Immigrazione, economia, diritti. Perché l’Europa fa la guerra alla Lega?

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di Claudio Tani  

E ora, dopo Carola, che si fa? La discussione pubblica sull’immigrazione non riesce a districarsi nella complessità del fenomeno, ove sono implicate questioni demografiche, economiche, sociali e di classe non sempre gradite sul piano della teoria e della pratica.

Il risultato politico dell’ambiguo confronto tra scontata retorica cosmopolita e sovranista esprime palesi contraddizioni e debolezze di politica estera, pregiudiziali ideologiche, interessi economici legati allo sfruttamento della manodopera a basso costo (gli “utili invasori” nel mondo sommerso dell’economia informale e del welfare invisibile) e mette a profitto una psicologia di massa impaurita dalla stagnazione secolare. Le soluzioni legislative e lo strumentario amministrativo di regolazione del fenomeno migratorio, va da sé, rispecchiano tale permanente ambiguità, che attiene anche al ruolo delle ONG chiamate, o autoproclamatesi a recuperare il volto buono dell’Occidente illuminato e dell’Europa in particolare e far dimenticare quello cattivo dell’imperialismo e del colonialismo.

La retorica del “aiutiamoli a casa loro” non fa i conti con la storia, ma soprattutto non fa i conti con il modello di  predazione ambientale – considerata ineluttabile per sostenere i livelli di consumo europei e occidentali – delle risorse dei paesi di provenienza delle migrazioni, di deterioramento e di squilibrio strutturale delle stesse economie locali di sussistenza, causato anche dalle condotte abusive, quasi mai sanzionate,  degli operatori economici europei in violazione di direttive, regolamenti e accordi.

E’ chiaro quindi che il problema politico, oggettivo e reale non è una discussione tra il bene e il male, tra le opposte ideologie della libertà senza frontiere e della muraglia sovranista, tra le ideologie dell’accoglienza e del respingimento, ma la sfida che le migrazioni di massa impongono, sfida che riguarda contemporaneamente il diritto naturale delle persone e gli ordinamenti civili delle società.

Per l’Italia in particolare il vero stato di eccezione, che da solo giustificherebbe una legislazione di emergenza, è quello occultato del rapporto tra immigrazione e contenimento dell’emigrazione dei giovani. Abbiamo fatto finta di dimenticare che da anni l’Istat ci aggiornava sul fatto che l’Italia è un paese che invecchia a vista d’occhio, che i nostri pochi giovani più istruiti o più intraprendenti emigrano (sono tutti migranti economici) a causa della stagnazione economica generale e che per la stessa ragione gli immigrati non sono attirati dall’Italia, considerato un paese di transito, cosicché la tendenza all’invecchiamento è ormai inarrestabile.

In materia di immigrazione l’ordinamento giuridico italiano vive in una specie di sospensione caratterizzata dall’accumularsi di misure straordinarie tendenti ad alzare sempre di più le ipotesi e la misura della punibilità, aumentando il numero di soggetti e le fattispecie punibili. Si assecondano le nostre comode abitudini mentali, facendoci persuasi da risposte facili a un problema complesso, che è quello che appunto si chiama populismo da qualunque parte provenga.

Una ragione alla base del fatto che il diritto si è fatto sempre più punitivo sta anche nello squilibrio demografico tra under trenta e over sessanta, nell’inversione del rapporto generazionale che ha cambiato gli assetti strutturali delle società occidentali e dell’Italia in particolare, mettendo in crisi anche gli assetti costituzionali.

Quando il ricambio generazionale è positivo e i fondamentali dell’economia seguono la tendenza, anche il diritto ne è positivamente influenzato. Se la situazione si inverte, nel breve periodo si tende alla difesa delle posizioni conquistate, ma se il saldo generazionale negativo si aggrava, l’istinto regressivo prende il sopravvento e la società si chiude all’espansione dei diritti. I costi dello stato sociale, già imputati di essere troppo alti, non sono considerati sufficienti a sopportare anche l’impatto dell’immigrazione.

Proprio in questo contesto la questione demografica dovrebbe essere al centro dell’azione di governo, perché da essa dipendono tutte le altre questioni riguardanti l’assetto economico, il rapporto tra capitale e lavoro, la struttura delle società e i diritti delle persone. Dalla risposta a tali questioni dipende anche la risposta al problema strettamente connesso dell’immigrazione, almeno alla scala nazionale.

Si pensi agli effetti macroeconomici del ricambio generazionale sempre più negativo. Dal punto di vista della domanda è noto che i giovani sono più interessati a beni ad alto contenuto tecnologico, i cosiddetti beni secondari, mentre gli anziani sono quasi esclusivamente consumatori di beni primari. Va da sé che il principale effetto negativo dello squilibrio generazionale è sulla contrazione del PIL, sull’accumulazione del capitale, perché senza una base sufficientemente ampia di popolazione giovane gli investimenti ne risentono, l’offerta e la domanda di lavoro sono compromesse e il reddito della popolazione nel suo insieme a sua volta diminuisce in termini reali, in un circolo vizioso dal quale è sempre più difficile uscire.

L’errore che, purtroppo, si ripete è che le risposte politiche sono state quasi sempre di redistribuzione a carico del bilancio pubblico, non di produzione di reddito e oltretutto inefficaci, discutibili, dannose non per i singoli pochi beneficiari, che nel breve periodo ne hanno avuto o ne avranno un po’ di sollievo, ma in termini di sistema. Non sono risposte di struttura alla crisi per l’assenza di una politica industriale di riconversione della struttura economica e produttiva orientata a favorire investimenti per produzioni destinate al mercato delle giovani generazioni e idonee ad agganciare la crescita, quando la recessione inizierà ad essere superata.

Il problema dell’Italia, che sarà un serio ostacolo per agganciare la ripresa, quando e se ci sarà, è che con la desertificazione economica e industriale causata dalla sequenza iniziata nel 1993, quando sono state collocate sul mercato ingenti partecipazioni azionarie in settori strategici – alimentare (SME) , bancario (COMIT e Banca di Roma), delle telecomunicazioni (Telecom Italia), come ingenti partecipazioni del Tesoro in IMI, ENI, ENEL –  la parabola del debito, che aveva avuto la premessa nel 1981 con il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia non si è mai arrestata. Sono deboli le basi stesse per pensare non a redistribuire, ma a produrre reddito. E un paese che non produce reddito, ma si limita a misure di mera redistribuzione, non può strutturalmente affrontare l’urto dell’immigrazione di massa.   

Le proposte più di moda, non per caso, sono reddito di cittadinanza, quale forma di variante del reddito di base (che non è un’idea di quel simpaticone di Bill Gates, perché l’idea di riconoscere forme di reddito di base risale alla fine del ‘700, sostenuta da filosofi ed economisti di diverso orientamento politico, da Stuart Mill su fino a Galbraith) e flat tax; quest’ultima sembra aver ceduto posizioni, ma con qualche temperamento comunque non esce di scena.

Quanto al reddito di cittadinanza, in Italia nessuno si è posto seriamente la domanda se è idoneo ad affrontare l’esclusione sociale in un sistema senza ricambio generazionale e quindi: 1) se è eticamente legittimo, 2) se è economicamente sostenibile, 3) se è politicamente attuabile e infine 4) se è socialmente accettabile l’idea stessa di un reddito slegato da qualsiasi forma di occupazione.

Per quanto riguarda la flat tax, anche nella versione più soft di sole tre aliquote, cominciamo col ribadire che il fisco senza una vera politica economica è un non senso anche dal punto di vista normativo, perché il fisco è parte integrante della politica economica e in grande parte la governa, influenzando il rapporto fra domanda e offerta.

La flat tax è anche in contrasto con il criterio di progressività (art. 53 della Cost.), che sostiene il rapporto tra capacità contributiva e legalità dell’imposizione, perché sostituisce il criterio di progressività, ossia di gradualità di aumento con l’aumentare del reddito, con il criterio di proporzionalità, ossia il mero rapporto fra grandezze.

In termini di sistema la conseguenza negativa più grave della flat tax è nell’erosione della base imponibile. Infatti se l’imposizione diretta non è commisurata ad alcun criterio di gradualità, la base imponibile si contrae, perché se via via che il reddito sale l’imposta è percentualmente sempre la stessa, tanto maggiore, e a tutto vantaggio dei ricchi, sarà la quota di reddito esentata dall’imposizione. Le risorse dello Stato per attuare qualsiasi tipo di politica economica saranno sempre meno e l’aumento della spesa sociale indotto dall’invecchiamento della popolazione assorbirà sempre di più le entrate, sottraendole agli investimenti produttivi in beni ad alto contenuto tecnologico, cioè a quelli propri dei giovani e ogni seria ipotesi di sviluppo sarà vanificata.

Viene alla luce così l’ipocrisia dei lamenti sull’evasione fiscale, la cui causa generativa primaria non è affatto criminale, ma è nella struttura di una società che non può riconoscere legittimità a un’imposizione fiscale eticamente e socialmente ingiusta, per di più improduttiva di servizi corrispondenti anche al valore del gettito effettivo.      

Il nesso tra questione demografica e immigrazione sinora si è accartocciato in due slogan: “aiutiamoli a casa loro” e “prima gli italiani”. Del primo si è già accennato all’inizio.

Il secondo è uno slogan apertamente sciovinista certo, ma non deve essere irriso perché ha una sua valenza non solo simbolica ma concreta, è una parola d’ordine evocativa di bisogni che per anni sono stati trascurati, quando sono stati abbandonati i diritti sociali che “costano” ed enfatizzati altri diritti a presunto “costo zero”.

Sembra che si sia dimenticato che anche il “diritto ad avere diritti” presuppone priorità e accurati bilanciamenti, per scongiurare squilibri “di classe” tra chi, non essendo in condizione di bisogno, può esercitare sia quelli che costano e sia quelli a costo zero e chi, invece deve assicurare prioritariamente la propria condizione, sociale e individuale, materiale.

In verità per la deriva negativa, una vera e propria agonia dei diritti sociali e dei diritti del lavoro, che incide direttamente anche nella definizione delle politiche sull’immigrazione, dobbiamo ringraziare l’Unione europea e soprattutto gli allievi modello dell’eurozona come l’Italia, che sono stati i più zelanti a dare forza e coerenza all’austerità fiscale, senza contropartita sociale, e alle riforme strutturali fin dall’inizio, dal Trattato di Roma (1957) in poi, includendo i trattati nella gerarchia delle fonti con uno status pari a quello delle norme costituzionali.

Il culmine della vittoria del modello mercantilista sul modello costituzionale è stato raggiunto con l’inclusione del fiscal compact in Costituzione e con la riforma costituzionale del 2012 (artt.81e 97 Cost.), convertendo la legge di bilancio da legge in senso solo formale, funzionalmente limitata a evitare l’approvazione di leggi senza copertura, in legge di diritto in senso sostanziale. Da quel momento lo Stato, attraverso una semplice variazione numerica (lo stanziamento), ha l’ultima parola perché, anche senza modificare il congegno normativo della legge di base, può variare il livello di impegno nei confronti del cittadino. In tal modo l’ultima parola spetterà sempre allo Stato, il quale, per di più con le limitazioni esterne (art.97.1 Cost.) “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”, farà dipendere da tale semplice variazione numerica il livello di impegno e di obbligo nei confronti della controparte cittadino-creditore.

Addio allo Stato sociale e contemporaneamente alla politica. Peraltro nessuna sorpresa, ma la conferma che nelle università dove hanno insegnato i padri politici italiani della riforma del 2012 il diritto costituzionale non è tenuto in gran conto.      

Il risultato è stato non soltanto quello di aver devitalizzato la nostra Costituzione economica, che non è più quella degli artt. 41, 42 e 43, ma anche, per questo tramite, di aver fatto perdere centralità all’art 4 della Costituzione.

Il vero volto dei trattati si è mostrato con la sistematica, progressiva destrutturazione di uno dei principi fondamentali, e il più significativo, della Costituzione, con la logica conseguenza che anche i diritti di libertà – anche quelli riguardanti gli immigrati – che da esso dipendono sono governati dalle stesse leggi economiche imposte dall’ideologia mercantilista dei trattati europei.

La risposta europea al problema dell’immigrazione, va da sé, è conforme a tale ideologia. Essa non si fonda sul diritto di libertà dello straniero immigrato perché, come gli altri diritti di libertà che la crisi dei diritti del lavoro ha colpito, è un diritto che costa e quindi soggiace alle leggi economiche dettate dall’ideologia mercantilista dei trattati che ha degradato il diritto al lavoro e i diritti del lavoro.

La conclusione delle sommarie considerazioni sinora svolte, a modesto avviso di chi scrive, è che sovranismi nazionali e sovranismo europeo non sono poi così contrapposti come ci fanno credere, perché anche sul problema dell’immigrazione condividono gli stessi interessi e la stessa visione.

La particolare posizione geografica dell’Italia, come quella della Grecia, la rende più esposta agli effetti mediatici del fenomeno migratorio, ma la sostanza non cambia. In fondo il problema principale dell’Europa è quello di poter contare su Governi che perseguano la “fusione per incorporazione” dei sovranismi nazionali in quello europeo, al di là della vuota retorica di quell’istituzione, semplicemente da eliminare, che è il Parlamento europeo. A questo fine, in buona sostanza, è servita la sostituzione del Governo MS5/Lega, con il Governo MS5/PD, non certo a far la guerra al rozzo estremismo sovranista della Lega, che ha solo favorito l’operazione.

Si vedranno quali saranno gli effetti reali, non propagandistici, della “condivisione” del vertice dei “volonterosi” in Libia fra i Ministri degli Interni, contro la

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Un commento su “Immigrazione, economia, diritti. Perché l’Europa fa la guerra alla Lega?

  1. Pur condividendo parte dell’analisi ed alcune valutazioni devo fare tre osservazioni critiche.

    1. Non sono convinto che la concatenazione delle cause e degli effetti parta dalla demografia per estendersi all’economia: all’inverso un’economia in crescita (attraverso precise riforme, dovute, dolorose e perciò da oltre 30 anni sempre rinviate) permetterebbe di migliorare radicalmente il dato demografico, sia favorendo le nascite, sia limitando l’emigrazione, sia creando risorse per coprire spese sociali fra cui quelle necessarie per l’accoglienza e l’integrazione degli immigranti. E tanto di più.

    2. Contesto il paragrafo sulle privatizzazioni dopo il 1993 che non sono state una rinuncia dello stato davanti all’ideologia liberista (neo-liberale) e alla globalizzazione, ma un passaggio dovuto (ma incompleto) di un’economia statalista, opaca ed inefficiente (con tutti i vizi tipici benché non esclusivamente italiani) in un’economia compatibile con il mercato comune e la competitiva in Europa e nel mondo. Basta guardarsi intorno, quello che sono stati capaci di fare quasi tutti gli altri paesi anche quelli che hanno aderito molto dopo l’Italia.

    3. Il giudizio più criticabile, più deludente, più imbarazzante da parte di un professionista come l’autore è però quello relativo all’inadempienza degli operatori italiani ai loro obblighi fiscali. L’evasione (italiana che è senza paragone con gli altri paesi europei simili) non è dovuta alla legittima resistenza a oneri troppo pesanti (è questa la tesi affermata nell’articolo), né prevalentemente la somma di idraulici e calzolai disonesti (è questo il sottinteso degli studiosi della materia), ma l’effetto cumulativo di una regolamentazione (intenzionalmente, cinicamente, colpevolmente) bizantina (complessa, confusa, incomprensibile, ingiusta), un’amministrazione fiscale e una giustizia amministrativa e penale inefficiente e la volontà non contrastata dei grandi operatori economici di eludere, evadere e spesso di defraudare il fisco nei modi più vergognosi, senza che vi sia né polizia né giudice né opinione pubblica che li denunci, fermi e punisca.

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