Il (falso) nodo delle vicepresidenze e una possibile soluzione alternativa

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di Roberto Bin

Che la formazione del nuovo Governo si aggrovigli nel nodo delle vicepresidenze è davvero penoso. Da un lato è comprensibile che Zingaretti non voglia che il nuovo Governo duplichi la struttura di quello precedente con la sola sostituzione della figurina di Salvini con quella di un PD: discontinuità. Dall’altro è (psicologicamente) comprensibile che Di Maio non voglia subire un down grading perdendo il ruolo di vicepresidente sinora ricoperto: dignità.

Ma è più una questione di immagine che una questione reale. I vicepresidenti non sono affatto necessari. Si parla di “organi eventuali” che possono essere istituiti ma anche no. Sono stati istituiti in alcuni governi di coalizione per dare risalto al secondo partito di essa, mentre la presidenza veniva assegnata al primo partito. Così Mattarella è stato vice del Governo D’Alema, Fini di quello Berlusconi II, D’Alema e Rutelli del Prodi II. Però, sia chiaro, i vicepresidenti non servono a niente, solo alla visibilità politica.

C’è invece un altro organo “eventuale” che da tempo non viene più istituito, e invece potrebbe aver un senso: il Consiglio di Gabinetto. Esso riunisce, oltre al Presidente, i ministri chiave, non solo perché rappresentano le diverse componenti della maggioranza, ma anche perché sono quelli coinvolti nelle decisioni politiche fondamentali (si pensi al ministro dell’economia o a quello degli interni).

Istituire il Consiglio di Gabinetto potrebbe servire al Governo Conte II per mettere un po’ di ordine nella propria attività. Il Conte I si è distinto per una prassi abominevole, quella delle delibere strategiche (i decreti legge ma non solo) assunte in Consiglio di ministri “salvo intese” (vedi per es. la vicenda del “decreto crescita” narrata qui da Di Cosimo): con lo sconcio di sconfessioni plateali degli atti deliberati su cui sarebbero intervenute “manine” per sconvolgerne il contenuto. Se le decisioni strategiche fossero assunte in Consiglio di Gabinetto, il Consiglio dei ministri potrebbe finalmente ritornare a deliberare il testo definitivo della delibera, così come la Costituzione richiede.

I vicepresidenti, invece, non risolverebbero alcun problema di funzionalità del Governo: sono solo una questione di immagine, anche un po’ penosa. Così come penosa si annuncia la passerella del voto “della base” attraverso la Piattaforma Rousseau (sulla quale molti sono i commenti qui pubblicati, il più recente quello di Alessandro Morelli). Ai simpatizzanti iscritti alla Piattaforma verrà sottoposto il programma concordato con il PD,che però è ancora ignoto. Speriamo sia qualcosa di più dei 20 “punti programmatici” irrinunciabili presentati da Di Maio a Conte il 30 agosto: qualcosa simile più ad una letterina di Natale che a un programma di governo (che va – punto 2 – da “Una manovra equa: stop all’aumento Iva, salario minimo, taglio del cuneo fiscale, sburocratizzazione, famiglie, disabilità e emergenza abitativa”, a – punto 19 – “Tutela degli animali: misure per garantire il rispetto degli animali. Contrasto alle violenze e al maltrattamento, tutela della biodiversità e lotta al bracconaggio”), salvo poi premettere una clausola (1. “Taglio del numero dei parlamentari. Manca un solo voto per completare la riforma, che deve essere un obiettivo di questa legislatura e tra le priorità del calendario in aula”) che ovviamente non può essere accettata dal PD che ha sempre votato contro in tutte le tre precedenti votazioni nelle Camere. Incrociamo le dita.

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