La gaffe di Conte sull’8 settembre non va sbertucciata ma sanata

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di Gianluca De Filio

Commettere una gaffe in occasione di un avvenimento pubblico è un incidente in cui è capitato di incorrere a numerosi esponenti di governo o delle istituzioni. Un evento che si potrebbe considerare se non inevitabile, quanto meno fisiologico se si considera la freneticità che può avere l’agenda quotidiana di un presidente del consiglio o di un ministro.

L’errore in cui è incorso il presidente del consiglio Giuseppe Conte alla Fiera del levante di Bari, dove nel suo intervento ha confuso l’8 settembre 1943, con il 25 aprile 1945, rappresenta però qualcosa di diverso.

Certamente se si guarda alla vicenda dal punto di vista meramente materiale ciò che si è verificato è dovuto all’errore (per distrazione o ignoranza è impossibile dire) di un ghostwriter di Palazzo Chigi amplificato dal Presidente del Consiglio leggendo un discorso che, con molta probabilità, non aveva avuto neppure l’occasione di scorrere in precedenza.

Se però guardiamo all’aspetto pubblico e ufficiale della vicenda il fatto che il presidente del consiglio dei ministri (prescindendo dalla persona che ne esercita la carica pro tempore) abbia confuso l’8 settembre con il 25 aprile pone in essere un fatto che travalica l’ambito della gaffe, e dunque come tale non può essere liquidato o minimizzato.

Certamente nell’agenda politica quotidiana vi sono fatti ben più rilevanti, sia in sé, sia per le ricadute che producono. Tuttavia in uno stato che ha assunto la forma repubblicana anche per quanto accaduto proprio l’8 settembre ‘43 e la cui Costituzione affonda le radici nella Resistenza l’errore in cui è incorso il presidente del consiglio non può essere lasciato esclusivamente a qualche sberleffo sui social network.

L’8 settembre 1943 (si veda su tutti il fondamentale saggio di Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando) lo stato si è dissolto. Certamente l’evento più eclatante è la fuga del Re e del Governo. Ma la tragedia che si produce in quelle ore è anche per come viene gestita (o meglio non viene gestita quella fuga). I militari italiani che combattono nel territorio nazionale e nel resto d’Europa non sono avvertiti né dell’imminente annuncio dell’armistizio, né del fatto che il Governo e il Re si sarebbero trasferiti al sud per non cadere prigionieri dei tedeschi.

Gli ufficiali che la mattina dell’8 settembre chiamano lo stato maggiore per avere ordini non trovano nessuno che risponda. A Roma come in Jugoslavia migliaia di persone debbono affidare le loro sorti ad una decisione da prendere da soli, in poche ore e senza conoscere pienamente cosa sta accadendo.

È per questo che c’è chi, seppure in numero soverchiante rispetto ai tedeschi si arrende docilmente, chi, trovandosi nelle condizioni di poterlo fare, si sveste della divisa e si dà alla fuga, e chi invece combatte (e muore) contro i precedenti nemici e gli ex alleati.

Affermare come ha fatto il presidente del Consiglio che “con l’8 settembre, inizia un periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro Paese” significa seppure “involontariamente”, sovvertire la storia del nostro paese e minare le fondamenta culturali anche della sua Costituzione.

L’errore di Conte, se non sanato da una rettifica pubblica dello stesso premier, è più grave delle polemiche scatenate nei confronti del 25 aprile nei primi anni di governo di Silvio Berlusconi. In quelle occasioni il presidente del consiglio era ben consapevole di cosa rappresentasse il 25 aprile, ponendosi rispetto a tale celebrazione in una posizione di critica politica (e così facendo produceva comunque una serie di prese di posizione di segno opposto).

Se il presidente del consiglio non tornerà pubblicamente sulle sue parole sull’8 settembre il rischio è quello di aver lasciato soprattutto nel web un piccolo frammento di rimozione della storia che rischia di sedimentare, e che a scrive riporta alla mente una piccola stradina di Corenno Plinio, una frazione del Comune di Dervio affacciata sul lago di Como. Una stradina sconosciuta e dimenticata, probabilmente agli stessi abitanti del comune, che porta appunto il nome di Pietro Badoglio.

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