I giudici contro Trump
oltre il voto del popolo

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di Davide Galliani

1.Una neonata soffre di serissimi problemi neurologici. Le possibilità di sopravvivenza sono pochissime. Non si riesce nemmeno ad immaginare cosa possa significare per i genitori. Angosce, paure, stress di ogni tipo. I medici del loro paese sono per una volta concordi. Nessuno è in grado di dare loro alcuna prospettiva positiva. Le speranze sono ridotte al lumicino. Infatti, le condizioni della piccola peggiorano di giorno in giorno. Come accade sempre più spesso, i due genitori nel loro dramma ne vivono un altro: sono letteralmente abbondonati dalle istituzioni, dallo Stato, non un politico che abbia dimostrato interesse. Poco avrebbe potuto fare, ma alzare l’attenzione della collettività su casi tragici a volte può fare miracoli. Niente, dalla politica solo porte sbattute in faccia, tranne qualche comprensione di facciata.

Ecco che, disperati, i due genitori decidono di fare da sé. Internet. Passano ore e ore davanti al pc. In pochi giorni, conoscono perfettamente quali sono gli ospedali al mondo che vengono definitivi all’avanguardia nel trattare il problema della loro bambina. Cosa fanno? Iniziano a mandare mail, a telefonare, a chiedere informazioni. Si apre in loro un piccolo bagliore di speranza. Le cliniche specializzate sono tutte negli Stati Uniti. Non sono molte, anche là, dove la ricerca medica è senza eguali al mondo, se ne contano solo tre in tutta la federazione. Nessuno dei medici dice loro di poter salvare la neonata, ma almeno si dichiarano disponibili a visitarla e, se talune analisi fossero positive, addirittura anche a tentare l’estremo tentativo, un’operazione rischiosissima, peraltro già tentata e riuscita in altri casi. Unico problema: i costi. Delle tre cliniche, solo una presenta costi umani: la famiglia non può comunque pensarci da sola, ma con qualche amico, parente, magari ancora internet non sarebbe impensabile provare a raccogliere il denaro necessario. E poi: chi non farebbe di tutto pur di tenere con sé la propria figlia di pochi mesi? A volte i miracoli accadono: riescono a raccogliere il denaro. In pochissimi giorni, mettono a posto i dettagli con la clinica, si fissano i giorni per le analisi e soprattutto si calendarizza entro pochissimo tempo la data dell’intervento. Manca solo una cosa: i biglietti dell’aereo. Nessun problema, in cinque minuti risolvono anche questo. Non si sono fermati davanti a niente, figurarsi ad un biglietto aereo. Il giorno dopo si recano in aeroporto, tutti e tre, con la tensione che li pervade, ma anche con quel briciolo di speranza che ha dato loro la possibilità di andare avanti a vivere.

2. Siamo in aeroporto. Causa le condizioni della piccola, loro non passano inosservati. Sembrano una clinica mobile. Riescono nonostante tutto a fare il check in. Ora non gli resta altro che attendere al gate. Vedono dalle enormi vetrate quello che probabilmente sarà il loro aereo della speranza. Lo vedono muoversi verso di loro, parcheggia proprio davanti a loro. Ad un certo punto, però, percepiscono che è successo qualcosa. Nel terminal c’è uno strano movimento. Sembra che tutti siano preoccupati. Eppure non sono scattate le misure antiterrorismo. La situazione è paradossale: tutti hanno paura, ma nessuno fa niente. Ci sono delle grida, gente che piange, ma nessuno fa niente. La polizia soprattutto sembra consolare la maggior parte delle persone che si lamentano, che arrivano anche a gettarsi a terra dal dolore. Cercano di informarsi, nessuno però dice loro cosa è successo.

Lo sguardo cade casualmente su di un televisore, acceso sulla CNN. La prima immagine che vedono è quella del nuovo Presidente degli Stati Uniti. La seconda è lo scorrere di una riga sotto il primo piano della faccia del sì nuovo ma già conosciuto Presidente. La riga scorre una volta e non fanno in tempo a leggerla tutta. Vedono solo di sfuggita il nome del loro paese. Attendono e riescono finalmente a leggere: è stato emanato un executive order in base al quale i cittadini provenienti da sette paesi non possono più entrare nel territorio degli Stati Uniti.

3. Per loro, la fine. Per noi, l’inizio. Lì, in quel terminal, nasce il diritto costituzionale moderno, quello che mette al centro dell’universo l’uomo in quanto tale, carne e ossa, che reclama diritti concreti e che di quelli astratti non sa cosa farsene. Ecco il problema: la nostra famiglia iraniana penserà che il Presidente degli Stati Uniti è stato comunque eletto dai cittadini americani (non proprio della maggioranza, ma accetteranno le magie della rappresentatività), oppure, avranno immediatamente e istintivamente un solo chiodo fisso, quello di rivolgersi ad un giudice? Non sanno che qualcuno a breve lo farà. Non possono sapere che il giudice farà giustizia, alla faccia della rappresentatività, peraltro sfogatasi nel web dicendo che i musulmani devono stare a casa loro. Di più: contro il giudice coraggioso ma in realtà solo giusto, proprio l’unto dalla democrazia si scaglia con una ferocia impressionante, addirittura non ne nomina nemmeno il nome. Lo chiama “quel cosiddetto giudice”. Staremo a vedere. Certo è che, una volta eletto, tutto si può dire rispetto al nuovo Presidente tranne che non abbia concretizzato al massimo il principio rappresentativo. In fondo, moltissimi come lui pensano che, in certi casi, la tortura potrebbe anche funzionare.

Quanto lavoro per i nostri giudici, quanta poca memoria storica abbiamo. Sono tutte cose che ci sono già passate sotto gli occhi, tutte cose che hanno la medesima logica, quella dei lager. I giudici però non c’erano o non avevano vita facile. Oggi ci sono e con loro un po’ di rigidità costituzionale ancora si intravede. Per quale motivo si continua a voler bilanciare un potere enorme, senza dubbio, quello dei giudici, con un potere pericoloso, quello della politica? Anche i giudici sbagliano, ovvio. Ma allora lavoriamo affinché lo facciamo sempre meno, per una maggiore trasparenza, per tenere insieme la procedura (massacrata come pochi oggi) e il merito. Smettiamola però con questa storia del governo dei giudici, poiché la nostra famiglia iraniana deve avere risposte. Non principi, non concetti, nati peraltro grazie a poche persone agiate e non certo alla massa di persone disperate che reclamano diritti concreti che i politici più disparati sottraggono loro.

4. Last but not least. Pensate se in quella famosa lista del nuovo Presidente degli Stati Uniti facesse la comparsa uno Stato membro del Consiglio d’Europa. Consiglierei a qualche bravo e cocciuto avvocato amante dei diritti umani di aprire una sede del proprio studio ad esempio ad Ankara. Tanto la fine della storia la possiamo già immaginare: i controlimiti, questa disgrazia, oramai alla prova di un clic, non riusciranno a prevalere rispetto alla potenza economica americana. Il politico non sa nemmeno cosa siano. Nessun giudice avrà il coraggio di attivarli. Nemmeno l’ultimo, dopo del quale rimarrebbe una sola cosa da fare: acquistare un biglietto andata e ritorno per Strasburgo.

Ecco che il giudice alsaziano, diplomatico di attitudine, ma a volte anche coraggioso, potrebbe lanciare un bel messaggio, che suona come quello da poco inviato agli Stati membri nel caso delle liste nere della CIA approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e passate indenni negli Stati membri. Il messaggio potrebbe suonare in questo modo: voi Stati, giudici compresi, parlate tanto di controlimiti, ma alla prova dei fatti non avete il coraggio di azionarli; noi, invece, che ci sentiamo sempre più giudici costituzionali europei, non aspettiamo altro e quindi vi condanniamo perché non avete fatto nulla per evitare che quello scempio contenuto nell’executive order fosse rispedito al mittente. Dato che di articoli della Convenzione ne viola una valanga, facciamo noi quello che voi non avete fatto. Tra l’altro, in questo modo riusciamo anche a dare una qualche speranza al progetto europeo, guarda caso quello senza il quale noi non avremmo nemmeno mai visto la luce. E che se non sbagliamo, è nato proprio sulle macerie delle più grandiose discriminazioni mai poste in essere nella storia dell’uomo, peraltro da uomini che avevano ottenuto la fiducia nei loro Parlamenti.

5. Se poi lo Stato nuovo immesso nella lista del Presidente statunitense fosse uno membro dell’Unione, si salvi chi può. Inimmaginabile? Fino ad un certo punto. L’origine della discriminazione, infatti, non è legata alla cittadinanza, ma alla religione. Lo ha perfettamente compreso il giudice federale degli Stati Uniti, che con pragmatico e anglosassone fair play si è limitato a dire che non esistono dati che possano associare il terrorismo con una religione. Non ci resta che attendere, con una convinzione. Che al peggio non c’è mai limite. E che la prima cosa alla quale tutti penseremo quando il peggio arriverà non sarà “è stato in fin dei conti eletto”, ma “speriamo in un giudice”.  Saremo tutti più modernamente costituzionali e avremmo appreso di esserlo proprio grazie a quello che ha tutto l’aspetto di essere il più incostituzionale Presidente di tutta la storia degli Stati Uniti. Anche il precedente aveva battuto qualche primato. Quanta nostalgia. Ma il popolo è il popolo. La democrazia è democrazia. La rappresentanza è rappresentanza. Per fortuna, però, una cosa ci rimarrà: un giudice. Saremo in balia della sua discrezione? Meglio di essere sotto l’arbitrio del politico. In questo secondo caso, dovremo attendere almeno quattro anni per sperare di cambiare qualcosa. Nel primo, un giudice umano lo si trova sempre.

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