Saviano e la legge elettorale

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di Roberto Bin

I commenti di Roberto Saviano sulla politica italiana mi piacciono quasi sempre. Ma anche a lui capita di fare qualche scivolone. E uno scivolone lo ha fatto a proposito della legge elettorale approvata con il voto di fiducia.

Perché uno scivolone? Saviano ha perfettamente ragione a ricordare (La fiducia sul Rosatellum-bis è un agguato alla democrazia, in Il fatto quotidiano, 13 ottobre 2017, p. 5) che la Commissione di Venezia del Consiglio europeo ha indicato, tra le condizioni che rendono applicabili i principi fondamentali in materia elettorale (Code of good practice in electoral matters, approvato nel 2002), l’esigenza che “gli elementi fondamentali della legge elettorale, in particolare il sistema elettorale vero e proprio, la composizione delle commissioni elettorali e la delimitazione delle circoscrizioni, non siano sottoposte a modifiche a meno di un anno dalle elezioni” e che magari siano scritte “in costituzione o a un livello più elevato della legge ordinaria”.

Questo è stato uno dei motivi della vasta opposizione nei confronti del c.d. Porcellum, approvato a colpi di maggioranza da parte del centro-destra alla fine del 2005, pochi mesi prima delle elezioni (si possono leggere i commenti di M. Croce e P.L. Petrillo): molti di noi sottoscrissero inutili appelli al Presidente Ciampi perché non promulgasse quella legge; se fossimo stati ascoltati, come purtroppo non fummo, la storia d’Italia sarebbe stata parecchio diversa.

Paragonare le vicende dell’approvazione del Porcellum a quanto avviene in questi giorni con l’approvazione della riforma elettorale è però un argomento sbagliato e capzioso. Nel 2005 esisteva (ormai da 12 anni) una legge elettorale regolarmente approvata dal Parlamento italiano e, per di più, suffragata da un referendum popolare che ne aveva preparato le basi esprimendosi con una maggioranza schiacciante (82,7 %) a favore del superamento del sistema proporzionale. Cambiarla radicalmente, e per di più in senso opposto a quello indicato dagli elettori, incarna alla perfezione il genere di abusi che le linee guida della Commissione di Venezia mettono all’indice – quel genere di abusi che Saviano attribuisce a Erdogan e Putin.

E oggi? Oggi la situazione è radicalmente diversa. Il fatto che non può essere trascurato è che attualmente non è in vigore una disciplina elettorale frutto di una deliberazione parlamentare, contenuta cioè in una legge formale. Quella che è attualmente in vigore è una disciplina prodotta da due diverse sentenze della Corte costituzionale, che hanno abbondantemente sforbiciato due diverse leggi, ognuna applicabile ad una sola Camera (il Porcellum, riscritto dalla sent. 1/2014 per il Senato; l’Italicum, riscritto dalla sent. 35/2017 per la Camera). Vogliamo essere l’unico paese al mondo che va alle elezioni, non solo con discipline completamente diverse per le due Camere, ma con discipline scritte dai giudici e non dal Parlamento? Sarebbe questo il modo consigliabile di rispettare il ruolo e le prerogative del Parlamento, che poi sarebbero il ruolo e le prerogative di noi elettori? Oltretutto, la seconda sentenza della Corte costituzionale, è stata pubblicata il 9 febbraio 2017, quindi forse non rispetta neppure essa il termine consigliato dal Consiglio d’Europa…

Non ho intenzione di difendere il Rosatellum nel merito, ma sono piuttosto irritato dalla mobilitazione di coloro che impiegano titoli accademici e argomenti “tecnici” per svolgere una normale battaglia politica. I sistemi elettorali sono tutti imperfetti e “brutti” (e, oltretutto, modestamente interessanti, se non si accompagnano ad una legislazione che incida in profondità sull’organizzazione dei partiti, sul loro finanziamento, sul ruolo che assumono in parlamento ecc.): riformarli è però difficilissimo perché qualsiasi modifica promette di giocare a favore di alcuni e a detrimento di altri. È proprio per questo che il Consiglio d’Europa vede molto male i cambiamenti dell’ultimo minuto, che inevitabilmente danneggeranno qualche formazione politica. Ed è per questo che tutti auspicherebbero che la modifica della legge elettorale avvenisse con un ampio consenso parlamentare. Ma il consenso dovrebbe abbracciare i partiti di tutti gli schieramenti, mentre nel dibattito italiano che il PD giunga a un compromesso con Forza Italia e la Lega è considerato uno scandalo. D’altra parte il M5S non vuole “compromettersi” con altri partiti, geloso della sua “purezza”; ed altri partiti minori vorrebbero mantenere un sistema elettorale proporzionale che li lascerebbe in vita con percentuali minime, ma con una leadership di peso il cui interesse è restare in Parlamento e mantenere vivace il fuoco del ricatto nei confronti della maggioranza che forse un giorno riuscirà a coagularsi ed esprimere un governo. Tutte le posizioni sono legittime, purché sia chiaro che sono posizioni politiche che non hanno alcuna veste di costituzionalità da indossare. Ad alcuni fa comodo andare alle elezioni con la disciplina rabberciata attualmente applicabile, ma per favore non dite che modificarla sarebbe incostituzionale. Perché è semplicemente falso.

C’è poi la questione del voto di fiducia, che è additato come uno scandalo se imposto nella discussione della legge elettorale. È vero, l’abuso del voto di fiducia in Italia è un’offesa alla dignità del parlamento, ma non lo è soltanto se viene posto sulla legge elettorale. È uno scandalo che mina gravemente la “sovranità” delle camere, ma che ormai è diventato prassi comune, a cui si ricorre ogni qualvolta siano in discussioni la manovra finanziaria e il bilancio (almeno dal 1996), la conversione dei decreti-legge, le leggi politicamente più delicate. Capisco, la legge elettorale è una disciplina particolarmente delicata perché tocca in corpore vivo la politica (mentre la legge finanziaria tocca invece soltanto tasse, servizi sociali, pensioni e altre “cosette” che riguardano tutti noi…): ma, come ha spiegato la presidente Boldrini (Perché non potevo negare il voto di fiducia, in Il Manifesto, 13 ottobre 2017), non vi sono ragioni tecniche che possano opporsi ad una procedura che è ormai diventata una prassi inarginabile.

Approvare nuove norme elettorali tramite il voto di fiducia è orribile, ma andare alle elezioni con gli sbrindelli di regolamentazione sforbiciati dalla Corte costituzionale non è certo meglio. La differenza dipende dai gusti, cioè da considerazioni di convenienza politica. E allora ci si tolga la veste sofferente del tecnico (o di predicatore) corrucciato e si parli apertamente di politica. Perché le sentenze della Corte costituzionale non sono un evento naturale e le regole elettorali che ne risultano non sono affatto intangibili, se è stata la stessa Corte a sollecitare un intervento del legislatore a porre rimedio alla situazione che si è creata.

Un parlamento che volesse godere di rispetto come “corpo politico” – oltre al doveroso rispetto che merita l’istituzione – avrebbe provato a discutere seriamente e lealmente delle nuove regole elettorali; ma questo è un parlamento ormai ridotto alla curva di un qualsiasi stadio di calcio, che si manifesta di continuo incapace di meritare la stima degli italiani. Perché l’istituzione sia salvata dal discredito che ogni giorno suscitano i rappresentanti politici che la occupano (ricordiamolo, grazie al Porcellum) è bene che si vada al voto con regole non prodotte dal caso.

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