero ritorno in patria. Tanti sono rimasti, si sono integrati, hanno realizzato qua la loro vita.
Tutto questo non viene alla mente di Orban e di quella maggioranza che governa oggi l’Ungheria (il provvedimento è stato votato  da 138 parlamentari, con soli sei voti contrari e 22 astenuti!). “Siano sotto assedio, stanno arrivando milioni di migranti”, annuncia l’allarmato e allarmante Orban, nonostante l’Helsinki Commitee dichiari che oggi sono meno di 500 i richiedenti asilo in Ungheria e una ventina al giorno quelli ammessi. Intanto l’Ong magiara Migszol e Medici senza frontiere denunciano aggressioni ai migranti con bastoni e cani da parte della polizia ungherese.

Purtroppo è una storia che si ripete: già tre anni fa un provvedimento analogo a quello di oggi fu ritirato dal governo ungherese grazie alle pressioni di Unione Europea e Onu. È auspicabile che anche oggi le pressioni internazionali inducano Orban a rivedere le sue decisioni: Ma il clima sul problema drammatico dell’emergenza profughi e migranti in molti paesi è cambiato. Sospinto dal nuovo vento in arrivo anche dall’America di Donald Trump. Nazionalismi e populismi sembrano prevalere e la denuncia fatta dalle varie organizzazioni umanitarie trova sempre meno ascolto nei governi (specie quelli europei prossimi ad elezioni politiche) e, soprattutto, nei cittadini. Ci aspettano giorni brutti e cattivi.

 

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