La sospensione della Russia dal Consiglio d’Europa

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di Luana Leo*

Come ben risaputo, il Consiglio d’Europa ha deciso di sospendere, con effetto immediato, la Russia dai suoi diritti di rappresentanza nel Comitato dei Ministri e nell’Assemblea parlamentare, a causa dell’aggressione militare compiuta ai danni dell’Ucraina, reputata da tale organizzazione “una grave violazione del diritto internazionale”.

La decisione è stata assunta alla luce dell’art. 8 dello Statuto, in virtù del quale “ogni Membro del Consiglio d’Europa che contravvenga alle disposizioni dell’articolo 3, può essere sospeso dal diritto di rappresentanza e invitato dal Comitato dei Ministri a recedere nelle condizioni di cui all’articolo 7”. In particolare, l’art. 3 stabilisce che “ogni

Membro del Consiglio d’Europa riconosce il principio della preminenza del Diritto e il principio secondo il quale ogni persona soggetta alla sua giurisdizione deve godere dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Esso si obbliga a collaborare sinceramente e operosamente al perseguimento dello scopo definito nel capo I”, scopo che si sostanzia nell’attuare “un’unione più stretta fra i Membri per tutelare e promuovere gli ideali e i principi che sono loro comune patrimonio e per favorire il loro progresso economico e sociale”. Prima di meditare sulle conseguenze derivanti da tale azione, occorre accennare ai primordiali rapporti tra la Russia e il Consiglio d’Europa, la principale organizzazione di difesa dei diritti umani, democrazia e Stato di diritto.

La domanda di adesione della Russia al Consiglio d’Europa avviene in un clima pacifico: il 6 maggio 1992, il Ministro degli Esteri russo annuncia la volontà della Russia di seguire “la via dell’approfondimento delle realizzazioni della democrazia, della preminenza della legge, della democrazia pluralista, dei diritti e delle libertà dell’uomo”. 

Tuttavia, la Russia aderisce al Consiglio d’Europa solo nel 1996, dopo anni di travagliate trattative. I rapporti tra di essi sono contrassegnati da momenti di forte tensione: nel 1995, per via del primo conflitto in Cecenia, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) sospende l’esame della domanda di adesione della Russia. Nel corso del secondo conflitto, il medesimo organo adotta una serie di risoluzioni che condannano la condotta dell’esercito russo. In seguito, l’APCE sospende il diritto di voto della delegazione russa, a fronte del mancato rispetto della richiesta politica di cessare il fuoco; in tale circostanza, la stessa invita il Consiglio dei ministri a sospendere il diritto di rappresentanza del Paese presso il Consiglio d’Europa, provocando la reazione del Cremlino.

Le relazioni si sono inasprite anche in ragione del conflitto con la Georgia, insorto nel mese di agosto 2008. L’APCE, nella sua Risoluzione n. 1633 dell’ottobre del 2008, invita la Russia a rinunciare al riconoscimento dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, ravvisando in tale atto una violazione del diritto internazionale e dei principi statutari del Consiglio d’Europa.

È opportuno marcare la natura temporanea della misura adottata dal Comitato dei ministri nei giorni scorsi. Da ciò ne deriva che la Russia permane membro del Consiglio d’Europa e parte delle sue Convenzioni, tra cui la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU); parimenti, il giudice eletto alla Corte europea dei diritti dell’uomo a titolo della Federazione continua ad esaminare e ad esprimersi sui ricorsi presentati contro la Federazione russa.

Con tale decisione, il Consiglio d’Europa mira a non chiudere completamente i canali di comunicazione. In via generale, le tensioni tra la Russia e il Consiglio d’Europa prendono le mosse dalle periodiche controversie insorte tra la Russia ed altri Stati. Nel corso del tempo, l’organizzazione ha assunto un ruolo di mediazione, nella ferma convinzione che interrompere il dialogo con Mosca fosse controproducente.

Il 12 ottobre 2018, il Segretario generale del Consiglio d’Europa ammette che un’ipotetica uscita della Federazione russa rappresenterebbe “un enorme passo indietro per i diritti umani”. A seguito delle sanzioni introdotte nel 2014 ed inasprite nell’anno conseguente, i parlamentari russi perdono i loro diritti; pertanto, nel corso delle sessioni dell’Assemblea parlamentare, essi si limitano ad ascoltare, senza poter intervenire.

Da qui, la minaccia russa di uscire di scena, preoccupata di un’inaspettata estromissione.  

È interessante constatare come in tale occasione la Russia ponga l’accento sulla rilevanza dell’adesione al Consiglio d’Europa, quale garanzia dello spazio giuridico ed umanitario universale paneuropeo. A tale proposito, specifica attenzione meritano le dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo, certo del fatto che “l’adesione al Consiglio d’Europa sia più importante per la Russia di quanto lo sia per i Paesi europei la partecipazione russa al Consiglio”.

Giungendo ai giorni nostri, il conflitto tra Russia e Ucraina ha posto in discussione ogni certezza. La decisione del Consiglio d’Europa di privare i rappresentanti russi del diritto di partecipare al Comitato dei Ministri e all’Assemblea parlamentare è stata reputata dai media e dall’opinione pubblica “lieve”. Nell’ottica di quest’ultimi, le tristi scene derivanti da Kiev avrebbero dovuto indurre il Consiglio d’Europa ad adottare la sanzione massima, nonché l’espulsione. Un’azione del genere implica seri effetti, in primis un arretramento democratico. In tale fase storica, è fondamentale non trascurare la collaborazione prestata dalla Russia negli ultimi anni; d’altro canto, essa non hai mai posto in dubbio la legittimità del sistema europeo. Occorre considerare che nel momento in cui la Federazione russa ha avanzato la domanda di adesione al Consiglio d’Europa era cosciente delle conseguenze scaturenti da ciò (la supervisione del suo sistema democratico da parte del Comitato dei ministri e dell’Assemblea parlamentare). Un altro elemento significativo si coglie nella ratifica della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) da parte della medesima. Sotto tale profilo, si ricorda che il 16 maggio 2018, in occasione dell’8° Forum giuridico internazionale di San Pietroburgo, il Consiglio d’Europa ha organizzato in collaborazione con le autorità russe una discussione di alto livello intitolata “La Russia e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo: 20 anni insieme”.

Come espresso dalla stessa organizzazione, l’entrata in vigore della Convenzione europea in Russia (5 maggio 1998) ha segnato una nuova e importante tappa nella storia europea e russa, apportando benefici ad entrambe.

In definitiva, si ritiene che la sospensione della Federazione russa dal Consiglio d’Europa richieda maggiore riflessione. Una sua eventuale espulsione – a giudizio di chi scrive – arrecherebbe pregiudizi non soltanto alla stessa, ma a tutti gli Stati membri, finendo così per distruggere completamente quell’armonia a cui si è pervenuti in passato con notevole difficoltà. Allo stato attuale, urge accantonare le “colpe” e cercare, in tutti i modi possibili, di salvare il salvabile.

 

* Dottoranda di ricerca in Diritto Costituzionale nell’Università LUM Jean Monnet

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