Dove va la democrazia italiana?

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di Antonio D’Andrea

Se c’è un aspetto che lascia di stucco chiunque abbia conservato una minima capacità di discernimento rispetto alle vicende politico-istituzionali che si succedono da qualche tempo nel nostro ordinamento è la capacità di minimizzare o, se volete, di sorvolare a proposito di episodi (l’ultimo dei quali rappresentato dalla revoca del sottosegretario leghista Siri) che, viceversa, avrebbero potuto avere implicazioni di altra natura sulla tenuta della maggioranza parlamentare “del cambiamento”, quantomeno stando alle roboanti dichiarazioni dei rispettivi leader. E invece, a dispetto di chi discetta continuamente di crisi, magari prendendo per buone quelle colorite prese di posizione, il Governo in carica sembra dimostrare una inusitata capacità di andare avanti lo stesso nella realizzazione del suo “contratto” (il che equivale a conferirgli un mandato in bianco) sino alla conclusione della legislatura (vale a dire marzo 2023), come peraltro si ripete altrettanto ossessivamente da parte dei suoi maggiori esponenti a partire da chi, almeno formalmente, lo guida.

Insomma si litiga, ci si stuzzica e poi ci si acconcia ancora prima della successiva polemica! Naturalmente vedremo se continuerà ad essere così dopo l’imminente voto europeo, ma quel che pare dimostrato è la capacità di Salvini e Di Maio di proseguire nel loro vivace rapporto dialettico senza “rompere” (sia che si discuta di immigrazioni, porti chiusi, reddito di cittadinanza, flax tax, e via discorrendo, realizzando anche propositi che piacciono di più ora al primo ora al secondo, impegnando così i commentatori a riconoscere la “bandierina” piantata una volta dalla Lega l’altra dal M5S). Il contorno parlamentare che si presta a sorvolare sulla portata degli scontri di indirizzo in atto tra le due forze politiche di maggioranza, ovvero a fare tesoro di espressioni stucchevolmente ripetitive di concetti nulli (quali quelli che si portano dietro litanie come “ci pagano per risolvere i problemi degli italiani”, come pure frasi del tipo “la stella polare dell’azione del Governo è il contratto che ci siamo impegnati a realizzare”), testimonia la deriva leaderistica che ha sostanzialmente atrofizzato la soggettività della maggioranza parlamentare.

È stato così, intendiamoci, anche nella passata legislatura con riguardo all’esperienza del Governo prima guidato da Renzi e poi da Gentiloni e, sul piano culturale, da quando si è prima affermata e poi rafforzata, prima di essere improvvisamente spazzata via dal successo grillino – nel 2013 si diceva così – la tendenza bipolare con leadership annessa (si ricorderà Berlusconi contro Prodi e poi contro Rutelli, Veltroni, Bersani). Dal mio punto di vista è stupefacente verificare la “passività” dei gruppi parlamentari della maggioranza che, nel caso del M5S, ha prodotto, in caso di dissenso, epurazioni (o minacce di espulsioni) e che, nel caso della Lega – soggetto partitico più classicamente strutturato – supine adesioni alla linea del capo. Il malinconico tramonto della democrazia rappresentativa continua ad assumere toni sempre più foschi nel nostro Paese, quasi che davvero riducendo i parlamentari eletti e promuovendo le condizioni costituzionali per fare deliberare su questioni di ordinaria regolamentazione normativa una percentuale ridotta del corpo elettorale (quale resta il 25%) si voglia certificare e forse quasi pietosamente accelerare l’abbattimento di quello che non è più il basamento capace di sostenere la solidità dell’edificio costituzionale.

Del resto cosa ci si poteva aspettare dall’applicazione reiterata (2006, 2008,2013) del c.d. porcellum, adesso del c.d. rosatellum (passando per l’approvazione del c.d.italicum), ciascuno ossessionato dal garantirsi la “propria” governabilità perseguendo pertanto indefessamente la semplificazione dei processi decisionali (prima con il grande disegno revisionista del centrodestra berlusconiano e poi con quello del centrosinistra renziano)? Molti che oggi sono perplessi e preoccupati per la deriva che sembrano assumere le istituzioni di governo del nostro Paese rispetto all’assetto costituzionale vigente, non avrebbero, a mio modo di vedere e ad onore del vero, particolari ragioni per essere indignati. Siamo forse piano piano arrivati dove bisognava proprio evitare di andare!

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