Elezioni, coalizioni, interpretazioni: la Sibilla molisana

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di Alessandro Lauro

Il 22 aprile 2018 sarà una giornata probabilmente storica per il Molise. La piccola regione meridionale ha infatti ottenuto un’inedita visibilità nazionale, nel giorno in cui i suoi cittadini erano chiamati a votare per eleggere il Presidente e il Consiglio regionale.

Secondo le cronache nazionali, le elezioni molisane erano un test per comprendere gli umori dei cittadini a circa un mese dall’inaugurazione ufficiale della legislatura, avvenuta con l’insediamento delle Camere, il vero termine a quo da cui calcolare effettivamente i giorni passati infruttuosamente “senza un governo” (ovvero senza un governo diverso da quello uscente).

Quali erano le “voci” di questo test? Possiamo così sintetizzarle:

  1. A) L’individuazione della prima forza politica: centrodestra o Movimento 5 stelle?
  2. B) I rapporti di forza interni fra Forza Italia e Lega all’interno della coalizione di centrodestra
  3. C) La continua discesa (o meno) del Partito Democratico.

Quali gli esiti ottenuti?

Qui è difficile sintetizzare. Sì, perché se gli interrogativi possono essere pacificamente individuati, i risultati sono sempre di difficile lettura. È vero che esistono dati numerici, ma in campo elettorale questi difficilmente ci rivelano verità; piuttosto ci offrono interpretazioni.

Di conseguenza verrebbe da fare una premessa “metodologica”: l’interpretazione di un’elezione locale – prima di essere traslata come fonte di indicazioni “nazionali” – necessita di partire dal contesto in cui tale elezione si svolge. Quindi, partiamo da alcune certezze per inquadrare l’elezione molisana.

Primi fra tutti, alcuni inconfutabili dati geo-demografici: il Molise è una regione dell’Italia meridionale, ha 331 mila cittadini elettorali circa e di questi ha votato il 52,17%, ovvero attorno alle 173 mila persone.

Alcuni dati istituzionali: nella stessa giornata i cittadini erano chiamati ad eleggere due organi, entrambi a suffragio diretto. Secondo la legge elettorale molisana (il cui testo è disponibile a questo indirizzo http://www.regione.molise.it/web/crm/lr.nsf/0/63A7461A94EE190DC125820B003033D4?OpenDocument) è eletto Presidente della regione il candidato che ottiene più voti. Tali voti possono essergli attribuiti con tre diverse modalità: barrando il suo nome, barrando il contrassegno di una lista che lo sostiene, barrando entrambi.

Poi c’è il Consiglio regionale. I consiglieri “sono eletti con criterio proporzionale mediante riparto dei seggi tra coalizioni di liste e liste non riunite in coalizione, concorrenti, ognuna collegata con un candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale e con applicazione di un premio di maggioranza” (art. 2, comma 5).

Sono i successivi articoli 11 e 12 che descrivono concretamente l’attribuzione dei seggi. Non è il caso qui di descrivere minuziosamente i vari passaggi. Semplicemente ricordiamo che l’attribuzione del premio di maggioranza (senza soglia) comporta l’attribuzione di minimo 12, massimo 14 seggi su 20, (al netto di quello destinato al Presidente eletto).

È ammessa la costituzione di coalizioni a sostegno di un candidato presidente: ciò significa che il candidato che ottiene più voti porta in dote alla lista o alla coalizione che lo sostiene il premio di maggioranza di cui sopra.

Qui emerge il punto critico delle interpretazioni elettorali: le coalizioni, questi multiformi e variopinti soggetti che in un certo qual modo esistono solo nell’ordinamento italiano.

Precisiamo subito: non è che l’alleanza elettorale fra partiti sia un unicum dell’esperienza politica nostrana, ovviamente. La peculiarità italica sta però nel fatto che le leggi elettorali (comunali, regionali, come noto anche quella nazionale) fanno discendere da questa alleanza politica una varietà di non indifferenti effetti giuridico-elettorali.

Restiamo sul caso molisano (i dati sono tratti da https://www.elezioniregionemolise2018.it/): il Presidente eletto, esponente della coalizione di centrodestra, godeva del supporto di 9 liste, delle quali la più votata ha ottenuto il 9,38% dei voti (notiamo che sono escluse dal riparto dei seggi le liste collegate ad un candidato Presidente che non abbia conseguito almeno il 10% dei suffragi…).

Bene, ecco che il Presidente assomma su di sé tutti i voti dati singolarmente alle liste coalizzate e queste liste ottengono il premio di maggioranza, in una sorta di scambio biunivoco di benefici elettorali. Ed allora, secondo la logica del premio di maggioranza, le liste coalizzate che abbiano superato il 3% si vedranno attribuiti proporzionalmente più seggi di quelli ottenibili con un “proporzionale puro”.

Il dato coalizionale complica enormemente l’interpretazione di un’elezione regionale. Non nel suo risultato: il sistema majority assuring e la forma di governo regionale consegnano senza ombra di dubbio un Presidente e una maggioranza numericamente salda; questo, peraltro, in un turno unico.

Fatte queste premesse, torniamo ai tre quesiti iniziali ed iniziamo dal fondo.

Se davvero i dati molisani sono rivelatori di una tendenza nazionale, allora si può dire (con riferimento alla lettera C) che la parabola calante del Partito democratico continua inesorabile. Per quanto riguarda il quesito B, Forza Italia in una regione meridionale stacca la Lega di circa 2 mila voti: magra consolazione – si direbbe – per il partito di Silvio Berlusconi.

È al quesito A (Centrodestra vs M5S) che bisogna dedicare qualche maggiore attenzione. Domandarsi chi è arrivato primo fra i due, forse, è sbagliare la domanda. Si dirà: il Centrodestra è la prima coalizione, il M5S è il primo partito. Ma è un risposta che non dice molto.

Se invece ci domandassimo chi ha vinto, la risposta è chiara: vince la coalizione di Centrodestra, perché è così che ha voluto il sistema elettorale. Non è però certo che così abbiano voluto gli elettori, dal momento che, osservando la differenza fra i voti dati a ciascuna lista coalizzata e i voti dati al solo presidente, notiamo che il candidato Presidente (che rappresenta di fatto la proposta unitaria della coalizione) ha ottenuto circa solo 2 mila voti in più dei voti dati alle liste a lui collegate. Purtroppo i dati disponibili non indicano quante siano le schede nelle quali gli elettori hanno indicato sia la lista che il candidato Presidente.

È qui che sorge il dubbio: ma gli elettori delle singole liste della coalizione sono anche elettori della coalizione nel suo complesso?

La legge così presume, juris et de jure. Ma è proprio questa presunzione assoluta che ci consegna una certezza: le coalizioni (intese come istituti giuridici regolati dalle leggi elettorali, non come soggetti politici) rendono opaco il risultato elettorale. Il vincitore è certo, poiché è garantito dall’elezione diretta a turno unico e dal premio di maggioranza assegnato alle alleanze pigliatutto, ma non lo è affatto il risultato nella sua leggibilità. Paradossalmente, essendo inserite in questo contesto, non lo è neanche nel caso delle liste singole, come il Movimento 5 Stelle in Molise (circa 19 mila voti in più al Presidente, rispetto alla lista): chi ha votato il Presidente lo ha fatto intuitus personae o semplicemente ha ritenuto fungibile il voto per la lista e il candidato (salva, ovviamente, l’espressione di preferenza per un candidato consigliere: si noti che in Molise è vietato il voto disgiunto)?

In questo sistema, l’elezione dei due organi (uno assembleare e uno monocratico) non solo è contestuale, ma è pure molto confusa sia per chi cerchi di interpretarla ex post, sia per l’elettore ex ante, al quale – se trattasi di “laico” del diritto elettorale – è difficile richiedere una conoscenza dei machiavellici meccanismi che legano le due.

Non è questa la sede per ipotizzare istituti “chiarificatori” del voto popolare (anche se è di difficile comprensione l’assenza generalizzata di un ballottaggio – ove nessuno raggiunga il 50% dei voti espressi al primo turno –  per la carica monocratica “governatoriale” sulla scorta del modello comunale… In Toscana è previsto un ballottaggio eventuale, ma solo se non sia raggiunto il 40% dei suffragi), però ce n’è abbastanza per dire che interpretare un voto regionale è attività estremamente complessa, sul versante istituzionale interno prima ancora che su quello politico “ascendente” (stante anche la ovvia infungibilità delle dinamiche locali con quelle nazionali, nonché l’oggettiva discutibilità di trarre induttivisticamente conseguenze generali partendo da un caso particolare).

Ecco perché sostenere che le urne molisane consegnino spinte nazionali (cfr. V. Postiglione, La spinta all’unità che arriva dalle urne, in Corriere della sera, 23 aprile 2018) è operazione alquanto ardita, che richiede di adoperare tutta la prudenza possibile nel sovrapporre modelli ed ambiti (territoriali, istituzionali ed elettorali) che così sovrapponibili non sono. E l’esistenza di coalizioni sia sul piano regionale che su quello nazionale di certo non è un elemento sufficiente (basta considerare quei due terzi di seggi nazionali assegnati proporzionalmente…), soprattutto oggi, nell’epoca post-maggioritaria del tripolarismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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