{"id":3111,"date":"2017-08-15T22:30:42","date_gmt":"2017-08-15T20:30:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lacostituzione.info\/?p=3111"},"modified":"2018-01-03T10:18:36","modified_gmt":"2018-01-03T09:18:36","slug":"il-codice-di-condotta-per-le-ong-tra-terra-e-mare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lacostituzione.info\/index.php\/2017\/08\/15\/il-codice-di-condotta-per-le-ong-tra-terra-e-mare\/","title":{"rendered":"Il codice di condotta per le Ong &#8220;tra terra e mare&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>di <b>Alessio Rauti<\/b><\/p>\n<p>L\u2019attuale discussione sul codice di condotta per le ONG che operano nei salvataggi in mare dei migranti (c.d. attivit\u00e0 di Search and Rescue: \u201cSAR\u201d) sembra riattualizzare l\u2019antica contrapposizione, descritta da C. Schmitt, fra il nomos della terra e la libert\u00e0\/anomia del mare.<br \/>\n<!--more--><\/p>\n<p>Secondo tale prospettiva, il diritto, che \u00e8 ordinamento e localizzazione\u00bb (Ordnung und Ortung), \u00e8 per sua natura \u00abterraneo e riferito alla terra\u00bb, perch\u00e9 \u00e8 la terra a fornire misure e confini; essa ricompensa con giustizia e proporzione la semina e rende visibili le forme di potere. Il mare, invece, \u00abnon conosce un\u2019unit\u00e0 cos\u00ec evidente di spazio e diritto, di ordinamento e localizzazione\u00bb. In esso \u00abnon \u00e8 possibile seminare e neanche scavare linee rette\u00bb, perch\u00e9 \u00absulle onde tutto \u00e8 onda\u00bb.<\/p>\n<p>La conclusione sembrerebbe invero paradossale, se \u00e8 vero che l\u2019attivit\u00e0 delle ONG \u00e8 stata fin qui conformata a precise regole di diritto internazionale sul soccorso in mare ed \u00e8 costantemente monitorata; gli stessi sbarchi in Italia sono poi diretti dal centro operativo della Guardia costiera di Roma. Ma antichi fenomeni assumono oggi sembianze nuove, rispetto ai quali lo stesso diritto internazionale pare rimasto indietro ed il diritto dell\u2019Unione Europea rincorre ancora una volta gli egoismi degli Stati membri.<\/p>\n<p>I segni dei cambiamenti sono evidenti. Cos\u00ec, ad esempio, la regola del soccorso in mare risulta del tutto trasformata nella sua fisionomia tradizionale, perch\u00e9 qui non si tratta di soccorrere qualcuno e riportarlo a casa, ma salvare migliaia di migranti dal naufragio di popoli che fuggono, utilizzando un sistema delinquenziale organizzato, da un continente-polveriera e dalle prigioni libiche, in modo da portarli in un \u201cPaese sicuro\u201d. V\u2019\u00e8 sempre la necessit\u00e0 di una \u201cterra\u201d di approdo, di uno Stato disposto a consentire lo sbarco, mentre oggi gli stessi Paesi dell\u2019Unione minacciano la chiusura dei loro porti. Si aggiunga che ad essere interessato non \u00e8 solo il \u00abmare libero\u00bb, perch\u00e9 pi\u00f9 volte le imbarcazioni civili delle ONG hanno fatto ingresso nel mare territoriale libico per le attivit\u00e0 di soccorso. Pi\u00f9 in generale, poi, il \u00abmare libero\u00bb \u00e8 oggetto di contesa fra pietas e sfruttamento, perch\u00e9 in esso convivono il soccorritore e lo scafista, in un singolare intreccio che richiede un quadro ulteriore di regole e responsabilit\u00e0. Al centro di tale iniziativa \u2013 che peraltro era stata sollecitata anche da alcune ONG \u2013 vi sono pure le denunce di un presunto collegamento fra soccorritori e speculatori, provenienti da magistrati e componenti delle forze dell\u2019ordine.<\/p>\n<p>Qualcuno potrebbe affermare che all\u2019interno di tali questioni ogni giorno si ripropone in forme contemporanee l\u2019antico scontro fra Antigone e Creonte, fra i diritti dell\u2019umanit\u00e0 e lo scudo freddo della legge che non consentirebbe di dar pienamente corso all\u2019imperativo prioritario di salvare vite. In tal senso, alle estreme conseguenze, non mancherebbe chi \u00e8 disposto a ricordare che anche in passato \u2013 soprattutto nella seconda guerra mondiale \u2013 il senso di umanit\u00e0 ha giustificato azioni contra legem. Del resto, anche nell\u2019attuale quadro migratorio, vi sono ondate di migranti che si muovono dal cuore dell\u2019Africa verso l\u2019Europa per sfuggire a guerre o fame \u2013 o che cercano comunque un futuro \u2013 e che rischiano di essere trattenuti in Libia in condizioni disumane. Tuttavia, tale riduzione concettuale rischia di essere pericolosa, e non poco fallace, se non si tiene conto della ratio che anima lo stesso divieto legislativo sulla tratta di migranti, sotteso pur sempre da una prospettiva di difesa della dignit\u00e0 umana. E dunque, al netto degli egoismi nazionali, sembra calzante il richiamo ultimo del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, a non fornire alcun pretesto, anche se falso, di collaborazione con i trafficanti, proprio per difendere l\u2019interesse del pi\u00f9 debole. Ed \u00e8 significativo, accanto al monito sul dialogo e sull\u2019accoglienza, il contestuale richiamo alla logica della responsabilit\u00e0: \u00abResponsabilit\u00e0 verso chi soffre e chi fugge; responsabilit\u00e0 verso chi accoglie e porge la mano\u00bb.<\/p>\n<p>Semmai, in tale quadro l\u2019irresponsabilit\u00e0 complessiva grava sugli altri Paesi dell\u2019Unione Europea, che hanno reso un\u2019illusione il disegno di resettlement degli stessi rifugiati ed hanno bloccato con scellerati patti i profughi in Stati che non hanno firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati (si pensi alla Turchia, ma analoga condizione riguarda la Libia), mentre l\u2019Italia \u2013 salvo ciclici rigurgiti di razzismo \u2013 ha per molti versi e per lungo tempo dimostrato di avvicinarsi alle ragioni dell\u2019umanit\u00e0, specie attraverso il contributo dell\u2019associazionismo e al netto delle infiltrazioni criminali anche nella gestione della c.d. \u201cseconda accoglienza\u201d. Quest\u2019incapacit\u00e0 dell\u2019Unione sembra riemergere nelle premesse del Codice, in cui si afferma che \u00abl\u2019attivit\u00e0 di salvataggio non pu\u00f2 essere disgiunta da un percorso di accoglienza sostenibile e condiviso con altri Stati membri, conformemente al principio di solidariet\u00e0 di cui all\u2019art. 80 del TFUE\u00bb.<\/p>\n<p>In questo quadro, il vero problema risiede nelle conseguenze delle dinamiche criminali sull\u2019imperativo di localizzazione e ordine connesso alla \u201cterra\u201d, cui risulta connessa la rivendicazione statale di poter gestire i flussi di immigrazione e presidiare i soccorsi che si riverberano in precise responsabilit\u00e0 dello Stato stesso, ma anche la possibilit\u00e0 di predisporre strumenti idonei per una convivenza civile. Ogni Stato ne rivendica il diritto, sebbene il potere di decidere chi passa la frontiera non sia assoluto. Senza scomodare il sistema di protezione internazionale dell\u2019Unione Europea e la stessa Convenzione di Ginevra, la nostra stessa Costituzione, come noto, limita il potere statale di presidio delle frontiere e di controllo dei flussi, garantendo con un principio fondamentale il diritto di asilo, al punto che chi richiede tale protezione non pu\u00f2 essere espulso in attesa di definizione della propria domanda.<\/p>\n<p>E si pu\u00f2 anche legittimamente sostenere che, a differenza di quanto alacremente fatto per il codice di condotta per le ONG, la classe politica \u2013 compresa quella di sinistra \u2013 non abbia mai avuto la capacit\u00e0 di predisporre un vero piano organico (e non emergenziale) per l\u2019integrazione e l\u2019educazione alla convivenza (e per criteri pi\u00f9 inclusivi di accesso alla cittadinanza: si pensi all\u2019attuale limbo in cui versa il disegno di legge sullo ius soli, approvato nel 2015 dalla Camera nel 2015 ed ancora in discussione nel Senato). Tuttavia, deve ugualmente riconoscersi che lo Stato italiano \u00e8 da tempo, non senza ragione, allo stremo delle forze perch\u00e9 lasciato solo nell\u2019accoglienza, come attestano anche molte benemerite associazioni impegnate nella lotta contro la tratta dei migranti. \u00c8 difficile immaginare che l\u2019Italia possa continuare allo stesso modo e per sempre nel ruolo di Davide contro Golia, sostenendo con le sue sole forze il peso di un\u2019immigrazione strutturale, specie ove si pensi che tutte le imbarcazioni di soccorso delle ONG sembrano singolarmente avere come destinazione i soli porti italici. Sicch\u00e9, proprio al fine di ribadire il primato della dignit\u00e0 della persona umana contro ogni tentativo geopolitico di incentivare Stati pi\u00f9 o meno autoritari ad ingabbiare esodi strutturali con sistemi illiberali, \u00e8 evidente che per tutti \u2013 Stato, UE e ONG \u2013 deve valere il principio di responsabilit\u00e0, che richiede agli Stati soluzioni conformi al diritto internazionale, ma che impone pure alle ONG un dovere di collaborazione tutte le volte in cui si presta soccorso in mare e si chiama cos\u00ec uno Stato (quale?) a prendersi cura delle persone. Tale principio non cancella ovviamente gli slanci ideali, ma li riconnette ad un necessario bilanciamento di interessi condotto pur sempre alla luce del principio di dignit\u00e0 della persona umana.<\/p>\n<p>Se dunque, da un lato, nel codice di condotta riemerge un rigurgito della \u201cterra\u201d \u2013 e, in particolare, del diritto statale \u2013 esso assume un significato ora diverso e pi\u00f9 complesso. Lo dimostra, fra l\u2019altro, la positiva scelta di non blindare da subito il codice di condotta con la forza di legge, perch\u00e9 in una prima fase di attuazione esso non pu\u00f2 che essere uno strumento agile, aperto alla dialettica fra lo Stato e le ONG. Non a caso, in occasione della recente firma del codice da parte della ONG Mediterranee, sono state aggiunte alcune postille personalizzate, precisandosi fra l\u2019altro che tale organizzazione non accetter\u00e0 armi a bordo delle sue navi (pur permanendo l\u2019impegno ad avere ufficiali di polizia giudiziaria, se necessario).<\/p>\n<p>Firmando il codice, le ONG assumono ulteriori impegni, fra i quali quelli di: non entrare nelle acque libiche, salvo in situazioni di grave ed imminente pericolo che richiedano assistenza immediata, e di non ostacolare le attivit\u00e0 di salvataggio della guardia costiera libica; a rispettare l\u2019obbligo di non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali; non effettuare comunicazioni o inviare segnalazioni luminose per agevolare la partenza e l\u2019imbarco di natanti che trasportano migranti, fatte salve le comunicazioni necessarie nel corso di eventi SAR per preservare la sicurezza della vita in mare; fornire al competente Centro di coordinamento del soccorso in mare (d\u2019ora in poi, MRCC) le informazioni relative all\u2019idoneit\u00e0 tecnica (relativa alla nave, al suo equipaggiamento e all\u2019addestramento dell\u2019equipaggio) per le attivit\u00e0 di soccorso, ferma restando l\u2019applicazione delle disposizioni nazionali ed internazionali sulla sicurezza dei natanti e le altre condizioni tecniche previste; assicurare che, quando un caso di Save and Rescue avviene al di fuori di una zona di salvataggio ufficialmente istituita, il comandante della nave provveda immediatamente ad informare le autorit\u00e0 competenti degli Stati di bandiera, ai fini della sicurezza, e il MRCC competente per la pi\u00f9 vicina SRR, quale \u201cbetter able to assist\u201d (al riguardo si precisa, che la segnalazione allo Stato di bandiera rappresenta pi\u00f9 un impegno, mentre la notifica al competente MRCC richiama un obbligo vigente del diritto internazionale).<\/p>\n<p>Accanto poi all\u2019impegno di tenere costantemente aggiornati gli organi di coordinamento e gli Stati di bandiera, si segnala quello di non trasferire su altre navi le persone salvate: in questo modo, si introduce il principio generale secondo cui dopo l\u2019imbarco delle persone soccorse, le navi delle ONG dovrebbero, di norma, completare l\u2019operazione sbarcando le medesime in un porto sicuro sotto il coordinamento del competente MRCC, salvo le situazioni indicate dallo stesso codice di condotta. Tuttavia, sempre in occasione della firma della ONG Mediterranee, con una postilla finale si \u00e8 escluso tale impegno nel caso in cui il trasbordo fra navi sia diretto dalla MRCC di Roma. A ci\u00f2 si aggiunge, pi\u00f9 in generale, l\u2019impegno per le ONG di cooperare con l\u2019MRCC, eseguendo le sue istruzioni ed informandolo preventivamente di eventuali iniziative intraprese autonomamente perch\u00e9 ritenute necessarie ed urgenti.<\/p>\n<p>Tra gli aspetti pi\u00f9 controversi del Codice si annovera sicuramente la gi\u00e0 ricordata previsione della necessaria presenza delle ONG, per il tempo strettamente necessario e su richiesta delle Autorit\u00e0\u0300 italiane competenti, di funzionari di polizia giudiziaria affinch\u00e9 questi possano raccogliere informazioni e prove finalizzate alle indagini sul traffico di migranti e\/o la tratta di esseri umani, senza pregiudizio per lo svolgimento delle attivit\u00e0\u0300 umanitarie in corso. Il Codice contempera tale previsione con la necessit\u00e0 di rispettare (\u2026\u201cfatte salve\u201d\u2026) le norme internazionali relative, fra l\u2019altro, alla giurisdizione dello Stato di bandiera dell\u2019imbarcazione ed alle competenze del comandante, precisando che non dovr\u00e0 esservi alcuna interferenza dei funzionari di polizia. Il vero punctum dolens che ha indotto alcune ONG a non firmare il codice \u00e8 proprio l\u2019impegno ad avere persone armate a bordo, che violerebbe il c.d. principio di neutralit\u00e0 che caratterizza e condiziona alcune missioni umanitarie (si pensi a quella svolta da medici senza frontiere).<\/p>\n<p>In verit\u00e0, su questo punto, come gi\u00e0 ricordato, si sono aperti alcuni spiragli in occasione della firma dell\u2019ONG Mediterranee (in particolare, la nave Acquarius, in collaborazione con Msf). Si tratta di una logica di collaborazione essenziale da entrambe le parti. Lo stesso codice contempla l\u2019impegno ad una cooperazione leale con l\u2019Autorit\u00e0\u0300 di Pubblica Sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti, trasmettendo le pertinenti informazioni di interesse e almeno due ore prima i documenti che dovrebbero essere completati durante le fasi di soccorso e tragitto. Del resto, il salvataggio in mare produce effetti immediati, ma anche effetti mediati, che poi dovranno essere gestiti dal nomos della terra.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, poi, sembra sconsigliabile un netto rifiuto da parte delle ONG per la stessa priorit\u00e0 di salvataggio delle vite, visto che, in questo quadro di profonda crisi europea, si corre davvero il rischio di innescare reazioni eccessive, fino all\u2019ipotesi estrema di una chiusura generalizzata dei porti (basti pensare all\u2019atteggiamento di Malta e di altri partners europei), ci\u00f2 che invero renderebbe alla fine impossibile la stessa attivit\u00e0 di Save and Rescue. Piuttosto, occorre ottimizzare il principio di proporzionalit\u00e0, eliminando o temperando nel Codice tutte quelle previsioni che eccedono il c.d. \u201cminimo mezzo\u201d, ovvero che contemplano strumenti sovradimensionati. Ad esempio, dalla bozza iniziale del codice \u00e8 stato eliminato il divieto di ingresso nei porti italiani delle imbarcazioni delle ONG non firmatarie. Ma \u00e8 evidente che proprio la natura flessibile del codice potr\u00e0 indurre a successive modifiche in vista dell\u2019evoluzione del quadro generale. Comunque sia, ad oggi, oltre alla Sos Mediterranee, hanno firmato la Proactiva Open Arms, la Migrant offshore aid station (Moas) e Save the children.<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 invero nascondere come al fondo dell\u2019intera operazione vi sia il preciso scopo di limitare sensibilmente i flussi migratori, come dimostra l\u2019impegno per le ONG, previsto nel codice, di recuperare i mezzi di trasporto marittimi utilizzati dagli scafisti e la scelta del Governo di istituire entro settembre un MRCC direttamente in Libia. A ci\u00f2 si aggiunge un repentino e singolare cambio di rotta della posizione della Guardia costiera libica, che ha deciso di presidiare non solo le acque libiche ma anche di istituire una zona SAR che limita l\u2019accesso delle ONG nella porzione di mare internazionale adiacente. Di conseguenza, tre ONG (Medici senza frontiere, Sea Eye e Save the children) hanno deciso di sospendere temporaneamente le attivit\u00e0 di soccorso in mare per garantire la sicurezza del proprio equipaggio.<\/p>\n<p>Si vedr\u00e0 se l\u2019Italia e l\u2019Europa vorranno davvero non solo contenere flussi, ma anche individuare soluzioni, per nulla facili ma necessarie, rispettose della dignit\u00e0 delle persone e del diritto internazionale, a partire dalla gestione dei flussi in Libia e dalla necessit\u00e0 di rivedere le proprie legislazioni sull\u2019immigrazione per istituire efficaci canali di immigrazione legale. Perch\u00e9, come il passato insegna, non ogni mezzo capace di realizzare i fini politici di uno Stato sottrae un popolo al giudizio morale della storia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Alessio Rauti L\u2019attuale discussione sul codice di condotta per le ONG che operano nei salvataggi in mare dei migranti (c.d. attivit\u00e0 di Search and Rescue: \u201cSAR\u201d) sembra riattualizzare l\u2019antica contrapposizione, descritta da C. Schmitt, fra il nomos della terra e la libert\u00e0\/anomia del mare.<\/p>\n<div class='heateorSssClear'><\/div><div  class='heateor_sss_sharing_container heateor_sss_horizontal_sharing' data-heateor-sss-href='https:\/\/www.lacostituzione.info\/index.php\/2017\/08\/15\/il-codice-di-condotta-per-le-ong-tra-terra-e-mare\/'><div class='heateor_sss_sharing_title' style=\"font-weight:bold\" >Condividi!<\/div><div class=\"heateor_sss_sharing_ul\"><a aria-label=\"Facebook\" class=\"heateor_sss_facebook\" href=\"https:\/\/www.facebook.com\/sharer\/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.lacostituzione.info%2Findex.php%2F2017%2F08%2F15%2Fil-codice-di-condotta-per-le-ong-tra-terra-e-mare%2F\" title=\"Facebook\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\" style=\"font-size:32px!important;box-shadow:none;display:inline-block;vertical-align:middle\"><span class=\"heateor_sss_svg\" 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