Una crisi (in)spiegabile e la strada del voto anticipato

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di Alessandro Lauro

Alla fine, la crisi è arrivata. Dopo settimane di venti minacciosi, la burrasca si abbatte sul sistema istituzionale italiano e il sentimento generale si muove fra lo sgomento, il fastidio e la rassegnazione. Sgomento perché si tratta di una crisi assurda; fastidio perché in realtà i motivi non sono né ignoti, né indecifrabili; rassegnazione perché la classe politica italiana non sa redimersi e continua a farsi trasportare dalle sue convenienze verso risultati incomprensibili.

L’assurdità di questa crisi sta almeno in tre ragioni.

Primo, avviene nel mezzo di una pandemia di inedita violenza e tragicità. Non serve spendere molte parole al riguardo: tutti abbiamo sofferto e soffriamo nelle nostre semi-reclusioni domestiche e conosciamo la situazione. La cosa che rende intollerabile questa crisi è che finalmente, all’orizzonte, si traguarda una speranza per tornare vaccinati (in tempi non brevissimi) ad una ritrovata normalità. Cosa c’è di meglio, per distruggere quel poco che resta di pazienza, che una crisi di governo?

Secondo, sicuramente il Governo è criticabile nella sua azione politica, come lo è e lo sarà qualunque Governo. Però due cose, per onestà intellettuale, vanno tenute presenti.

a) Nessun Esecutivo europeo è al momento in grado di sviluppare un indirizzo politico vero e proprio: tutti sono alle prese con la pandemia e gli sforzi delle Amministrazioni in carica (siano di destra, di sinistra o di centro) sono dirette al contenimento dei contagi e dei morti e al sostegno alle attività economiche colpite. E non è che le soluzioni siano molto diverse da uno Stato all’altro (e quindi abbiamo: confinamenti, ristori, organizzazione delle risposte sanitarie). Dunque non si vede cosa il Governo italiano avrebbe dovuto concretamente fare per evitare la crisi scatenata da una componente della maggioranza.

b) L’Italia non sta facendo “peggio” degli altri: tutti fanno sostanzialmente le stesse cose, con alti e bassi, fra difficoltà sistemiche proprie e ostacoli contingenti comuni a tutti. Anzi, forse si può dare atto che la risposta europea organizzata nei vari strumenti e programmi (SURE; Next Generation UE; sospensione del Patto di Stabilità) è una “conquista” dell’attività diplomatica italiana.

c) Terzo, si immagina il subentro di un “governo di unità nazionale” sostenuto da una coalizione trasversale, dopo che gli esempi di “unità nazionale” nel corso di questi mesi sono stati ben pochi, malgrado il tragico 2020. Il tutto fingendo che una simile trovata sia la soluzione per tutto e che basti mettere questa o quella illustre personalità a Palazzo Chigi per superare magicamente ogni impasse (se ricordiamo il Governo Monti, sappiamo bene che non è così). 

Ma dietro l’assurdità, si celano le ragioni politiche che la ragione non conosce (o vorrebbe non conoscere).

La prima: la crisi o la sua minaccia sono gli unici strumenti di cui un “partito” personale come Italia Viva ha a disposizione per conservare un minimo di visibilità mediatica (garantita da un sistema dell’informazione sempre affamato di pettegolezzi, “retroscena” e “toto-ministri”) e “rendersi protagonista” (come ha scritto Roberto Bin) della scena politica. Era così nel febbraio 2020 (al tempo la causa del contendere era la prescrizione), è così a quasi un anno di distanza. E non è del tutto chiaro su cosa si contenda davvero questa volta: problemi di metodo? Questioni di merito? Antipatie personali? Un amalgama di tutti e tre?

D’altra parte, in una situazione di sostanziale paralisi dell’indirizzo politico ordinario, il movimento di Renzi si è reso conto che il Ministero dell’Agricoltura e il Dipartimento delle Pari Opportunità non sono abbastanza “pesanti” per partecipare in maniera significativa alle decisioni più importanti prese dal Governo. E allora ecco il (solito) pomo della discordia: la partecipazione effettiva al potere. A ben vedere, infatti, i problemi di volta in volta sollevati – ancorché magari non irragionevoli nel merito – si rivelano strumentali: e così i super-commissari (prima fondamentali, anche per il Coronavirus) diventano insopportabili; le task-force irrinunciabili si trasformano in commissariamenti; le politiche dei “bonus”, un tempo insostituibili (si vedano i c.d. “80 euro”, il bonus cultura per i diciottenni, il bonus dei 500 euro per gli insegnanti ecc.), divengono un’insuperabile divergenza politica. E non parliamo dei parlamentari “transfughi”, a cui i governi della XVII legislatura tanto sono debitori.

La seconda: l’insofferenza di quella forza per l’alleanza con il Movimento Cinque Stelle. È chiaro che Renzi e i suoi si troverebbero molto più in sintonia a governare con Forza Italia e con un centro-destra moderato che non con i pentastellati. E difatti l’idea del “Governo di unità nazionale” consentirebbe proprio questo: allargare il peso di un “nuovo centro-centrodestra” di tendenza liberale alla guida del Paese e, in prospettiva, riorganizzare un polo che possa competere alle elezioni e diventare una sorta di ago della bilancia fra due potenziali blocchi (Partito Democratico e M5S da un lato; Lega e Fratelli d’Italia dall’altro). La frammentazione in vari corpuscoli (oltre a Forza Italia e Italia Viva, ricordiamo PiùEuropa, Azione ecc.) rischia infatti di condannarli tutti all’irrilevanza elettorale o quasi nel nuovo Parlamento a ranghi ridotti.

E veniamo qui all’ultimo punto, dove i giochi della politica si intrecciano con le regole costituzionali: cosa può o deve fare il Presidente della Repubblica in una situazione simile? Sciogliere anticipatamente le Camere o considerare la creazione di un Governo istituzionale?

In condizioni non pandemiche, la strada maestra – la sola via percorribile – dovrebbe essere sicuramente lo scioglimento anticipato. E questo perché il Parlamento italiano ha già avuto la possibilità di mutare Governo e indirizzo politico. Ha, cioè, esercitato pienamente il suo ruolo, senza subire automatismi in passato invocati, ma spesso contestati dalla dottrina (la fine, per qualsiasi causa, della maggioranza “vincitrice” delle elezioni – o del suo leader – avrebbe dovuto comportare l’ineluttabile ritorno alle urne). Dunque, il principio della sovranità parlamentare e della democrazia rappresentativa è stato fatto salvo. Ora, però, questo va bilanciato con l’altrettanto pregnante principio della sovranità popolare e della rappresentatività degli organi elettivi. Già pesantemente messa in dubbio a partire dalle elezioni europee del 2019 e dalle successive competizioni elettorali regionali e locali, la tendenziale rispondenza fra orientamenti del corpo elettorale e Parlamento non può essere ovviamente assicurata in maniera costante (le legislature durano cinque anni: art. 60 Cost.), ma nel momento in cui entrano in crisi due maggioranze (a composizione diversa) e sono nati nuovi gruppi parlamentari e schiere non trascurabili di eletti hanno abbandonato i partiti di origine, pare doveroso che spetti al corpo elettorale “arbitrare” la contesa politica.

Non va poi trascurata la circostanza che queste stesse Camere hanno approvato la riduzione del numero dei parlamentari, confermata dal referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020. Un motivo in più per ritenere che occorra lasciare agli elettori la possibilità di darsi nuovi rappresentanti secondo le proporzioni che la Costituzione oggi (piaccia o meno) prevede, con una legge elettorale quantomeno “infelice” (e la sua sospetta illegittimità, eventualmente, potrà essere a posteriori dichiarata dalla Corte), ma di certo applicabile dopo la definizione dei collegi avvenuta con il decreto legislativo n. 177 del 2020 .

La situazione epidemiologica è tale da rendere questo scenario irresponsabile? In realtà, il capo dello Stato potrebbe semplicemente fare leva sul controllo temporale dei suoi poteri, adottando il decreto di scioglimento in modo da garantire lo svolgimento delle elezioni nella tarda primavera del 2021 (il che significa, in base all’art. 61 Cost., attendere la fine del mese di marzo). A quel punto una parte della popolazione avrà già ricevuto il vaccino e le condizioni ambientali e climatiche “aiuteranno” il controllo dei casi. Nel mentre, il governo resterà in carica per gli affari correnti. Al più, se si ritenesse incongruo che l’attuale Esecutivo guidi la transizione, potrebbe essere sostituito da un governo tecnico (o misto, con una parziale e snella riconferma di alcuni attuali ministri) a cui venga affidato il precipuo compito di portare il Paese alle elezioni, con o senza fiducia da parte delle Camere.

La differenza con il fantomatico “governo di unità nazionale” sta proprio nel fatto che un governo elettorale – nato su impulso del Presidente – avrebbe come unico fine esistenziale e unico punto “programmatico” l’organizzazione del turno elettorale in completa sicurezza. L’ipotesi del “governo di unità nazionale” vorrebbe invece imporre al Capo dello Stato (che non agirebbe sua sponte) di nominare un governo tecnico o parzialmente tale con un programma ampio e un orizzonte di legislatura, sol perché i partiti non vogliono formalmente stringere accordi di coalizione fra loro, spogliandosi della loro responsabilità a governare (art. 49 Cost.), per poter poi dissociarsi di volta in volta su singole questioni (di nuovo l’esperienza del Governo Monti insegna).

Di fronte a una crisi di governo siffatta, assurda e meschina, il Presidente della Repubblica dovrebbe evitare di fare da sponda ad un sistema politico così destrutturato e convulso, obbligando  piuttosto le forze politiche a spiegare direttamente ai loro elettori le ragioni delle loro condotte.

l'immagine è de L'Espresso
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Un commento su “Una crisi (in)spiegabile e la strada del voto anticipato

  1. Il paradosso che emerge riflettendo su questa lucida analisi, è che l’autore della odierna crisi, irresponsabile e senza sbocchi, Matteo Renzi, è lo stesso che aveva proposto una riforma costituzionale discutibile, ma con una logica interna, vedi alla voce sfiducia costruttiva. Non si può certo dire dire che Renzi predica bene e razzola male, ma almeno che ha dimenticato le sue giuste idee.

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