Il cantiere degli Statuti speciali

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di Fulvio Cortese

A Trento e a Bolzano due organismi voluti dai consigli provinciali – una Consulta e una Convenzione, diversamente composti e diversamente operanti – stanno lavorando a una proposta di revisione dello Statuto speciale del Trentino – Alto Adige/Südtirol. Il secondo, in verità, ha già ultimato le proprie attività, con un esito che ha fatto discutere, se non altro perché la Convenzione non ha prodotto un documento unitario, ma ha lasciato voce ad una serie di relazioni di minoranza in tutto o in parte divergenti.

L’iniziativa era stata sollecitata dalla riforma costituzionale bloccata dal voto referendario del 4 dicembre 2016. In quel contesto (art. 39, comma 13) si prevedeva che la riforma non si applicasse alle autonomie speciali “fino alla revisione dei rispettivi statuti”, cui mettere mano “sulla base di intese” tra lo Stato e le autonome stesse. Il cambiamento degli statuti, dunque, costituiva un orizzonte potenzialmente prossimo.  Ed è in questa direzione che i consigli provinciali di Trento e di Bolzano si erano coerentemente mossi.

Venuto meno quell’orizzonte, però, ci si potrebbe chiedere perché perseverare nel cambiamento. L’utilità di una simile iniziativa è presto detta. Anzi, sussistono almeno quattro motivi per prendere sul serio i lavori in corso.

Il primo motivo può apparire quasi formalistico, ma non è irrilevante. La bocciatura referendaria lascia in vita, nei rapporti tra Stato e autonomie, la disciplina tuttora vigente, introdotta nel 2001: un articolo della legge costituzionale allora approvata per la riforma del Titolo V della Parte seconda della Costituzione (art. 10, l. cost. n. 3/2001) preconizza testualmente un “adeguamento” degli statuti delle autonomie speciali alle linee portanti di quella medesima riforma; sicché nei confronti della trasformazione vi è un dovere, ed esso non è venuto meno.

Il secondo motivo sviluppa quest’ultimo punto. Più che di un dovere dovremmo discutere di una seria opportunità. Dal 2001 in poi, in mancanza dell’atteso “adeguamento”, la relazione tra Stato e autonomie speciali non si è rivelata sempre così favorevole per le seconde. La lettura di quella relazione, avallata anche dalla Corte costituzionale, si è di fatto sviluppata nella logica del riparto di competenze che avrebbe dovuto riguardare le sole Regioni ordinarie. E a complicare il tutto la sopraggiunta “crisi economica” ha ulteriormente sollecitato interpretazioni centralistiche, capaci, in più casi, di mettere in dubbio la tenuta reale del principio negoziale che lo Stato e le autonomie speciali (e soprattutto le Province autonome di Trento e di Bolzano) si erano concordemente poste come stella polare nella delicata e vitale materia finanziaria. Il previsto “adeguamento” degli statuti può essere il modo ideale per superare con la forza del diritto queste evoluzioni, e per farlo in un modo più stabile e certo.

Il terzo motivo ha a che fare con la forza del diritto, vista da vicino. Lo Statuto speciale esprime norme giuridiche, principi e regole che vanno rispettati da tutti, che entrano a far parte, cioè, del riferimento repubblicano che obbliga non solo lo Stato, ma anche l’intera comunità italiana. È lo spazio del diritto, con la forza particolare della legge costituzionale, a integrare il migliore baluardo di specificità storiche e territoriali che, da sole, non possono mai dirsi così evidenti; soprattutto in un discorso pubblico che, sul piano nazionale, guarda a tale riaffermazione come a un tentativo di rinverdire privilegi ipoteticamente non più sostenibili o non più attuali. Certo, con riguardo allo Statuto speciale del Trentino – Alto Adige/Südtirol si ricorda spesso che esso ha anche un fondamento internazionale (il famoso “accordo De Gasperi-Gruber” del 5 settembre 1946), precedente l’entrata in vigore della Costituzione. Ma ciò dimostra, per l’appunto, quanto la forza del diritto sia decisiva, tanto che è anche in ragione di quel fondamento che la stessa Costituzione ha posto tra i propri principi cardine la tutela delle minoranze linguistiche (art. 6).

Il quarto motivo non è altro che un’articolazione successiva della prospettiva del privilegio. La quale, a parere di chi scrive, non è soltanto il frutto di una scarsa conoscenza da parte di di chi vive al di fuori dei confini delle autonomie speciali. Questo approccio è il risultato di un modo distorto di guardare, più in generale, all’autonomia e al suo significato costituzionale. Da tempo, paradossalmente anche sulla spinta della riforma del 2001, le diverse autonomie, anziché dimostrare la loro importanza per lo sviluppo e l’arricchimento stesso del “centro” e dei suoi “metodi” (come parrebbe suggerire l’art. 5 Cost.), cercano l’occasione per proporsi come “piccole patrie”, nutrendo l’ambizione ad avere le competenze – e così i privilegi, per l’appunto – di chi, nella specialità, si rappresenta già da tempo come “piccola patria” per eccellenza. Da questo fenomeno non possono dirsi esenti neanche le prossime consultazioni referendarie regionali del 22 ottobre 2017, indette da Veneto e Lombardia per ricevere una forte legittimazione politica nella richiesta di maggiore autonomia, esercitabile in base a quanto previsto dall’art. 116 Cost. In tale quadro, la riforma dello Statuto diventa l’operazione per dare un massimo esempio di che cosa sia, in realtà, l’autonomia: non un luogo in cui chiudersi e proteggersi, ampliando le proprie prerogative in funzione di un’identità antagonistica, ma un laboratorio in cui sperimentare e comunicare, anche all’esterno, un modello di responsabilità e di risultato, che si giustifica per capacità amministrativa. Cambiare lo Statuto, in definitiva, significa rilanciare l‘autonomia tout court, diventare il faro propositivo per ogni autonomia e per tutta la Repubblica.

Quanto sia importante quest’ultima osservazione è dimostrato dalle persistenti criticità dell’operazione condotta dai consigli provinciali di Trento e Bolzano, che paiono ancora lontani da una simile prospettiva.

Come si è detto, essi hanno dato vita a due distinti percorsi di riflessione, che finora hanno corso su binari paralleli, senza mai incontrarsi. Lo Statuto è uno, ma le due Province, cresciute da tempo al di fuori della cornice regionale, si percepiscono e si vogliono, in quella cornice, solo come alleate, non come parti di una medesima articolazione territoriale, sia pur speciale. Sapranno trovare, quindi, una complessiva e comune rielaborazione?

Nel caso di Bolzano, poi, il risultato dell’attività di riflessione sulla possibile riforma statutaria è stato fortemente condizionato dall’aspra contesa tra due visioni opposte, delle quali una, quella veicolata anche dalla maggioranza politica del governo locale, pare abbracciare una logica di esplicita riaffermazione identitaria: un fatto, di per sé considerato, per nulla sconveniente o sorprendente, se non fosse per la circostanza che esso non sembra bilanciato dalla proposizione di una aperta adesione alla più generale realizzazione autonomista della Repubblica, dell’ordinamento costituzionale, cioè, che si è impegnato a riconoscere e a tutelare quell’identità come uno dei pilastri fondamentali del proprio pluralismo. Il rischio è – come è stato bene annotato – che si abbracci una posizione tanto significativa e simbolica sul piano valoriale, quello collettivo della maggioranza della popolazione locale, quanto debole e perdente sul piano pratico, quello dei futuri negoziati con lo Stato. E ciò significa, in definitiva, che l’autonomia speciale, se vuol farsi più speciale di quanto lo sia stata, deve comunque rinunciare all’idea di una completa autosufficienza.

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