Governo Draghi e sopravvivenza della politica. Parte II

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di Antonio D’Andrea

Quello guidato dal Presidente Draghi non sarà, come si dice con una volontaria imprecisione tecnico-giuridica (certo indotta dalla divulgazione che deve preoccuparsi della sostanza delle cose, alla portata di tutti), un Governo “propriamente” politico; ma è indiscutibile, guardando alla sua genesi, che sia il frutto di una iniziativa del Presidente Mattarella, che ha prodotto un serio impatto sul sistema politico nazionale  e sulle relazioni tra i gruppi operanti nella sede parlamentare. Da questo punto di osservazione, se l’obiettivo perseguito, non dico da Mattarella ma sicuramente da altri, era quello di rinviare l’appuntamento elettorale e così “liberarsi” di un Esecutivo del quale non si apprezzavano più né leadership né progetti (e che, almeno presso la Camera alta, non poteva contare, in verità più sulla base di “minacce” che non per fatti concludenti, su di un sostegno numericamente tranquillizzante), questo programma è stato colto in pieno.

Non si vuole esprimere nessuna valutazione, stando così le cose, sulla necessità di affrontare le note incombenti emergenze che attanagliano il nostro Paese, guidata autorevolmente – si dice al massimo livello ipotizzabile, come accade ogni qualvolta si guarda agli ambienti che ruotano intorno alla Banca d’Italia e persino, in questo caso, alla BCE – finalmente solida nei numeri necessari presso la Camera e il Senato, ben oltre la sufficiente  previsione costituzionale (quella mai mancata e anzi sempre confermata a proposito del Governo precedente). E neppure sembrerebbe sensato ragionare sui contenuti del programma del Governo illustrato dal Presidente Draghi (molto apprezzato con circonlocuzioni di piena soddisfazione a sottolineare il “cambio di passo” da parte di chi aveva investito sulla crisi ma non sulle elezioni anticipate) e su altre notazioni di mero contorno capaci di appagare il vouyerismo mediatico spesso confuso con un’analisi attenta delle vicende istituzionali (dall’applauso riservato dal personale di Palazzo Chigi al Presidente uscente, alla increspatura della voce del Presidente entrante; dall’enfasi per il sostegno da riservare al Presidente entrante al sentito apprezzamento da riconoscere al Presidente uscente).  Piuttosto mi sembrerebbe utile ricordare che il nuovo Governo è chiamato in ogni caso a fare i conti con un nuovo sistema politico rispetto a quello sin qui operante e già, come è noto, significativamente variato rispetto al voto politico di meno di tre anni fa.

 Il che significa che oggettivamente le “scelte” del Presidente Mattarella, cui tutti si sentono di prestare ossequio, hanno già prodotto un esito politico nuovo, i cui sviluppi tuttavia restano incerti e affidati, in fondo, non già all’orientamento, piaccia o meno, insostituibile del corpo elettorale (il Capo dello Stato ha spiegato la sua contrarietà al voto generale nel tempo della pandemia che tuttavia non dovrebbe produrre uno slittamento delle amministrazioni in scadenza naturale) ma alle contingenti strategie di forze politiche e gruppi (talvolta estemporanee aggregazioni) parlamentari che, al momento, applaudono e lodano i progetti esposti dal Presidente del Consiglio entrante.

La domanda ineludibile resta se l’indistinta “politicamente” ma doverosa maggioranza ispirata dall’amore per l’Italia, si troverà a poter difendere tutta insieme la “neutralità” delle politiche governative che verranno. Io non lo ritengo possibile e neppure probabile. Del resto la composizione del Governo, in attesa, della nomina dei vice-ministri e dei sottosegretari, è davvero frutto di scelte liberamente imputabili al nuovo Presidente del Consiglio? Se fosse davvero così, solo per fare qualche esempio, le donne che militano nel Partito democratico è a Draghi che dovrebbero indirizzare le loro proteste per essere state sottorappresentate nel suo Ministero e non già al loro segretario politico; egualmente il “rimaneggiamento” delle competenze dei dicasteri, in attesa dei provvedimenti normativi del caso, non sarebbe “frutto” di una esplicita richiesta di una forza politica ma espressione di una visione promossa sua sponte proprio del Presidente del Consiglio (mentre è a tutti noto che il sostegno all’Esecutivo entrante del M5S è stato “giocato”, almeno formalmente, sulla nomina del nuovo Ministro per la transizione ecologica, cui però occorre attribuire compiti che al momento restano divisi tra diversi ministeri). In sostanza la politica non solo non è morta nel nostro Paese (certo resta quella che è), anzi è attivamente al lavoro ma soprattutto mi pare possa contare sulla speciale sensibilità sia di chi adesso guida il Governo sia di chi ne ha promosso l’avvento.                     

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