Prossime elezioni: l’emendamento tagliafirme è un regalo scomodo

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di Gabriele Maestri

Queste feste di Natale per i partiti non saranno proprio di riposo: le elezioni previste a marzo stanno impegnando già da settimane dirigenti, quadri e militanti in una campagna elettorale che solo ufficialmente – non essendo ancora state sciolte le Camere e fissata la data del voto – non è ancora iniziata.
Nonostante siano costretti a mangiare il panettone (o qualunque altro dolce suggerito dai gusti e dall’appartenenza territoriale) tra un comizio e un incontro esplorativo, alcuni partiti il regalo di Natale l’hanno appena ricevuto e si apprestano a scartarlo, se non l’hanno già fatto: l’approvazione della legge di bilancio ha portato con sé anche il dimezzamento delle sottoscrizioni da raccogliere per presentare le liste alle prossime elezioni politiche.
In effetti, per la nuova legge elettorale sfornata dalle Camere alla fine di ottobre ogni lista, per presentare candidature in un collegio plurinominale, dovrebbe far sottoscrivere la lista da almeno 1500 elettori (e al massimo 2000) dello stesso collegio, sapendo che le liste, all’interno di una circoscrizione (regionale o subregionale), sono valide solo se il partito o il gruppo politico riesce a coprire almeno i due terzi dei collegi plurinominali previsti. Il Parlamento ha però deciso che, per le prossime elezioni, il numero di firme necessarie sarebbe stato dimezzato: essendo terminato l’iter a poca distanza dalle elezioni, si è accomunato il primo appuntamento elettorale all’ipotesi – già prevista – delle Camere sciolte in anticipo di almeno 120 giorni rispetto alla scadenza naturale. Sarebbero servite dunque da 750 a 1000 firme: un piccolo regalo anticipato, ma comprensibile, come l’estensione agli avvocati cassazionisti della facoltà di autenticare le firme con riguardo alla circoscrizione del foro cui appartengono (un dono non da poco, se si considera il numero di scandali sulle sottoscrizioni e autenticazioni false scoppiati negli ultimi anni).

Nelle scorse settimane, però, in molti hanno chiesto a gran voce di abbassare ancora l’asticella, dimezzando ulteriormente le firme: ha fatto notizia soprattutto il caso di +Europa – la lista di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova – ma non era certo l’unica formazione ad avere bisogno di aiuto. Alla base della richiesta c’erano problemi concreti, a partire dal fatto che le circoscrizioni dei collegi plurinominali sono state rese note poco tempo fa; si è però anche lamentato come il sistema vigente di raccolta firme, più che un’asticella, fosse ormai uno «sbarramento all’ingresso» (parole di Riccardo Magi, segretario di Radicali italiani) e, come tale, irragionevole. Un’affermazione che si comprende solo se si considera che, in realtà, gli stessi partiti autori del regalo di Natale si erano fatti un dono ben più grande, esclusivo e, soprattutto, assai in anticipo.

Per cominciare, già nella legge elettorale approvata nel 2015 si era stabilito che non dovessero raccogliere alcuna sottoscrizione i partiti che avessero potuto contare su un gruppo parlamentare in entrambe le Camere dall’inizio della legislatura: un bel regalo, certo, ma la presenza costante dall’inizio della legislatura poteva essere indice della solidità e del radicamento della singola forza politica, proprio ciò che si chiede di dimostrare con la raccolta delle firme. Il problema è che un regalo più grande era stato fatto ai partiti che potevano contare su un gruppo anche in un solo ramo del Parlamento al 1° gennaio 2014 (data se non altro più vicina all’inizio della legislatura che alla data di approvazione della legge): in questo modo anche i partiti nati nei primi mesi della XVII legislatura – a partire da Ncd dell’allora titolare del Viminale – avrebbero potuto evitare la raccolta firme. Davvero un signor regalo, che inevitabilmente lasciava l’amaro in bocca ai partiti nati dopo o meno consistenti.

Questo, però, era nulla in confronto al regalone fatto in occasione dell’ultima legge elettorale: la data del 1° gennaio 2014 è stata spostata al 15 aprile 2017 per estendere l’esenzione anche a realtà politiche nate circa un anno prima delle elezioni (come Articolo 1 – Mdp) che altrimenti avrebbero lamentato uno sgarbo da parte del partito che avevano appena lasciato. Lo stesso regalone, tra l’altro, poteva consentire a un gruppo composto da due sigle (che altrimenti non avrebbero avuto la consistenza necessaria per costituire gruppi autonomi) presente in entrambe le Camere di beneficarle tutte e due, considerando un’esenzione per gruppo e non una sola cumulativa. Un dono di proporzioni galattiche, per partiti poco o non ancora radicati, mentre restavano profondamente deluse le componenti del gruppo misto di Camera e Senato, dopo che alcuni emendamenti volti a esentare anche loro dalla raccolta firme non erano stati approvati.

Per loro e per i soggetti politici rimasti fuori dal Parlamento è dunque appena arrivato il regalo di Natale (meno pregiato di quelli visti prima), che abbassa a 375 il numero minimo di sottoscrizioni necessarie in ogni collegio plurinominale. Tutti contenti? Più o meno (chi si vedrà sottrarre voti da formazioni neonate, ma magari dotate di simboli confondibili o ammiccanti, sarà poco felice).

Tutto bene? Mica tanto, per varie ragioni. Il nuovo taglio delle firme, innanzitutto, è arrivato con l’approvazione di un emendamento che il deputato Pd Alan Ferrari ha presentato, come si diceva, al disegno di legge di bilancio: ovviamente la riduzione delle firme non ha alcuna attinenza con questioni finanziarie, quindi la disposizione che qui si discute non doveva essere inserita e nemmeno proposta (non a caso, in Commissione bilancio vari deputati hanno lamentato l’estraneità al contenuto del disegno di legge).

Perché si è scelta quella soluzione? Perché non ci sarebbe stato il tempo di far approvare, a fine legislatura, una normale proposta di legge e perché non ci sarebbero stati i requisiti di urgenza (e, come si vedrà, di straordinarietà) per presentare un decreto-legge ad hoc; d’altra parte, l’emendamento alla legge di bilancio – una delle ultime approvate da questo Parlamento in scadenza – avrebbe goduto di una sorta di corsia privilegiata. Unica accortezza (piuttosto farisaica, in verità), il taglio delle firme è stato inserito in una disposizione a chiaro contenuto economico, cioè con l’autorizzazione di spesa relativa alle operazioni elettorali (con riguardo all’apparato informatico da approntare per la fase di conteggio dei voti).

L’operazione è stata ritenuta legittima dal presidente di commissione Francesco Boccia; dall’emendamento, riformulato due volte, è però sparita – dopo le proteste di Forza Italia – la disposizione che consentiva di presentare le candidature dei collegi uninominali separatamente da quelle di lista, cosa che avrebbe permesso (tra l’altro) di iniziare a raccogliere le firme già prima di avere definito eventuali apparentamenti tra liste e che sarebbe tornata molto comoda alle forze politiche che non avessero ancora deciso se correre da sole o stringere alleanze nei collegi uninominali.

Alle perplessità relative al piano formale, si aggiunge una questione sostanziale di peso. L’emendamento approvato, di fatto, ricrea la stessa situazione del 2013, quando si scelse di ridurre del 75% delle firme necessarie rispetto a quanto richiesto dalla legge, in aggiunta alle esenzioni totali previste dalle disposizioni o previste dallo stesso decreto-legge che decise il supertaglio. Tanto nel precedente quanto nel prossimo turno elettorale, in pratica, norme ad hoc (un po’ speciali, un po’ eccezionali) prevalgono su norme generali che finiscono per non essere mai applicate. In passato si è fatto anche di peggio: nel 2008 si esentarono componenti e gruppuscoli purché avessero una minima presenza parlamentare (bastavano due eletti a Strasburgo o in Parlamento, anche solo uno alla Camera e uno al Senato); di più, anche allora si procedette inserendo la disposizione in un decreto-legge su vari aspetti della “macchina elettorale”; ancora prima, nel 2006 ci si era arrampicati sui vetri con regole astruse – che chiamavano in causa persino le elezioni europee – per far ottenere l’esenzione a quasi tutti (tranne che, di fatto, alla Rosa nel Pugno, che strepitò invano) .

Se la soluzione adottata quest’anno è un po’ meno indigesta rispetto a quelle del 2013 e del 2008 (non è stato utilizzato un decreto e oggettivamente la novità della legge poneva problemi), qualche riflessione è necessaria. Che senso ha fissare una regola (la raccolta di un certo numero di firme) per poi fare di tutto per non applicarla mai, tra esenzioni generali ed eccezioni o tagli una tantum? E che senso ha – nella legislatura da record per cambi di casacca – considerare un gruppo nato da pochi mesi come prova di consistenza nel paese?
Meglio, molto meglio sarebbe fare un bagno di onestà e di realismo. Se il sistema delle sottoscrizioni così com’è non funziona, avrebbe più senso chiedere a tutti i partiti e movimenti interessati a partecipare alle elezioni di raccogliere un numero limitato e accessibile di firme (un centinaio?); come contropartita, si dovrebbe eliminare ogni tipo di esenzione (possibile che un partito medio-grande abbia paura di raccogliere poche firme?), ci dovrebbe essere un controllo molto serio sull’autenticità delle sottoscrizioni e, magari, sarebbe opportuna una stretta sui soggetti deputati all’autenticazione (sempre per i casi di falso degli ultimi anni), puntando di più sulle sottoscrizioni in forma elettronica.
A quel punto, chi è in grado di raccogliere un po’ di firme, concorre. Poi tocca comunque agli elettori decidere, senza che ogni volta si debba procedere per eccezioni, doni e regali. Non necessariamente a Natale.

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