Rilanciare l’Europa partendo da pochi, ma uniti. C’è uno statista tra noi?

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di Glauco Nori

Quello che sta succedendo ha portato in primo piano problemi trascurati volutamente fino ad oggi. Delle ragioni, diventate evidenti, non vale la pena di parlare. Sono anche essi prodotti della globalizzazione, messa fino ad ora sotto esame per la sua incidenza sui rapporti che non richiedono movimenti materiali, in particolare quelli economici e finanziari. Si è rimasti sorpresi quando ne ha approfittato un virus sconosciuto la cui materialità, almeno oggi, sfugge ai controlli.

Per la soluzione l’unico dubbio è sull’entità del ritardo con il quale arriverà. La situazione era imprevedibile, almeno nella sua gravità: su questo sembrano alla fine tutti d’accordo. Proprio per la mancanza di precedenti, secondo i quali orientarsi, è ai fatti che ci si deve attenere anche a costo di sacrificare qualche principio, da recuperare quando ce ne saranno le condizioni.

Per renderli quanto più efficaci, ai rimedi avrebbe dovuto mettere mano un’entità con competenza territoriale corrispondente. Le capacità di reazione dei singoli Stati erano insufficienti già in via di principio. Agli Stati membri si sarebbe dovuta sostituire l’Unione con gli strumenti già disponibili. Se poi questi fossero stati insufficienti, dal momento che dal Trattato di Lisbona non si sono fatti passi avanti verso una maggiore concentrazione di poteri, si sarebbero quanto meno dovuto metterne in preparazione dei nuovi.

Alcuni degli Stati sorti dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica hanno visto a suo tempo nell’Unione la possibilità di sostegno alle proprie economie che, da sole, avrebbero incontrato difficoltà a risollevarsi. Era prevedibile che sarebbero stati gelosi della sovranità che avevano conquistato da poco. Per questo qualcuno suggerì che la loro ammissione fosse rinviata a dopo l’entrata in vigore della Costituzione dell’Unione, il cui testo era pronto. Ai Paesi membri, che non fossero stati favorevoli all’approvazione, sarebbe potuto sorgere qualche dubbio ad assumere la responsabilità di lasciare fuori dell’Unione i Paesi ex sovietici; questi sarebbero entrati in una struttura già in funzione, da prendere così come era. L’idea non ebbe successo e si è arrivati alla situazione attuale. Qualcuno dovrebbe domandarsi se ne sia valsa la pena.

Anche la Gran Bretagna ha considerato il suo ingresso nella Comunità, ancora non Unione, come un male necessario per superare le sue difficoltà del momento, ma da contenere nei limiti minimi. In fondo, la sua posizione si è mantenuta coerente: nell’ammissione dei nuovi Stati ha visto una diluizione dell’Unione che avrebbe reso più difficile l’aumento dei poteri centrali. Non va dimenticato che la Gran Bretagna aveva aderito all’EFTA, costituita in concorrenza con la Comunità. Un Governo avveduto, se veramente non pensava all’uscita, si sarebbe dovuto tenere lontano da un referendum il cui risultato era prevedibile solo che si fosse tenuto nel giusto conto l’orientamento dell’opinione pubblica, non solo degli elettori dei grandi centri.

Si potrebbe cominciare con l’accertare quali Paesi, non solo a parole, siano disposti a promuovere una Unione più stretta per arrivare alla posizione internazionale alla quale l’Unione dovrebbe aspirare.

Limitazioni ulteriori alla sovranità nazionale, come è evidente, saranno accettate solo in vista di utilità proporzionalmente maggiori. Questa condizione sembra che oggi ricorra per un certo numero di Stati nel settore sanitario. Sarebbe da cogliere l’occasione per almeno mettere in preparazione qualche cosa di più, per essere pronti di fronte a situazioni imprevedibili.

Gli Stati in prima fila nel panorama mondiale, Cina, India, Russia, Stati Uniti, si distinguono per il numero degli abitanti che, in quanto produttori e consumatori, incidono sulla struttura delle loro economie. Gli Stati dell’Unione Europea, presi singolarmente, non possono far valere il peso della popolazione e delle economie se non nella parte riferibile all’Unione.

Alla fine del secolo scorso si è verificato qualcosa di cui si sono apprezzati subito gli effetti pratici, ma non quelli definibili come culturali, per la cui maturazione i tempi sono più lunghi.

Oggi tra i rapporti che comportano movimenti materiali e quelli che coinvolgono valori astratti e informazioni, c’è una differenza radicale: per i secondi si dispone di mezzi che operano alla velocità vicina a quella della luce. Gli effetti sui tempi sono stati subito percepiti, meno quelli sui territori.

Che per comunicare con chi è a Singapore sia necessario solo qualche secondo in più rispetto a chi si trova al piano di sotto, comporta che la collocazione territoriale ha perso parte della sua rilevanza. Da un punto di vista empirico si potrebbe dire che si è realizzato un effetto dello spazio-tempo einsteiniano. Si è venuta a creare una specie di incoerenza territoriale tra alcuni rapporti, quelli di maggiore peso dal punto di vista economico, e il potere normativo dello Stato, nel senso che certi effetti si producono, con differenze di tempo praticamente irrilevanti, in territori diversi da quelli dove sono sorti, non importa quanto lontani.

Non doveva essere difficile prevedere che sarebbero stati ancora meno controllabili gli effetti provocati da fattori sconosciuti.

Per gli Stati membri ormai è arrivato il tempo di scegliere: se mantenere la sovranità nazionale nella misura attuale o concentrarla quanto più possibile, in ogni caso nei settori oggi nevralgici. In altre parole, se gli Stati vogliono evitare di lasciare non tutelati loro interessi vitali, debbono prendere in considerazione di rinunciare ad una parte delle loro sovranità per integrarla a livello superstatale.

La Cina e la Russia hanno avuto regimi centralizzati. L’India, una volta superato il problema religioso, per la sua struttura federale, ha potuto avvalersi dell’esperienza nell’impero britannico nel cui ambito si è formata la sua classe dirigente. L’origine culturale omogenea, anche se con sviluppi diversi, ha determinato la struttura degli Stati Uniti, con la particolarità che la loro cultura, di importazione, si è affermata neutralizzando quelle autoctone. L’Unione Europea, per avere in sede internazionale una posizione corrispondente alle sue culture ed alle sue economie, non dovrebbe tardare a darsi un nuovo assetto, cominciando dai settori nei quali la globalizzazione già opera.

Dove il territorio ha perso di rilievo, come nell’economia e nella finanza. l’integrazione è stata un effetto quasi automatico, anche se non programmato. Tra i più reattivi sono risultati gli Stati fondatori della CEE. Si erano trovati in condizioni più o meno precarie per gli effetti della guerra e le loro economie, anche grazie al Piano Marshall, si erano riprese in tempi analoghi. Gli sviluppi del sistema comunitario le avevano avvicinate ulteriormente, estendendone la interdipendenza. Alcune complicazioni sono venute fuori quando, per il successo della Comunità, hanno chiesto ed ottenuto l’ingresso Paesi con storie diverse, La moneta unica ha provocato una prima selezione; l’ammissione degli Stati ex sovietici ha fatto il resto. Questo, naturalmente, a grandi linee.

In questi giorni si è cominciato a ricordare qualche vicenda della quale non si parlava più. Quando, tempo a dietro, era stato fatto, la reazione era stata seccata.

E’ stata la Germania a provocare la seconda guerra mondiale. Si può dire “provocare” perché fu proprio sua, e del tutto autonoma, l’iniziativa. Alla Conferenza di pace la Germania non partecipò perché, come Stato, non esisteva più a seguito di “debellatio”. Fu per opera delle c.d.potenze vincitrici che si ricostituì, sia pure in due tronconi, e fu una di quelle potenze che nel 1950 propose la costituzione della Comunità Euorpea del Carbone e dell’Acciaio, per eliminare la ragioni che per ben due volte aveva provocato la guerra europea. Quando Kohl prese al volo la possibilità della riunificazione, ebbe l’appoggio economico incondizionato della Comunità. Nessuno, e da tempo, richiama come siano andati a finire i debiti della Germana per i danni prodotti dalla guerra.

Con questo non si vuole ritornare sull’argomento, ma non si può nemmeno dimenticarlo. La Germania, quando si oppone ad iniziative per cercare di rimediare ad una situazione, non provocata da nessuno degli Stati membri, non dovrebbe dimenticare il trattamento che ha avuto a proposito di danni di cui era stata causa. Non sembra che la storia possa essere divisa in periodi per farla ricominciare ogni volta da capo secondo le proprie convenienze.

Si dirà che non è opportuno e nemmeno elegante richiamare fatti così lontani; non lo è ugualmente che ci si dimentichi, quando si è chiamati alla collaborazione, dei tanti benefici ricevuti da coloro con i quali collaborare. Soprattutto non si dovrebbe dimenticare che i sostegni ricevuti sono quelli che hanno consentito alla Germania di arrivare alla posizione attuale, raggiunta, sia pure con suoi meriti, solo per le condizioni di partenza per le quali è stato decisiva la collaborazione concreta degli altri Stati.

Se non si vuole correre il rischio della dissoluzione dell’Unione, che molti temono, si dovrà cercare di andare al di là del Trattato di Lisbona.

Non sembra necessario soffermarsi sulle ragioni, già note, per le quali alcuni Stati, in particolare quelli Visegrad e la Polonia, non saranno disponibili ai passi avanti necessari. La situazione è tale che non ci si può aspettare che le loro condizioni interne evolvano in modo da far superare gli ostacoli attuali. Gli Stati interessati potranno ricorrere alla cooperazione rafforzata (art.20 TUE). Se, per qualunque ragione, non fosse possibile seguire questa via, si potrebbe pur sempre concludere un accordo internazionale parallelo, come è stato fatto in più di un’occasione, per inserirne poi le norme nei Trattati, quando ce ne saranno le condizioni.

E’ molto probabile, stando a qualche accenno che ogni tanto si sente, che si sosterrà che i Trattati non lo consentono.

Questo eventuale nuovo accordo, in quanto autonomo con la sua base sul diritto internazionale, non inciderebbe sulla struttura e sul funzionamento dell’Unione; realizzerebbe solo il coordinamento tra i contraenti per arrivare in alcune materie a posizioni unitarie, non in contrasto con le norme comunitarie dal momento che agli organi dell’Unione continuerebbero a partecipare i rappresentanti dei singoli Stati. D’altro canto non mancano precedenti di accordi fatti in vista della introduzione delle loro norme nei Trattati quando fossero maturate le condizioni. Nè sembra che dai Trattati si possa desumere il divieto di arrivare alle deliberazioni con una posizione comune.

Tra i Paesi di maggiore anzianità comunitaria non dovrebbe essere difficile arrivare ad accordi di questa natura, data la vicinanza dei loro interessi. Sarebbe probabilmente utile che gli Stati inizialmente fossero meno dei nove, richiesti dall’art. 20, ma con interessi più vicini, per arrivare ad una collaborazione così stretta da consentire alla compagine di assumere posizioni vigorose in sede internazionale. Vedendone gli effetti, gli altri Paesi membri, da una parte potrebbero essere stimolati ad aderire, perchè l’accordo sarebbe aperto, e dall’altra troverebbero una struttura già sperimentata, da accettare così come è.

Tempo a dietro, come si è accennato, era stato proposto che di questa possibilità almeno si discutesse. Forse per la relativa calma internazionale del momento non se ne fece nulla. Oggi se ne parla per fare fronte alle dfficoltà sanitarie. Se si fosse intervenuti per tempo, si sarebbe avuto a disposizione un mezzo già efficiente e con una capacità di impiego più ampia.

Torna alla mente una classificazione fatta tempo a dietro da chi della materia aveva esperienza. Nella scena politica gli attori sono di rango diverso: ci sono gli uomini, o donne, di partito, sensibili solo agli interessi elettorali contingenti; poi gli uomini, o donne, di governo, che mirano a realizzare il loro programma al meglio; infine gli uomini, o donne, di stato, che guardano agli interessi generali, al di là delle scadenze elettorali. Uomini e donne di stato in giro non se ne vedono. C’è, invece, chi è riuscito a far ripensare a quello che, diversi decenni fa, fu detto a proposito di un vicenda politica italiana: “il mio è mio perchè è mio; il tuo è mio perchè me lo prendo”. Non sarebbe male che si ricordasse in sede europea visto che si è arrivati teorizzare una figura giuridica piuttosto nuova: la responsabilità geografica.

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Un commento su “Rilanciare l’Europa partendo da pochi, ma uniti. C’è uno statista tra noi?

  1. Commento per l’importanza del tema, non perché spero convincere l’autore o la redazione.
    Faccio infatti fatica a comprendere l’articolo. L’epidemia almeno nella sua dimensione non era prevedibile? Una farmacista, mia moglie, ai primi segnali cinesi in gennaio diceva che ci stava aspettando uno tsunami ma che nessuno voleva rendersene conto. La capacità di reazione dei singoli stati sarebbe insufficiente, secondo l’autore, quindi servirebbe un’organizzazione più ampia. Giusto, ma esiste già, è l’OMS, ridotta a strumento per l’aiuto ai paesi poveri e alla quale numerosi stati non versano i contributi, rivelatasi clamorosamente inadeguata. L’autore sembra intendere invece l’UE per la quale propone una rifondazione. Solo che la sanità non è competenza trasferita dagli stati all’UE, ma dall’Italia alle regioni. Bisognerebbe almeno chiarire chi dovrà far parte del nuovo club, quale sarà il criterio di ammissione. Se si tratta di un tentativo dell’Italia di trovare partner per un’associazione solidale del debito, auguri! Nemmeno la Grecia parteciperebbe. Se si tratta invece di tornare indietro nel tempo, allora bisogna precisare da quando l’allargamento è stato troppo veloce, non più controllato. Era quando lo stimatissimo Romano Prodi era presidente delle Commissione. L’Italia allora ha perso lo statuto di beneficiario netto per diventare contributore netto. Infatti, non capii l’entusiasmo italiano di quell’epoca. Sarebbe senz’altro stato preferibile rinforzare la struttura decisionale dell’UE, cioè sostanzialmente imporre la decisione a maggioranza qualificata in numerose materie, creando quindi una forza di costrizione maggiore, ma riservando agli stati più grandi o a un numero sufficiente di paesi più piccoli un diritto di veto. Ma torniamo ancora più indietro, agli anni 50 per comprendere come la CEE è stata fondata, formalmente da sei stati, ma concretamente da un’intesa fra Francia e Germania alla quale alcuni altri hanno potuto aderire, alle condizioni dei primi. Per il Benelux la partecipazione era naturale, per l’Italia era una questione di orgoglio. Senza un’intesa profonda dei due soci protagonisti, l’Europa non esisterebbe e non sopravviverebbe. Andiamo avanti di altri 35/40 anni e pensiamo alla creazione della moneta unica che è stata il progetto più ambizioso e più rischioso dell’UE! L’Italia vi partecipa perché insisteva, prometteva e riusciva a convincere la Germania scettica per merito dell’appoggio della Francia la quale preferiva una Germania che conta diciamo un quarto piuttosto che la metà della zona monetaria e economica. Nei 20 anni dall’introduzione dell’euro tutti gli stati partecipanti hanno fatto grandi sforzi di convergenza fiscale, finanziaria e economica, condizione indispensabile per far funzionare la moneta unica a vantaggio di tutti e senza creare rischi sproporzionati e inutili a tutti. Che cos’ha fatto l’Italia? Non devo fare l’elenco dei governi (con poche eccezioni) euro-scettici, poi apertamente anti-europei, proseguendo politiche divergenti, a volte provocatorie, rivelatesi alla prova dei fatti pluri-fallimentari (2011 e 2018/19). L’Italia da almeno 20 anni cresce meno dei suoi partner, non ha nemmeno fatto in tempo per recuperare il terreno perduto con la crisi del debito facile di 12 anni fa e già si trova nella nuova crisi che rischia di rivelarsi più grave della precedente. La produttività già al minimo peggiora, l’inquadramento giuridico è pessimo, dalle leggi alla giustizia, a nessuno piace investire in paese dove niente è certo e le regole possono cambiare da un giorno all’altro. Le imprese spesso chiudono e si trasferiscono all’estero, quelle domestiche delocalizzano sempre di più. Veniamo alla situazione attuale! La crisi economica provocata dall’epidemia sarà più grave di quella del 2008/2011. Servono fondi pubblici ingenti per tener l’economia in moto e garantire i più esposti. E che cosa fa l’Italia? Chiede che una parte del suo nuovo indebitamento sia garantito solidalmente da tutti i partner dell’euro, senza condizioni. Cioè l’Italia che da 20 anni si è mostrata inefficace, incapace e inaffidabile vorrebbe ora che i governi degli altri stati convincano i loro elettori contribuenti a garantire con il loro reddito e con il loro patrimonio una parte del debito pubblico italiano che sarà invece speso secondo le preferenze degli elettori contribuenti italiani e dei loro governanti “eletti”. La clamorosa pretesa di assenza di condizioni ha il merito della franchezza: nessuno promette nulla, si riceve, si spende e basta. E come abbiamo speso finora? Due esempi emblematici: un letto in rianimazione in Italia costa due o tre volte l’equivalente tedesco e un km dell’AV fra Milano e Torino è costato, nonostante l’assenza di ostacoli e di gallerie 3,5 volte la media dell’infrastruttura equivalente del TGV in Francia. Dovremmo renderci conto che le condizioni non servono solo ai creditori e ai partner europei (solidali), ma anche ai residenti elettori e contribuenti italiani che garantiscono in ultima analisi con il loro patrimonio l’ingente indebitamento dello stato, anche una frazione di quello solidale. A ben vedere, non è nemmeno il debito pubblico è il problema più grave, è l’incapacità finora dimostrata di gestirlo, di adottare politiche fiscali coerenti, convergenti con gli altri stati e constanti nel tempo per invertire la tendenza e mostrare che nei prossimi decenni, in due o tre generazioni, è possibile controllare il debito e il rischio dei residenti garanti con il loro reddito e il loro patrimonio. La richiesta di solidarietà e il rifiuto di condizioni è una miscela esplosiva che rischia di creare importanti squilibri; è lo strumento perfetto per contagiare tutta l’europa con il virus politico, normativo e fiscale italiano. Il finanziamento europeo dovrebbe essere lungo termine, 50 anni, e l’Italia dovrebbe almeno mostrare quello che probabilmente sarà in grado di fare nei prossimi tre a sei anni. Ma quali sono le previsioni? A giudicare dai sondaggi non sono promettenti. Come possono i (cittadini elettori e contribuenti dei paesi) partner europei garantire debiti a favore di un paese economicamente e istituzionalmente debole, senza guida sicura, inadempiente da 20 anni e in procinto di affidare il governo a una triplice alleanza di destra populista (servirsi della maggioranza politica per elargire vantaggi alle clientele senza assumersi la responsabilità delle conseguenze) e anti-europea (…)? Per quanto riguarda la Guerra e le colpe della Germania nazista bisogna dire tutta la verità. Conosco molto bene la Germania. Dopo gli anni di piombo (Bader-Meinhoff e Monaco 1972), all’inizio degli anni 80, quel paese ha compiuto un grande lavoro di psicologia collettiva, rielaborando il trauma e la colpa prima rimossi dell’ideologia nefasta, della dittatura sanguinaria fondata sulla paura, delle devastazioni su tutto il continente e dell’inqualificabile olocausto. Non dimentichiamo però le colpe degli altri stati, all’inizio troppo tolleranti nei confronti degli abusi tedeschi, poi troppo deboli per contrastarli, ma soprattutto degli stati i quali sono stati per libera scelta e per opportunismo calcolato alleati della Germania, in qualche misura addirittura il suo modello, quindi altrettanto colpevoli. Lascerei stare la Guerra, contribuirei piuttosto al lavoro ancora da compiere in Italia di fare i conti con il ventennio e la sua indecorosa fine. Ancora oggi non è chiaro chi aveva ragione e chi aveva torto. Il regime prima anti-liberale, autoritario, nazional-socialista ante litteram, poi dittatoriale, guerrafondaio e distruttivo è stato rovesciato da una serie di circostanze ed attori, stranieri e locali, e sostituito da un governo provvisorio che in due anni ha compiuto un’opera incredibile, anzi irripetibile, la Costituzione repubblicana, alla redazione della quale numerosi gruppi e personalità hanno contribuito. Purtroppo è rimasta in gran parte una carta, dei principi formali inapplicati. Non garantisce né i cittadini (elettori) né i residenti stranieri (garanti con i precedenti del debito pubblico) né i partner europei (futuri garanti del debito solidale, e attraverso loro i loro cittadini e residenti sul loro patrimonio). Chi dovrà onorare gli impegni che prende il governo debole di oggi? La triplice alleanza di destra? Al nazionalismo di oggi manca finora solo la violenza di gruppi armati privati o pubblici deviati per tornare indietro di un secolo. I pieni poteri sono già stati invocati. E su queste premesse si chiede indebitamento solidale senza condizioni? O peggio, una nuova Europa? Ma siamo seri!

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