Federalismo scolastico?

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di Giovanni Di Cosimo

Finora il dibattito sul regionalismo differenziato si è concentrato soprattutto sui profili finanziari degli accordi fra il Governo e le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Ma aspetti controversi emergono anche relativamente alla definizione delle materie. Da questo punto di vista, la materia più problematica è forse l’istruzione, uno dei capisaldi dello stato sociale strettamente legata all’effettiva realizzazione del principio di eguaglianza. Due sono gli aspetti più critici.

Il primo è l’estensione della materia, cosa dovrebbe essere “differenziato”. Ad oggi non sappiamo ancora precisamente i termini dell’accordo, perché le intese pubblicate nel sito del Dipartimento affari regionali contengono solo la “parte generale”, nella quale sono riportati i titoli delle materie senza precisare nel dettaglio.

Sappiamo però quali sono le richieste delle regioni interessate. Il Veneto, per esempio, vorrebbe decidere sulla «disciplina delle finalità, delle funzioni e dell’organizzazione del sistema educativo regionale di istruzione e formazione, nel quadro del sistema educativo concordato a livello nazionale» (così il progetto di legge statale che la regione ha presentato nel 2017). Desidera cioè «istituire un sistema educativo regionale» (tavolo tecnico di confronto con il Governo, dicembre 2017). E la proposta di legge delega che ha avanzato nel luglio 2018 parla delle competenze legislative e amministrative per «regionalizzare il personale della scuola, compreso il personale dell’Ufficio scolastico regionale e delle sue articolazioni a livello provinciale».

Tutto ciò indica che la regione vuol emulare il modello del Trentino-Alto Adige dove è stata realizzata una forte provincializzazione del sistema scolastico. Le province autonome hanno potestà piena per alcuni temi (scuola materna, assistenza scolastica, edilizia scolastica, addestramento e formazione professionale) ed esercitano funzioni amministrative in tema di stato giuridico ed economico del personale. La legge della provincia di Trento prevede inoltre una competenza sui programmi scolastici: i «piani di studio provinciali assicurano l’insegnamento dei principi che stanno alla base dell’educazione civica, lo studio della storia locale e delle istituzioni autonomistiche, della cultura della montagna e dei suoi valori, con il coinvolgimento di esperti locali, la pratica di sport vicini alla montagna e l’effettuazione di periodi formativi a diretto contatto con la montagna» (lp 5/2016).

Non si può dimenticare però che il sistema scolastico nazionale, caratterizzato dalla libera circolazione degli studenti e dei docenti, è decisivo per il mantenimento dell’unità nazionale. L’ha ricordato anche la Corte costituzionale quando ha rilevato che le ‘norme generali’ sull’istruzione sono «funzionali, anche nei loro profili di rilevanza organizzativa, ad assicurare, mediante (…) la previsione di una offerta formativa sostanzialmente uniforme sull’intero territorio nazionale, l’identità culturale del Paese, nel rispetto della libertà di insegnamento di cui all’art. 33, comma 1, Cost.» (sent. 200/2009). Generalizzando il modello trentino non si corre il rischio di mettere in discussione l’identità culturale del Paese? Se la regione “gestisce i docenti” e detta parte dei programmi scolastici, come fa la provincia di Trento, non si rischia che indirizzi la libertà di insegnamento verso temi localistici? Insomma, estendendo il modello delle regioni speciali si potrebbe incidere sui contenuti dell’identità culturale nazionale. Per le regioni speciali questo rischio è compensato dalla necessità di tutelare specifici aspetti di rilievo costituzionale, come la tutela delle minoranze linguistiche, che però sono assenti nelle altre regioni.

Il secondo aspetto critico riguarda l’opportunità di concedere alle regioni ordinarie maggiori poteri sulla scuola. Siamo sicuri che farebbero meglio dello Stato?  Pare significativo che scuole venete e lombarde attualmente gestite dal Ministero della pubblica istruzione siano fra le migliori del territorio nazionale, mentre la formazione professionale, gestita dalle due regioni, non brilla particolarmente (Bordignon in Lavoce.info). Per capire se le regioni hanno davvero una marcia in più sarebbe allora necessario che le intese indicassero i parametri di efficienza amministrativa e i criteri economici che giustificano la differenziazione. Nella parte di dettaglio delle intese, quella che ancora manca, dovrebbero essere spiegato perché la gestione regionale sia preferibile a quella statale.

 

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Un commento su “Federalismo scolastico?

  1. L’articolo di Andrea Filippetti ‘Istruzione non fa rima con devoluzione’ pubblicato il 14 giugno 2019 su Lavoce.info esprime dubbi ancora più pesanti.

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