Elezioni 2018: vincerà il secondo

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di Antonio Ramenghi

La vignetta di Altan, quella dell’elettore al voto che inserendo la scheda nell’urna esclama: “Che perda il peggiore”, il 4 marzo sarà, in molti casi, ribaltata: a vincere uno scranno in Parlamento non sarà il più votato in quel seggio.

Il Rosatellum, la legge elettorale con cui si andrà a votare, non solo non consente di esprimere le nostre preferenze per questo o quel candidato, non solo non consente il voto disgiunto (voto un partito ma voto il candidato di un’altra lista), ma grazie alle pluricandidature farà sì che in molti collegi plurinominali non venga eletto il candidato capolista, ma il secondo nell’ordine (poco male, in fondo, visto che – appunto – non ci sono le preferenze).

Il gioco delle pluricandidature del Rosatellum, che per certi versi assomiglia al tanto e giustamente vituperato Porcellum, ha un doppio effetto: aver messo nelle mani delle segreterie dei partiti la quasi totale futura rappresentanza parlamentare e, secondo, aver tolto ai tanto declamati “territori” la possibilità di mandare in Parlamento candidati della propria terra, che conoscono la realtà locale, i suoi bisogni, le sue speranze, e che sono conosciuti (nel bene e nel male) dalla platea degli elettori del collegio.

Il primo effetto come si è visto ha provocato estenuanti trattative nelle segreterie e nei vari vertici dei partiti, con strascichi polemici, rischio di fratture, addirittura, come nel caso di Silvio Berlusconi, la necessità di una pausa defatigante nella campagna elettorale servita al leader di Forza Italia per rimettersi dalle giornate e nottate di trattative. A complicare ulteriormente la partita delle candidature e pluricandidature è stata anche la formazione delle coalizioni nelle quali ciascun partito aveva diversi centravanti o attaccanti di sfondamento, o presunti tali, da difendere e da schierare in campo. E per tenere insieme le alleanze non sono stati tanto i punti programmatici, i programmi, a suscitare discussioni e divisioni, ma appunto la spartizione dei seggi in particolare quelli presunti “sicuri”.

Il risultato è un puzzle che vede amplificata al massimo la possibilità delle pluricandidature prevista dal Rosatellum che in realtà inizialmente dovevano essere tre e che poi sono state portate a cinque.

Paolo Balduzzi per LaVoce.info ha fatto un’analisi delle pluricandidature nei partiti maggiori e ne ha dato conto con un approfondito esame da cui risulta che tutti i maggiori partiti, dal Pd a Forza Italia, dal M5s a Liberi e Uguali, vi hanno fatto ricorso. Liberi e Uguali ha totalizzato 112 pluricandidati (72 alla Camera e 40 al Senato); il Pd 85 pluricandidati (53 alla Camera e 32 al Senato), il M5s 82 pluricandidati (53 alla Camera, come il Pd, e 29 al Senato) e infine Forza Italia con 66 pluricandidati (47 alla Camera e 19 al Senato). C’è da dire che il M5s ha utilizzato solo l’uno a uno, cioè al massino un seggio uninominale e un seggio al proporzionale. Gli altri partiti hanno tutti utilizzato, chi più  (Pd) chi meno (Forza Italia),  il 5 a 1, cioè 5 collegi plurinominali e uno uninominale.

Tra gli altri effetti negativi di tale sistema, oltre i già elencati, vi è anche quello della presunta sfida tra i leader: sono tutte sfide taroccate perchè comunque i big dei partiti, grazie alle pluricandidature, si sono messi al riparo da eventuali sorprese.

Così avverrà che le opzioni attuate dagli eletti nel dopo voto saranno tali da snaturare la volontà espressa dagli elettori e la misura di questo travisamento potrebbe costituire una seria riflessione sulla costituzionalità o meno del Rosatellum all’esordio delle urne che, come tutte le minestre, va assaggiato prima di dare un giudizio definitivo. Vedremo.

Intanto, ancor prima di votare sappiamo che a rappresentare in Parlamento molti collegi non saranno i candidati messi in prima posizione nelle liste, ma i secondi, e pure “paracadutati” da territori lontani.

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