Per fortuna che la Turchia non è nell’Unione europea!

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di Roberto Bin

Sono passati 54 anni e l’Unione europea ancora cincischia con noi”, ha detto domenica Erdogan nel comizio oceanico a Ankara, festeggiando il compleanno del colpo di stato. Per noi è proprio una fortuna che sia andata così, cioè che la Turchia non sia entrata nell’Unione europea.

Infatti, se la Turchia fosse parte dell’Unione europea, oggi tutti noi potremmo subire le conseguenze delle sentenze emanate dai giudici turchi. Questo è un principio del diritto europeo: le sentenze di condanna in sede civile, per esempio per aver recato offesa alla Turchia e al suo leader, e le sentenze di condanna penale dovrebbero essere eseguite dagli Stati dell’Unione europea e dai loro giudici. Erdogan ha promosso, per esempio, una causa civile in Germania per ottenere un risarcimento di 250.000 euro per le offese arrecate da uno spettacolo satirico, ottenendo soddisfazione solo parziale; per cui ora ha impugnato la sentenza in appello, chiedendo la censura totale dello spettacolo. Possiamo ben immaginare quale sarebbe la situazione se lui avesse potuto agire davanti ai “suoi” giudici e poi far valere le loro decisioni negli altri stati dell’Unione europea!

Però – si dirà – se la Turchia fosse membro dell’UE vi sarebbe un forte controllo sul modo in cui vengono condizionati i giudici negli Stati membri, essendo il principio del rule of law un principio fondamentale dell’ordinamento europeo e la indipendenza dei giudici il perno dello Stato di diritto. Purtroppo non è così. Non mi sembra che l’Unione europea stia prendendo misure adeguate – per esempio – contro la Polonia, uno dei Paesi del bordo orientale dell’UE dove la brezza del fascismo si sta facendo avvertire. In Polonia, se passa la proposta di legge dell’ex presidente Kaczyński e del suo partito, che detiene la maggioranza in parlamento, gli attuali giudici costituzionali potranno restare al loro posto solo se la loro permanenza in carica sarà approvata dal governo e dalla procura generale. In effetti la Corte costituzionale resiste ai tentativi della maggioranza di destra di imporle un rigido controllo, dando luogo ad un vero e proprio scontro istituzionale.

Nel marzo 2016 la Corte Costituzionale polacca aveva bocciato la riforma della legge che la disciplina, tesa a mettere sotto controllo l’attività della Corte stessa e a cancellare le nomine dei giudici fatte dal precedente governo moderato. Il governo ha fatto però sapere che non riconoscerà la sentenza della Corte e che non procederà alla necessaria pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. «La decisione della Corte non ha alcun fondamento giuridico. Se accettiamo una decisione come questa allora dobbiamo stracciare la Costituzione», ha dichiarato il ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro, spiegando che spetta al Parlamento definire per legge gli ambiti di attività e i modi di operare della Corte. Del resto è già in vigore la legge che pone l’organo di garanzia dell’indipendenza dei giudici ordinari sotto il controllo della maggioranza parlamentare. Però le sentenze polacche fanno parte integrante del sistema di cooperazione giudiziaria esistente in Europa, sia in sede civile che in sede penale.

Da tempo Frans Timmermans, il Commissario europeo per lo stato di diritto e i diritti fondamentali, sta manifestando la preoccupazione della UE alle autorità polacche. Ma non mi sembra che abbia ottenuto molto: ha dichiarato che è meglio procedere con il dialogo politico, piuttosto che compiere passi formali. Per tutta risposta Timmermans è stato oggetto di attacchi da parte del ministro degli Esteri polacco Witold Waszczykowski, che lo accusa di svolgere una “crociata personale” contro la Polonia, contestando – al solito – il diritto di burocrati non eletti di controllare e rivolgere ordini ad uno Stato membro. La Commissione è stata costretta a prendere le difese di Timmermans. È servito? Jaroslaw Kaczynski ha dichiarato pochi giorni fa che la Polonia ha il diritto morale di chiedere i danni economici che sono conseguiti al suo ingresso nell’Unione Europea. Una dichiarazione che fa ben sperare!

2 commenti su “Per fortuna che la Turchia non è nell’Unione europea!

  1. L’Europa è già troppo grande e disomogenea così. Con tutta la mia simpatia per molti turchi (non tutti) penso che jna cultura così diversa distriggerebbe quel minimo di efficacia e coerenza che l’Europa riesce a mantenere.

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