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I mercati siamo noi

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di Andrea Guazzarotti

Sono appena stato intrattenuto telefonicamente dal promotore finanziario della banca cui, da sempre, ho affidato i miei pochi risparmi.Una tranche di BTP decennali sta per andare a scadenza e avrei dovuto decidere cosa fare dell’investimento corrispondente. La risposta più istintiva, da parte mia, è stata quella di chiederne il rinnovo, posto che nella mia ingenuità un titolo di stato è, per definizione, un titolo sicuro. Tanto più che, trattandosi del mio Stato e non avendo prospettive di rifarmi una vita all’estero, non mi sembra costruttivo scommettere contro il mio Paese. La reazione è stata quanto mai fredda. La situazione attuale, a detta del promotore finanziario, è di alta volatilità sui titoli di stato italiani, specie quelli a lunga scadenza; ogni dichiarazione pubblica di membri del governo in carica rischia di far aumentare il famigerato spread; a breve cesserà l’ombrello del quantitative easing della BCE. Questo discorso, dice lui, lo stanno facendo a tutti i loro clienti e anche la concorrenza (le altre banche private) si comporta allo stesso modo, sempre secondo lui. Ah, però! Ma allora quale sarebbe l’investimento sicuro alternativo? Una polizza assicurativa gestita dalla banca per cui lavora. Interessante.

Non voglio dirvi come ho deciso di reinvestire (parte de)i miei magri risparmi, ma provo a tirare le fila del discorso. Grandi banche, un tempo imprese pubbliche poi privatizzate e globalizzate, scommettono contro gli stati. È già successo nel 2011-2012 con l’impennata degli spread. È successo senza che vi fossero, allora, i presupposti macro-economici che giustificassero quel timore di crollo dello Stato italiano. E sono addirittura studiosi tedeschi a spiegarcelo (A. Grasse, 2011). Oggi forse le cose stanno diversamente: grazie alla cura da cavalli che, per rispondere alle paure dei mercati, il governo dei tecnici e un altro paio di governi successivi hanno impartito all’Italia, infatti, si è determinata la distruzione di una elevata fetta di capacità produttiva del nostro tessuto economico-industriale. Quello che è paradossale è che una miriade di piccoli risparmiatori come me sta fronteggiando una campagna pubblicitaria (informativa) da parte di grandi, grandissime istituzioni finanziarie private globalizzate affinché decidano di abbandonare la fiducia nel proprio Stato per riporla nella finanza privata. Si dirà: si tratta pur sempre di investimenti non speculativi, visto che viene promossa una polizza non ad alto rendimento. D’accordo. Ma parliamo dello stesso soggetto privato che con una mano gestisce investimenti sicuri e con l’altra investimenti altamente speculativi.

La conclusione, spero non troppo dietrologica, mi pare la seguente: debito pubblico e debito privato sono posti da tempo in concorrenza tra loro. Per anni ci è stato detto che il primo è cattivo, mentre il secondo è innocuo. Non è bastato a mutare questa percezione (errata) il fatto che a innescare la crisi economica mondiale sia stata la finanza privata e non la spesa pubblica eccessiva. Ora i promotori finanziari, assai più efficacemente dei comunicatori politici di questo o quel partito, stanno conducendo una silenziosa e capillare campagna per indurre i cittadini-risparmiatori a scommettere contro il proprio stato e dirottare sulla finanza privata una buona quota di risparmi. La fine del quantitative easing e il nuovo governo di apprendisti stregoni è dalla loro parte.

Riportare gli spread ai livelli impazziti del 2011-12 è una tecnica assodata per riportare la politica economica nazionale sotto i canonici crismi del “pilota automatico” a suo tempo invocato da Draghi e ridurre a più miti consigli i “peones” entrati per caso nella cabina di comando. Niente di nuovo sotto il sole: già agli inizi degli anni novanta del secolo scorso ci veniva detto da voci autorevoli come Giuseppe Guarino e Guido Carli che la sovranità individuale del cittadino-risparmiatore si esercitava altrettanto bene nel disinvestire i propri risparmi dal debito pubblico del proprio stato che nel votare per questo o quel partito. Anzi, forse meglio nel primo modo che nel secondo. Peccato che nessun nuovo sistema di redistribuzione della ricchezza e di realizzazione della giustizia sociale si sia sostituito, in questi lustri, allo stato-nazione. Peccato che il cittadino-risparmiatore sia chiamato a esercitare la sua sovranità non dibattendo entro una polverosa sede di partito e, magari, scendendo in piazza di tanto in tanto accanto ad altri suoi concittadini, ma intrattenendosi al telefono con un promotore finanziario che, in evidente conflitto d’interessi, cerca di convincerlo che il suo Paese sta per fallire.

3 commenti su “I mercati siamo noi

  1. Contesto energicamente l’interpretazione dei meccanismi finanziari che trapela fra le righe di questo articolo, scritto da un docente di diritto costituzionale di una facoltà universitaria di economia! Evito di discutere le singole affermazioni che contesto in gran parte. Faccio notare che un piccolo imprenditore che finanzia una nuova attività in questo paese paga interessi di uno a due percento più alti di un suo collega o concorrente che fa un investimento similare al nord delle Alpi. Il differenziale sui titoli di stato (debito pubblico) si ritrova in qualche misura nelle condizioni di finanziamento del debito privato perché il costo di finanziamento dello stato si riflette sugli istituti finanziari del paese. Perché questa disuguaglianza fra paesi appartenenti tutti stessa zona monetaria? È la politica fiscale in senso lato che determina in ultima analisi le condizioni di finanziamento (pubblico e privato) nei singoli paesi. Qual è la politica fiscale in questo paese? Da anni si assiste a un bilancio in deficit e ad una crescita del debito. Il nuovo governo pretende superare la situazione insoddisfacente con misure divergenti da quelle considerate idonee negli altri paesi, in particolare con una flat tax al 25% assieme ad una serie di misure di assistenza sociale particolari. Per evitare deragliamenti troppo gravi l’Italia – pressata dalle autorità europee – ha adottato nel 2011 vincoli di bilancio costituzionali, che almeno alcuni esponenti del nuovo governo contestano apertamente. La politica fiscale formulata nel contratto di coalizione e il nome di alcuni ministri hanno fatto salire il differenziale da 120 a 360 punti; ora si è stabilizzato a 240 punti. Un ministro della Repubblica ha affermato che lo spread è uno strumento dei mercati globali e della speculazione privata che il governo quale unica autorità legittima dovrebbe ignorare. Il consulente finanziario del professore finto inesperto ha fatto bene ammonire contro i rischi dei titoli di stato italiani, in particolare nel presente scenario politico. Ha invece ingannato il suo cliente consigliando l’investimento in prodotti assicurativi, strumenti molti remunerativi per l’istituto finanziario e prediletti dagli ultra-ricchi italiani che usano questi prodotti per evadere legalmente le tasse. Sbaglia il professore quando insinua che la speculazione e i consulenti ignoranti o furbi agendo in conflitto di interesse decidono della sorte dei nostri risparmi, degli investimenti privati e in ultima analisi dell’occupazione e del benessere in questo paese. Il vero sovrano c’è; ha potuto votare (con diritti limitati, è vero) il 4 marzo e, giusto i sbagliato, ha determinato una certa politica fiscale che (entro i limiti costituzionali e eventualmente entro quelli discussi con l’UE) determina la sorte dei risparmi, dello spread, degli investimenti, della tassazione, dell’assistenza sociale, della ridistribuzione delle ricchezze e della legislazione in tutti (!) i settori, delle decisioni amministrative più importanti (industria, infrastrutture) e delle nomine degli uomini che devono gestire le attività pubbliche per i prossimi anni. È la preferenza espressa nel voto e le regole costituzionali che organizzano i poteri pubblici, separandoli (!), che sono la causa dei difetti lamentati nell’articolo ed attribuiti dall’autore ad altri colpevoli.

  2. Interessante articolo, grazie per avere trasmesso l’esperienza e il concetto in maniera molto chiara. Finalmente vedo che inizia a trasparire la relativitá anche in finanza e nella piú vasta economia. Merce uguale = denaro, individuo produttore di valore = finanziatore e tanti altri binomi contemporaneamente validi. Il risultato é che ciascuno di noi é contemporaneamente prestatore di capitale e fornitore di lavoro (fattori produttivi), da una parte, e dall’altra percettori di reddito da lavoro o finanziario. Ruoli decisamente relativi e in conflitto di interesse che possiamo anche chiamare la perenne ricerca dell’equilibrio mentre spostiamo l’asticella un pó piú in lá. C’é una qualche valida ragione per la quale un individuo non possa «scommettere» contro il «proprio» Stato? Non ne vedo alcuna, dal momento che ancora per un pó abbiamo il diritto di passare da uno Stato all’altro, ma specialmente non vi é paragone fra la massa critica dello Stato e quella del singolo individuo. Vi é invece paragonabilitá di massa critica fra banche e Stati, che giocano quasi ad armi pari. Quindi o ci sottraiamo al gioco ritirandoci nella nostra grotta, o cerchiamo di districarci in questa immensa rete di interessi contrapposti senza seguire moralismi piú omeno nazional-statalistici, ma cercando di massimizzare il nostro individuale interese (sempre restando entro le regole di convivenza che ci siamo dati). Non si tratta di stare da una delle due parti e tifare per l’una o l’altra. Tutte e due le squadre sono «nostre», é perció opportuno che ciascuno di noi giochi bene la propria partita col bianco e col nero. E anche partecipando alla formazione di regole di convivenza eque.

  3. Il mio commento precedente è eccessivamente critico; fraintende probabilmente le vere intenzioni dell’autore. Il cittadino e risparmiatore italiano dispone effettivamente di due “poteri” di scelta, il voto politico e l’allocazione dei risparmi fra titoli domestici e esteri. Purtroppo la piccola e media impresa non ha la possibilità di scelta di finanziarsi dove preferisce; e il contribuente comune non ha la possibilità di scelta dove farsi tassare, a meno di emigrare. Gli istituti finanziari possono consigliare bene, ma raramente lo fanno contro i propri interessi. Il legislatore ha creato in ambito fiscale numerose opportunità di elusione, di ingiustizia e di inefficienza. L’articolo tedesco non recente del prof. Grasse presenta un’analisi molto critica delle specificità e divergenze fiscali create negli ultimi anni. Il problema è che nessuno prende queste critiche sul serio, si discutono i progetti di innovazione fiscale della nuova maggioranza come se fossero programmi degni di un dibattito razionale o si l’accettano perché sono quelli “votati dalla gente”, senza insistere sulla loro irrimediabile e nefasta incoerenza che aggraverà la situazione insostenibile delle finanze pubbliche italiane e di conseguenza della credibilità dell’intera eurozona. La colpa non è tanto di chi ha votato come ha votato quanto di chi ha fatto le proposte, non le ha criticate, non le contesta ora, ma preferisce navigare l’onda producendo analisi compiacenti e sperando futuri incarichi. La colpa è dell’élite, quella parlante ed agente, ma anche e forse soprattutto di quella pensante.

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