Scienza e Politica

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di Fabio Ferrari

Le discusse affermazioni dell’esponente M5S Barillari sul rapporto tra scienza e politica, se decontestualizzate dalla vicenda dei vaccini e colte in linea di principio, a me sembrano non solo condivisibili, ma anche doverose e ineccepibili.

La politica ha un senso soltanto se le è consentito compiere delle scelte: non sta scritto da nessuna parte che esse debbano sempre essere conformi ai risultati scientifici. Poter ‘scientificamente’ costruire la bomba atomica non significa affatto essere ‘politicamente’ obbligati a costruirla; poter ‘scientificamente’ clonare un essere vivente, umano o non, non significa affatto essere ‘politicamente’ obbligati a clonarlo. Poter ‘scientificamente’ bombardare un Paese nemico con il solo uso di droni non significa affatto essere ‘politicamente’ obbligati ad intraprendere l’azione militare.

Ciò che tecnicamente si può fare non corrispondere necessariamente a ciò che è opportuno, lecito, corretto realizzare. Volando un po’ alto, ma solo per un istante, è sempre bene ricordare che un conto è il piano dell’essere, altro è il dover essere: un conto è descrivere, altro è prescrivere.

Già Platone, che qualche influenza sul pensiero occidentale pare l’abbia avuta, spiegava con grande chiarezza che la politica è la tecnica regia (basilikè téchne), proprio perché sa – deve sapere – quando è opportuno fare o non fare una cosa piuttosto che un’altra, e soprattutto perché. Nelle proprie scelte quotidiane la politica deve tenere in considerazione una serie innumerevole di variabili – etiche, morali, sociali, economiche – che sfuggono o possono sfuggire alla scienza, e delle quali è esattamente compito della politica farsi carico. Decidere di spendere milioni di dollari per mandare una navicella spaziale su Marte, consentendo all’umanità – grazie alla scienza – di vedere per la prima volta le nitide ed emozionanti immagini del pianeta rosso, è senz’altro cosa buona e giusta; ma non neutra: richiede infatti un dispendio di risorse pubbliche che vengono così sottratte ad altri settori ‘sensibili’ di una comunità (l’istruzione, la sanità, la sicurezza etc.); privilegiare la conoscenza di Marte rispetto, per esempio, all’aumento del livello del welfare pubblico è, dunque, una scelta politica: senz’altro lecita, ma non affatto automatica.

Pensare che la politica non abbia, né debba avere, uno spazio di autonomia rispetto alla scienza è un azzardo difficilmente sostenibile: la stessa natura del sapere scientifico, per definizione continuamente sottoposto a critica interna e dunque strutturalmente contingente, impone un approccio cauto e ponderato. Fino a pochi decenni fa l’omosessualità era considerata una patologia dall’Organizzazione mondiale della Sanità: se qualche legislatore illuminato avesse con congruo anticipo garantito i diritti civili alle persone non eterosessuali, davvero sarebbe stato tacciabile di eversione?

La scienza, si dice, non è democratica. Vero: ma ciò non toglie che anch’essa debba rimanere soggetta alle regole della democrazia.

La verità è un concetto sfuggente: nessun sapere, nemmeno la scienza, può vantare uno statuto epistemologico in grado di rivendicare ‘la verità’; ed è esattamente per questo che serve la politica: per fare delle scelte tra opzioni diverse.

Tutto questo, però, vale in linea di principio e, come si accennava, decontestualizzando il ragionamento dalla vicenda dei vaccini.

Il fatto che la politica abbia il dovere di scegliere tra opzioni diverse non significa affatto che una valga l’altra. Il fatto che la politica abbia il diritto di non prendere in esame questo o quel risultato scientifico non significa affatto che essa non sia tenuta a spiegare il perché della scelta.

Già, il problema pare proprio questo. Su cosa si basa la decisione di non rendere obbligatori i vaccini? Da un lato vi sono le evidenze scientifiche ferme nel negare rigorosamente qualunque correlazione tra vaccini e autismo, o patologie di altro genere; dall’altro… cosa c’è? Quali sono gli argomenti ‘tecnici’ portati contro l’obbligo di vaccinazione?

Se l’unico motivo addotto è la libertà di autodeterminazione di ciascun individuo, e dunque il diritto di ogni famiglia di decidere se e come ‘curare’ il proprio figlio, siamo forse un po’ lontani da quel minimo di credibilità razionale che la scelta politica, per poter definirsi tale, deve avere. Nessuno di noi è un eremita: alla sfera individuale si accompagna sempre la dimensione sociale. E la cura di questo secondo profilo è per definizione il compito principe di una politica costituzionalmente ‘orientata’. Lo stesso art. 32 Cost., nel vietare qualunque imposizione di trattamenti sanitari coercitivi, consente un’eccezione proprio quando ciò avvenga per tramite della legge, ossia dell’atto per eccellenza della comunità politica. Legge, è bene ricordarlo, che dovrà superare lo scrutinio di costituzionalità, il quale valuterà – tra le altre cose – anche il modo in cui è bilanciato l’interesse della comunità alla salute pubblica con il diritto di autodeterminazione del singolo. Ma su quest’ultimo punto, una recente sentenza della Corte costituzionale qui già esaminata (5/2018, Bin) sembra lasciare davvero poco spazio alle (presunte) ragioni dei ‘no-vax’.

La politica è senz’altro la scienza regia, ed è giusto affermare che essa non può essere subordinata ad altri ‘saperi’, dovendo al contrario mediarli, al fine di garantire al meglio il benessere collettivo. Ma un tale potere, per essere credibile oltreché legittimo, deve essere esercitato con grande senso di responsabilità, e dunque con argomenti razionali, strutturati e un minimo convincenti, che possibilmente non trovino la propria fonte in qualche inattendibile, remoto post da socialnetwok, o nel numero di ‘like’ da esso conquistato.

Ritenere che i fondamentali risultati delle vaccinazioni possano essere romanticamente sostituiti dalle visite programmate alle abitazioni dei “cuginetti malati” non sembra esattamente andare in questa direzione.

Un commento su “Scienza e Politica

  1. Eccellente!
    Se per l’individuo libertá vuol dire avere il diritto di scegliere e di essere scelti, tale diritto vale anche per le associazioni di individui che si auto-regolano con la propria Legge Costitutiva e normativa. L’unica differenza sostanziale é che mentre si presume che l’individuo non entri in conflito con le proprie scelte, la comunitá per sua natura puó entrare in conflitto con se stessa ed é quindi necessario che il legislatore spieghi con grande chiarezza gli obiettivi della legge e raccolga il piú ampio consenso. Il problema sta nel fatto che quasi mai le leggi esplicitano in testata i risultati attesi dalla loro applicazione, meglio se espressi quantitativamentge ed entro i tempi indicati. Non abbiamo leggi a scadenza o decadenza, questo é un male per la democrazia.

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