Governo Draghi e sopravvivenza della politica. Parte III

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di Antonio D’Andrea

Che cosa è restato dopo il completamento della struttura dell’Esecutivo, a seguito della nomina dei viceministri e dei sottosegretari, del c.d. Governo del Presidente Matterella, autorevolmente guidato da Draghi? Ovviamente sarebbe del tutto prematuro ragionare delle scelte compiute da tale Ministero, in carica da troppo poco tempo, per constatare “continuità” piuttosto che “discontinuità” rispetto a quelle imputabili al precedente Governo Conte: in particolare con riguardo alle modalità per contrastare l’emergenza pandemica che, secondo Mattarella, rende sommamente inopportuno anticipare il voto generale e rinnovare la rappresentanza parlamentare, come pure si sarebbe potuto fare a rigore di logica in assenza di una dichiarata volontà delle forze politiche di dare vita in entrambe le Camere ad una “classica” maggioranza” (come accaduto con diversi “accoppiamenti” nel caso del I e del II Governo Conte).

Quanto alle modalità di distribuzione delle risorse europee, se giungeranno a destinazione, come tutto lascia intendere a maggior ragione con l’avvento di Draghi al vertice del Governo italiano, se ne valuterà la distribuzione al momento opportuno; così come pure potranno essere verificati i criteri posti alla base di quelle scelte. Sulla spinosa questione dei temi connessi alla c.d. giustizia, uno dei punti dolenti del precedente Governo (non considerando solo, in realtà, la gestione ministeriale, essendosi comunque manifestata in tante diversificate circostanze proprio nella sede parlamentare una maggioranza sia pure traballante), la nuova prestigiosa Ministra, con la nota e sperimentata abilità, si è limitata, al momento, a ragionare intorno al sacrosanto rispetto dei precetti costituzionali di base, nulla di più: processi, anche civili, da svolgersi in tempi rapidi ed effetto rieducativo della sanzione penale.

Resta tuttavia la sensazione che il forte stimolo presidenziale rivolto al Parlamento per superare “insieme” la crisi della precedente maggioranza “giallo-rossa” e la stessa disponibilità del Presidente del Consiglio Draghi a farsi carico dei gravosi compiti di governo del Paese in questo tempo così drammaticamente complicato abbiano, alla dura prova dei fatti, visto scemare qualsiasi carica innovativa che aveva indotto a parlare, con una certa enfasi, persino di un salvifico recupero pieno della portata letterale dell’art.92, secondo comma, Cost.

Come è noto tale scarna (e perciò elasticissima) disposizione relativa alla nomina del Governo prevede la individuazione – la nomina – da parte del Presidente della Repubblica del Presidente del Consiglio e su proposta di questi dei Ministri, niente di più. Tuttavia è evidente che in vista della fiducia parlamentare (“doppia” nel nostro ordinamento), richiesta egualmente, a maggioranza semplice e voto nominale, dall’art.94 Cost, sia la scelta del Presidente del Consiglio sia l’assetto della struttura governativa (incluse le deleghe per i ministri senza portafoglio e persino, la differente strutturazione dei dicasteri che sarebbe rimessa alla legge ancorché, come in questo caso, preannunciate con il decreto di nomina, sino alla individuazione dei sottosegretari), non possono essere fatte risalire all’esclusiva volontà del Capo dello Stato.

Per restare nella logica costituzionale, che non si ottiene isolando dal resto una specifica disposizione isolata, occorrerà inevitabilmente nominare alle cariche governative personalità se non direttamente espresse, almeno accettate dalle forze politiche e ancor più dai rispettivi gruppi parlamentari (in qualche caso potrebbe non esservi, come si sa e si è visto, coincidenza), così da ottenere il c.d. voto di investitura, che oltretutto non riguarda il solo Presidente del Consiglio: in effetti si vota il “blocco” governativo nella sua interezza in attesa del suo completo “arrangiamento”. Sono queste le ragioni, direi tecniche, che impongono, prima della formale nomina del Governo, lo svolgimento delle consultazioni presidenziali, più o meno articolate; il conferimento di mandati esplorativi piuttosto che di incarichi – da accettare con riserva – talvolta di prudenti preincarichi; e sono sempre queste le ragioni costituzionali che inducono a non considerare possibile che il Capo dello Stato si spinga a nominare un Governo che non sia in grado di ottenere la fiducia parlamentare e perciò costretto a rassegnare da subito le dimissioni, dopo comunque esser succeduto al precedente Esecutivo dimissionario (ma che almeno ab initio la fiducia parlamentare l’aveva ottenuta).

Quelle descritte sono in estrema sintesi le caratteristiche del sistema parlamentare prescelto dal nostro ordinamento, chiamato sempre a fare i conti con un certo sistema politico (non precostituito dal dettato costituzionale ma neppure orientabile in modo netto attraverso legittimi congegni elettorali); il che consiglia, quale che sia la ragione ordinamentale per la quale si debba provare a nominare un nuovo Governo, l’espletamento da parte del Capo dello Stato delle richiamate formalità sebbene non richieste espressamente dal dettato costituzionale e che, non a caso, sono nel tempo diventate vere e proprie consuetudini costituzionali.

Quello che va sottolineato, allora, è che la nomina del Governo Draghi, fortemente perseguita dal Presidente Mattarella senza alcuna ulteriore consultazione a conclusione del mandato esplorativo del Presidente Fico, non avrebbe consentito all’Esecutivo di poter agire nella pienezza dei suoi poteri senza il placet parlamentare che è stato, come è noto, “abbondante”. Allo stesso modo se si guarda alla scelta dei Ministri e a quella successiva delle altre figure di completamento della struttura governativa si comprende egualmente che il sostegno parlamentare di cui sopra è sembrato un “prezzo” giudicato accettabile dallo stesso Presidente del Consiglio per poter svolgere adeguatamente il suo ruolo. Ora, se per le forze politiche e gli stessi parlamentari che sostengono l’attuale Governo è inevitabile considerare anche, non voglio dire solo, un naturale impulso di sopravvivenza prima della inevitabile verifica elettorale spostata in avanti, l’investimento istituzionale compiuto dal Presidente Mattarella per il tramite del Presidente Draghi sulla effettiva capacità di riuscire con questo Esecutivo a ben governare il Paese, confidando sulla tenuta dell’attuale larga maggioranza, appare davvero molto rischioso, almeno quando sciogliere le Camere in tempo di pandemia, non essendo sicuramente in gioco niente di più del prestigio istituzionale di entrambi.  

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