La tempesta perfetta Fino a quando si potrà continuare a navigare a vista?

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di Claudio Tani

Boris Johnson spietato. “Perderete persone care”. Tre parole che, nel loro cinismo, combinate con la spregiudicata teoria della cosiddetta “immunità di gregge”, colgono, senza tante perifrasi, una realtà che si sta affermando. Nessuno si sente di dichiarare apertamente e onestamente quali saranno gli effetti reali della pandemia esplosa in questi ultimi mesi. I governi rassicurano sugli sforzi dell’unità nazionale. La solidarietà internazionale è sempre sospesa nell’intreccio di interessi divergenti.

Le pandemie hanno sempre provocato effetti strutturali nella società e nelle istituzioni. Nell’economia e nel mercato del lavoro hanno prodotto riforme strutturali nei rapporti di produzione. La peste del ‘300, proveniente dal deserto del Gobi, al seguito delle rotte carovaniere dall’Asia, ridusse la popolazione europea del 30-45 % da 94 milioni nel 1300 a 68 milioni nel 1400 (si veda Walter Scheidel, La grande livellatrice, 2019, Il Mulino).

La spagnola del 1918 – 20 causò tra 50 e 100 milioni di morti, ma i suoi effetti si confusero con quelli della grande guerra. Le conseguenze politiche globali di quella catastrofica sommatoria (rivoluzione d’ottobre 1917, avvento del fascismo 1922 e del nazismo 1933, fine dell’isolazionismo americano) furono enormi e disegnarono un nuovo assetto internazionale, che fu superato con nuovi equilibri soltanto con la seconda guerra mondiale.

Tutti i governanti si affrettano a dire, come dopo ogni catastrofe, che “nulla sarà più come prima” senza chiarire, oltre la scontata retorica, “che cosa” non sarà più come prima. Non sappiamo a quale stadio si fermerà il nuovo morbo, ma la questione principale, oltre quella sanitaria, è quali sono le idee economiche che prevarranno negli Stati e nelle istituzioni internazionali, come l’Unione europea e se potranno aiutarci a capire se saranno in grado di orientare l’economia. In verità si tratta di prevedere dove il capitalismo, alla sua ennesima metamorfosi, deciderà di indirizzare l’economia in caduta libera o quasi.

Nelle società agrarie dopo le pandemie, proprio per la drastica riduzione della popolazione, la terra era diventata più abbondante rispetto alle necessità e la scarsità di manodopera produsse aumenti salariali e un aumento dei redditi, concorrendo per qualche decennio a ridurre le diseguaglianze, che comunque dopo qualche tempo si riprodussero, anche se su diversa scala poiché nel frattempo si erano creati assestamenti sociali e istituzioni giuridiche nuove, nel diritto pubblico e privato. Dopo le catastrofi del ventesimo secolo prevalse la politica del contenimento, accogliendo alcune istanze sociali dei movimenti politici che stavano mettendo in crisi la catena di comando del capitalismo classico. Nasceva lo Stato sociale. 

Oggi le società sono assai più complesse e sofisticate. L’informatica, i robot e le biotecnologie, la loro applicazione al lavoro, le concentrazioni dell’economia globale (che comunque non abbandonano le tradizionali forme di sfruttamento) non consentiranno una significativa redistribuzione delle risorse materiali paragonabile o analoga a quelle dei secoli passati. Anche negli scenari di morte più pessimisti non è probabile che la pandemia possa produrre una riduzione delle diseguaglianze di reddito e di ricchezza corrispondenti e men che meno una diversa articolazione della società con l’affermazione di nuove classi.

Il capitalismo ha dimostrato che nelle crisi ricostruisce sempre sé stesso su nuove fondamenta e anche questa volta sarà così, perché così è sempre avvenuto, con il concorso del capitale e del lavoro. Tuttavia, per riprendere Marx, l’economia, il capitale e il lavoro, oggi a maggior ragione date le dimensioni globali della crisi, non possono fare a meno del ruolo cruciale delle altre istituzioni.

La pandemia sta dimostrando che il capitale ha bisogno dello Stato in maniera organica e non una tantum, come invece l’ideologia dell’epoca che abbiamo appena attraversato ci ha imposto di credere, costringendoci anche a cambiare le costituzioni e facendo cadere ogni difesa della società nel suo insieme e non solo delle parti storicamente più deboli.

La pandemia ha reso soltanto chiaro ciò che da tempo agli osservatori attenti non era sfuggito. Non stiamo vivendo un ciclo, passato il quale tutto tornerà come prima, ma ciò non per ragioni morali o di riscoperta di solidarietà umana.

Il capitale, il lavoro e la sua rappresentanza, hanno certamente bisogno dello Stato e delle istituzioni sovranazionali, ma queste ultime sono paralizzate nei loro paradigmi ideologici. I patti di stabilità sono falliti e continuano, anche solo per inerzia, a produrre danni sociali incalcolabili. Siamo in una situazione che non fa giustizia né a Keynes e al suo ottimismo sulla tendenza della grande industria a socializzarsi, né a Reagan o alla Thatcher e alla loro fede nelle forze primordiali del capitalismo senza regole e del laisser faire (al quale Keynes non era per niente ostile), che in realtà ha sempre falsificato i veri valori e la vera posta in gioco.

La politica in questa situazione avrebbe un ruolo potente, ma è troppo “ignorante” e “servile”. Negli ultimi trent’anni la politica dell’Europa, di cui la politica italiana è stata zelante esecutrice, fino alla mortale capitolazione con la costituzionalizzazione del fiscal compact, ha applicato politiche conservatrici, contrarie alla crescita attraverso l’intervento pubblico, senza alcun riguardo per la disoccupazione, tutte a protezione dell’accumulazione, anche alterando il significato della globalizzazione (vedi Paolo Leon, Il capitalismo e lo Stato, 2014, Castelvecchi).   

Il problema dell’Europa appare in tutta la sua drammaticità. La pericolosità della situazione si sta manifestando nel senso che l’Europa, madre del diritto positivo, dello Stato sociale, del ben-essere, sta diventando pre-capitalistica. Gli Stati hanno ceduto il ruolo di orientamento della politica economica, difendono il proprio status quo, mentre il fatto, ricordato da Draghi, che i margini di una manovra puramente monetaria sono ridotti all’osso, conferma che da quel cappello non uscirà più niente.

La politica fiscale, già al limite della sopportabilità sociale, non potrà aiutare, anzi sarà sempre più in sofferenza, se restano i vincoli di bilancio e i parametri del patto di stabilità, per l’Italia rinforzati dalla catastrofica riforma degli artt. 81 e 97 della Costituzione. Quei vincoli non devono essere soltanto sospesi o allentati per il periodo, ad oggi non definibile, di uscita dall’emergenza sanitaria.  Ce ne dobbiamo liberare definitivamente. Siamo di fronte a una crisi esogena che ha investito frontalmente lo Stato sociale e il sistema dell’economia reale, che va incontro a una caduta del PIL fra -4/6%, previsione ancora provvisoria e che secondo le più pessimistiche (o realistiche?) previsioni potrebbe arrivare a – 10%.  

L’ideologia delle istituzioni europee, che pretende che gli unici valori che contano siano quelli misurabili in moneta, è un elemento inquinante e potrebbe servire sempre meno persino alla finanza, che al momento sembra l’unica a non risentire degli effetti della pandemia facendo ballare le borse con la speculazione. Alla fine vince sempre la finzione legale che le aziende (cioè l’economia reale) appartengono agli azionisti che ne fanno ciò che vogliono.

A proposito, Signora Lagarde, ci sono “adulti” nelle stanze della BCE? Già, ma i vertici della BCE, come quelli del MES e le loro strutture esecutive godono di totale irresponsabilità per ciò che fanno e dicono e nessuno potrà mai portarli davanti a un giudice per rispondere delle conseguenze dei loro atti e comportamenti.

I classici (Smith, Ricardo, Marx), indagando la specifica natura di ogni trasformazione del capitalismo, con il loro spiccato senso pratico (ce lo ricordava già nel lontano 1962 Joan Robinson, Ideologie e scienza economica, Biblioteca Sansoni, Firenze 1966), da scienziati evitavano di porsi falsi problemi, non si facevano scrupoli ad abbandonare le loro convinzioni teoriche se risultavano in contrasto con la realtà. Alle istituzioni europee e alla loro burocrazia, ai politici di oggi, cresciuti nel ragionieristico mito del patto di stabilità mancano sia le convinzioni teoriche, sia il senso pratico per un salto culturale, neanche poi particolarmente audace e nel bel mezzo della tempesta perfetta navigano a vista.

Forse, ma non è detto, alla fine il giurista, il difensore dello Stato di diritto, dei principi fondamentali della Costituzione sarà chiamato a rimuovere le macerie di una guerra senza quartiere ingaggiata contro lo Stato sociale e per prima cosa, dovrà dire chiaramente alla politica, se questa vorrà capire, che il primo lavoro da fare è eliminare la riforma del 2012, che ha fatto entrare l’Italia nel tunnel di uno stato di eccezione permanente.  

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