Europa c. nazionalismo, ci si gioca la pace

di Roberto Bin

Settant’anni di pace non sono pochi, almeno non lo sono in quel continente europeo che è stato lacerato da guerre cicliche e devastanti, sommate a tumulti rivoluzioni e guerre civili. Da quando? Praticamente da sempre. Il merito di una pace lunga e – almeno sino a poco tempo fa – ben radicata nei paesi dell’Europa occidentale (perché in quella orientale ci si è massacrati nella ex-Jugoslavia e ancora lo si fa nel Donbass) sembrava un dato acquisito per sempre. E invece qualcosa si sta incrinando.

La causa non è soltanto la crisi dell’Unione europea, che male ha assorbito i colpi della crisi economica, della crisi greca e della Brexit. L’Unione europea ne ha superate diverse di crisi: ogni volta sembrava spacciata e invece ha trovato le forze e le vie per modificare la propria organizzazione e rilanciare il suo significato. Quello che fa preoccupare non è quindi che l’Unione europea sia sottoposta a critica e a richieste di riforme profonde: queste sono necessarie, nessuno può dubitarne.

È stato spettacolare il modo in cui sempre le istituzioni europee hanno saputo evolvere senza troppi strappi, non inseguendo precisi programmi, ma adattandosi alle possibilità che emergevano nei fatti. Non è stata la progettualità a guidare l’evoluzione istituzionale europea, perché nessun progetto ha preso la guida del processo. Ma forse, se questa è stata la forza e la prova di vitalità dell’Unione, ha però consentito ai “poteri forti”, cioè ai centri di potere economico e finanziario, di porsi come i punti fermi di coagulazione del sistema di governo europeo, sempre più appoggiato sugli interessi capitalistici. E questo è senz’altro il vero motivo di crisi dell’Unione europea, nelle cui politiche strati sempre più vasti di popolazione non riescono più a riconoscersi. La assoluta, incontrastabile libertà di circolazione di tutto ciò che interessa alle imprese ha progressivamente distrutto la base sociale e impedito la convergenza tra i lavoratori dei diversi comparti e dei diversi paesi. E l’immigrazione ha fatto il resto. “Proletari di tutto il mondo, unitevi” è lo slogan del Manifesto di Marx e Engels che compie quest’anno 170 anni, e mostra di aver perso ormai qualsiasi significato nell’Europa in cui è nato.

Ma neppure questo basterebbe a mettere in crisi irreversibile l’Europa. Il vero problema è invece il risorgente nazionalismo, è la “filosofia” di coloro che seguono lo slogan di Trump – “America first” – e lo coniugano con gli interessi del proprio paese. Provincialismo, rifiuto per la cultura e per il “diverso”, l’egoismo trionfante e l’arroganza di chi disprezza tutto ciò che si allontana dal proprio ombelico e dalla sottostante pancia. Sono i Salvini e i suoi “alleati” dell’Europa dell’Est: il “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca) e poi l’Austria, e poi le Repubbliche baltiche e quelle balcaniche. Ed ora anche la CSU.

L’Unione Cristiano-sociale è da sempre la consorella della CDU, il partito democristiano di Adenauer, Kohl e Merkel. L’unione tra i due partiti è stato l’asse portante della politica tedesca, ma anche il motore unitario dell’Europa. Ora la CSU ha messo in crisi l’alleanza politica minacciando di far saltare la maggioranza su cui si basa il Governo Merkel. Sta perciò ingrippando il motore europeo e forse anche spezzando l’Europa. La svolta è segnata a colpi di tweet, strumento apprezzatissimo dei nuovi barbari. Il nuovo premier della Baviera, Markus Söder, ha twittato che “la Germania non deve aspettare per sempre l’Europa ma deve agire indipendentemente”. In che senso? Nel senso di rafforzare i confine e espellere un po’ di immigrati. L’Asyltourismus deve finire: non ha la volgarità della “pacchia” di Salvini, ma il senso è quello. E già il collega di Salvini, il Ministro Seehofer, anch’egli della CSU, avanza proposte di espulsioni di massa. Ma in Germania, beati loro, c’è un Capo del Governo serio, che ha subito messo in riga Seehofer, opponendogli i limiti della sua competenza su decisioni di indirizzo politico. Beati loro che hanno un Presidente del Consiglio!

A nessuno interessa quanto il nuovo mood della destra europea mi disgusti, sono fatti miei. Ma il problema generale, che riguarda tutti, è che i vari Salvini europei, con i loro tweet e l’appello continuo alla pancia dei loro elettori, minacciano di distruggere l’Europa. Ne impediscono una riforma seria, estremamente necessaria, e ne nutrono l’implosione. In nome di cosa? Di un nazionalismo reazionario che, oggi come ieri, minaccia di far disperdere il principale risultato del processo d’integrazione europea: la pace.

Sovranità, debito pubblico e rispetto delle norme

di Glauco Nori

L’atmosfera politica si sta raffreddando, almeno così sembra. Si può tentare di mettere un po’ di ordine in quello che si è letto e sentito fino a poco fa per superare l’impressione che si voglia arrivare a una Costituzione à la carte, da interpretare nel modo più comodo al momento.

L’aspetto giuridico (quali sono i poteri e a chi competono) e quello che, per rendere l’idea, si potrebbe definire della discrezionalità (come i poteri sono stati esercitati) saranno tenuti distinti, partendo dal primo

C’è chi ha sostenuto che si sarebbe attentato alla sovranità. L’art.11 della Costituzione ne consente espressamente le limitazioni, in parità di condizioni con gli altri Stati, “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” (non va trascurata la maiuscola adottata nel testo).

La norma, come è risaputo, fu introdotta per consentire l’adesione all’ONU. In Assemblea fu proposto di riferire le limitazioni anche “alla unità dell’Europa”. Fu condivisa l’opposizione dell’on. Ruini: ”L’aspirazione alla unità europea è un principio italianissimo: pensatori italiani hanno messo in luce che l’Europa è per noi una seconda patria. E’ parso però che, anche in questo momento storico, un ordinamento internazionale può e deve andare anche oltre i confini dell’Europa”.

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L’arroganza di Salvini e la fermezza di Mattarella: una lezione di diritto costituzionale

di Roberto Bin

La sola idea che il leader di un partito politico che ha ottenuto il 17% dei voti nelle ultime elezioni possa affermare pubblicamente che il Presidente della Repubblica deve nominare ministro colui che a lui piace, perché lui rappresenta la volontà popolare, è aberrante.

Lo ha ben spiegato Chessa in questo giornale: la nomina dei ministri è un’attribuzione del Presidente della Repubblica, che la esercita su proposta dell’esponente che lui ha incaricato di formare il Governo; tra i due ci dev’essere collaborazione, nel senso che – come del resto è sempre avvenuto – se il Presidente della Repubblica non accetta il nome proposto dall’incaricato spetterà a questi fare una seconda proposta. Punto. Alla luce di questa premessa possiamo giudicare il comportamento dei diversi soggetti coinvolti nelle vicende di queste ore.

Primo: il prof. Conte ha mostrato di non essere in grado di guidare un bel niente. Se avesse un minimo di consapevolezza del ruolo che deve svolgere il capo del Governo, non si sarebbe comportato come il mero esecutore del supposto “contratto” tra i due partiti di maggioranza. Il grande clamore attorno a questo accordo politico, che ha ben poco spessore e indica solo vagamente le linee di azione del Governo, sembra del tutto spropositato: presentarsi come suo fedele esecutore è semplicemente ridicolo, del tutto inappropriato rispetto anche ai compiti che al Presidente del Consiglio sono assegnati dalla Costituzione. Che si sia presentato da Mattarella senza una sua proposta alternativa su chi mettere a capo dell’economia italiana dimostra che la sua caratura politica è zero, e la sua preparazione in materia costituzionale altrettanto.

Secondo: l’arroganza di Salvini è insopportabile. Se questo avrebbe dovuto essere il “governo del cambiamento”, allora il cambiamento sarebbe consistito nella più sfacciata affermazione dell’asservimento delle istituzioni ai partiti politici. Questi sono delle semplici associazione private non riconosciute: in quale veste possono pensare di dettare direttamente le scelte a cui devono soggiacere le massime autorità dello Stato costituzionale? Perché hanno vinto le elezioni? Se anche fosse vero, ciò nonostante in uno Stato di diritto la politica non entra direttamente sulla scena costituzionale: forma gli organi parlamentari e suggerisce al Presidente della Repubblica il candidato alla guida del Governo, influenzerà le scelte della maggioranza e tramite i suoi parlamentari controllerà l’attività del Governo. Ma non le è concesso di imporre direttamente e prepotentemente un bel niente.

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8, 5, 2: un modo per incidere concretamente sulla vita della comunità

di Antonio Ramenghi

E’ tempo di dichiarazione dei redditi. Non felicissimo. Per nessuno. Pagare le tasse, a questi livelli, non è proprio un piacere, ma resta un dovere per tutti, se proprio non si vuol dire come sosteneva il compianto ministro Tommaso Padoa Schioppa, che pagare le tasse è bello… Nel compiere questo bel dovere abbiamo la possibilità di scegliere come finalizzare parte della nostra contribuzione. Un modo per incidere, ciascuno con una quota del proprio reddito, sulla vita della comunità nazionale e locale, esercitando tutte e tre le opzioni relativamente alla destinazione dell’8, del 5, del 2 per mille del reddito.

Tre opzioni che non tutti esercitano. Ed è a mio parere un errore, perché in questo modo si rinuncia a esprimere il proprio pensiero e a sostenere concretamente realtà importanti che riguardano il credo religioso, la ricerca scientifica, la difesa del territorio e dei beni artistici e culturali, la galassia del volontariato e le organizzazioni che si occupano di medicina e cura, di assistenza e prevenzione, l’organizzazione politica che si esprime nei partiti. Sono convinto che se tutti esercitassero queste tre opzioni, le cose andrebbero meglio su molti fronti.

Nei modelli predisposti per la dichiarazione dei redditi le possibili opzioni per la destinazione dell’8, del 5 e del 2 per mille sono in larga misura indicate. Può essere utile ricordarle  nel dettaglio, rinviando al link dell’agenzia delle entrate per il lungo elenco dei destinatari del 5 per mille. Qui sotto sono indicati i codici di ciascun partito politico che non sono riportati nei modelli. Anche il 2 per mille è importante e, come descritto il un precedente articolo, sono ancora pochi i cittadini che se ne servono per sostenere il proprio partito.

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La strage silenziata

di Antonio Ramenghi

Sono 154, da inizio anno a oggi 5 aprile, i morti sul lavoro in Italia. Lo scorso anno, nello stesso periodo, furono 113. Da qualche anno le cosiddette “morti bianche” sono in crescita. Ben più del pil… Ma poco se ne parla: qualche titolo sui Tg e sui giornali, raramente in apertura, qualche intervista a colleghi, parenti delle vittime, qualche voce di sindacalisti locali. E amen, rip, e si passa ad altro.

Rarissimo ascoltare la voce di un politico che prenda magari qualche impegno preciso per combattere seriamente contro questa strage che ogni anno, più o meno, colpisce oltre mille lavoratori mentre stanno compiendo il proprio lavoro che deve dare dignità, reddito e serenità alle famiglie e che invece si trasforma in tragedia.

La sacra scrittura quando parla di Adamo cacciato dal paradiso terrestre per il suo peccato, e avviato a una vita di lavoro “guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte” (Libro della Genesi 3, 14-19) mica dice che con il sudore della tua fronte guadagnerai un loculo al cimitero.

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Oggi l’Italia celebra la prima Giornata dei Giusti dell’umanità

di Marta Stroppa

Oggi, 6 marzo 2018, l’Italia celebra per la prima volta la Giornata in memoria dei Giusti dell’umanità. Istituita dal Parlamento Italiano il 7 Dicembre dello scorso anno con la Legge n. 212/2017, tale ricorrenza offre una preziosa occasione per approfondire il tema della memoria del Bene e per rafforzare l’impegno comune contro ogni forma di violenza, intolleranza e razzismo.

L’intento di questa Giornata – promossa originariamente a livello internazionale dal Parlamento Europeo su proposta dell’associazione Gariwo, la foresta dei Giusti – è quello di valorizzare le storie di figure esemplari che, nei momenti più bui dell’umanità, si sono assunti una responsabilità personale nei confronti del male, difendendo la libertà e la dignità umana anche a costo della propria vita.

Ricordare le storie dei Giusti  è fondamentale per difendere e rafforzare i valori chiave di una società democratica sanciti nella nostra Costituzione. Ci ricorda che è sempre possibile resistere al male e che ognuno di noi, nel suo piccolo, può essere portatore di Bene. Spesso infatti i Giusti non sono santi o eroi, ma persone comuni che ad un certo punto della loro vita hanno agito in difesa degli altri. Essi rappresentano un esempio di civiltà e umanità a cui ispirarsi.

Questo messaggio assume un significato ancora più importante di fronte alla crisi morale e politica che l’Italia e la comunità internazionale intera stanno vivendo in questa fase storica. Oggi infatti assistiamo alla nascita di nuove culture d’odio e di violenza, all’ascesa dei nazionalismi e all’affermazione del razzismo in ogni parte del globo. In un mondo sempre più pericoloso, risulta necessario promuovere la diplomazia del bene, basata sul dialogo e sulla memoria. In questo senso, i Giusti diventano punti di riferimento per l’intera umanità.

È quindi di particolare rilevanza che il nostro sia stato il primo Paese ad aderire ufficialmente alla Giornata istituita il 10 maggio 2012 dal Parlamento Europeo in onore dei Giusti. Ciò infatti rappresenta un importante messaggio di civiltà che il nostro Paese lancia non solo all’Europa, ma al mondo intero.

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Che campagna
sgangherata

di Antonio Ramenghi

C’è un aggettivo che qualifica la campagna elettorale in corso. Ed è sgangherato/a che secondo l’enciclopedia Treccani significa: 1. a. Divelto dai gangheri; b. Per estens., sconquassato, sfasciato, che non sta più insieme; anche con riferimento a persone, trasandato, sgraziato. 2. fig. Mal connesso, vacillante, scomposto, sguaiato, sgradevole a sentirsi. Lo spettacolo offerto da partiti ed esponenti politici forse non è mai stato tanto sgangherato e certamente non aiuta a convincere gli elettori indecisi, che sono ancora tanti, a recarsi alle urne il 4 di marzo.

Sono sgangherati i programmi, divelti dai gangheri fissati con il deposito del programma elettorale (con tanto di firma autenticata dal notaio del capo della formazione politica), come previsto dalla legge del 3 novembre 2017, n. 165, dove si dice che: Contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati depositano il programma elettorale, nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica.

Se si leggono i programmi depositati e li si confronta con le dichiarazioni di molti candidati ed esponenti politici, si scopre che parecchie promesse, oggi sbandierate ai quattro venti, non figurano in quei programmi. A cosa e a chi credere allora? E il non rispetto di quei programmi depositati che cosa comporta per gli inadempienti? Quell’atto ha qualche valore giuridico oltre che politico o si tratta di parole (pur nero su bianco) buttate al vento?

Sono sgangerate le candidature, non solo per la schiera di impresentabili, mai così folta, ma soprattutto per i provvedimenti che alcuni partiti hanno preso nel rispetto dei propri statuti: espulsione di candidati e successiva pretesa di rinuncia alla candidatura e, dopo il voto, alla eventuale elezione. Una operazione praticamente impossibile se l’espulso non è d’accordo e storicamente assai laboriosa e lunga nel caso l’espulso consenta alla propria estromissione dal Parlamento, come ha ben spiegato in queste pagine Giovanni Piccirilli.

Sono sgangherate le coalizioni, sia a destra come a sinistra. Che il centrodestra di Berlusconi, Salvini, Meloni sia un amalgama assai poco riuscito, ormai è cronaca quotidiana. Divisi come sono non solo per quel che riguarda la scelta del candidato premier ma anche per quanto prefigurato sull’eventuale formazione di un governo, tra chi ipotizza larghe intese e chi le nega. Anche nel centrosinistra oltre a una non velata discordanza sul futuro premier (Renzi o Gentiloni?), si registra sempre più forte la divisione tra chi non vuole larghe intese con il centrodestra e chi appare assai più propenso nell’eventualità che queste consentano un governo stabile.

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Addio al diritto
alla salute?

                                         di Giovanni De Plato

A 40 anni dalla riforma sanitaria c’è poco da festeggiare e molto da rilanciare. Il direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri è convinto che gli interessi delle aziende farmaceutiche siano riusciti a seppellire la cultura della prevenzione e con essa il diritto alla salute degli italiani. Silvio Garattini, uno dei pochi grandi scienziati del nostro paese, ha speso la sua vita a diffondere il sapere scientifico, basato sulle evidenze della ricerca e delle sperimentazioni. Questo suo impegno sociale lo ha portato a divulgare che educazione- promozione-prevenzione sono potenti strumenti di produzione della salute. Ha cercato di incrementare la cultura scientifica delle persone ma, all’età dei suoi splendidi 90 anni, Garattini ha dovuto riconoscere che questa sfida è stata persa e che gli scienziati non sono riusciti a mettere in crisi il potere di chi sostiene che tutto si può risolvere e curare con le medicine.

Il farmaco come panacea di ogni disagio e male viene asserito, pur sapendo che così si allarga il consumo ingiustificato, si moltiplicano prestazioni non appropriate o inefficaci e si fa lievitare la spesa, rendendo insostenibile il costo della sanità pubblica. La politica del farmaco per sani e malati, per neonati e anziani, per tutti e per ogni evenienza nega di fatto il valore della prevenzione e degli stili di vita salutari. La politica che la salute è un bene comune non riducibile a merce da libero mercato, purtroppo è carente e sempre più inadeguata.

L’insostenibilità del diritto alla salute per tutti e del Ssn viene fortemente sostenuta dalla stampa padronale, che propaganda l’esistenza di una sola via di uscita dalle crescenti difficoltà di finanziamento della sanità pubblica: creare il “secondo pilastro”, non quello del non profit, del terzo settore e del volontariato. Ma quello profit composto da polizze individuali e collettive, Welfare aziendali e altro. Si ha l’impressione che anche nel fronte democratico e di sinistra ci siano politici che non dicono ciò che pensano, ovvero che occorre affiancare al servizio pubblico un secondo agente, considerato inevitabile (imprese profit e non profit).

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Elezioni 2018: vincerà il secondo

di Antonio Ramenghi

La vignetta di Altan, quella dell’elettore al voto che inserendo la scheda nell’urna esclama: “Che perda il peggiore”, il 4 marzo sarà, in molti casi, ribaltata: a vincere uno scranno in Parlamento non sarà il più votato in quel seggio.

Il Rosatellum, la legge elettorale con cui si andrà a votare, non solo non consente di esprimere le nostre preferenze per questo o quel candidato, non solo non consente il voto disgiunto (voto un partito ma voto il candidato di un’altra lista), ma grazie alle pluricandidature farà sì che in molti collegi plurinominali non venga eletto il candidato capolista, ma il secondo nell’ordine (poco male, in fondo, visto che – appunto – non ci sono le preferenze).

Il gioco delle pluricandidature del Rosatellum, che per certi versi assomiglia al tanto e giustamente vituperato Porcellum, ha un doppio effetto: aver messo nelle mani delle segreterie dei partiti la quasi totale futura rappresentanza parlamentare e, secondo, aver tolto ai tanto declamati “territori” la possibilità di mandare in Parlamento candidati della propria terra, che conoscono la realtà locale, i suoi bisogni, le sue speranze, e che sono conosciuti (nel bene e nel male) dalla platea degli elettori del collegio.

Il primo effetto come si è visto ha provocato estenuanti trattative nelle segreterie e nei vari vertici dei partiti, con strascichi polemici, rischio di fratture, addirittura, come nel caso di Silvio Berlusconi, la necessità di una pausa defatigante nella campagna elettorale servita al leader di Forza Italia per rimettersi dalle giornate e nottate di trattative. A complicare ulteriormente la partita delle candidature e pluricandidature è stata anche la formazione delle coalizioni nelle quali ciascun partito aveva diversi centravanti o attaccanti di sfondamento, o presunti tali, da difendere e da schierare in campo. E per tenere insieme le alleanze non sono stati tanto i punti programmatici, i programmi, a suscitare discussioni e divisioni, ma appunto la spartizione dei seggi in particolare quelli presunti “sicuri”.

Il risultato è un puzzle che vede amplificata al massimo la possibilità delle pluricandidature prevista dal Rosatellum che in realtà inizialmente dovevano essere tre e che poi sono state portate a cinque.

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Cresce il gettito del 2 per mille ma il piatto dei partiti piange ancora

di Antonio Ramenghi

Gli elettori che a oggi si dichiarano non-votanti e quelli che dicono di essere ancora indecisi sul proprio voto sfiorano nei sondaggi il 50%. Tutti i partiti sono impegnati a recuperare al voto o alla decisione questa massa enorme di elettori. Il dato viene commentato nei dibattiti televisivi e negli editoriali come la prova della disaffezione dei cittadini verso la politica e i partiti. E in grande misura è così.

Ma c’è un altro dato che va in controtendenza rispetto a questo refrain, ed è quello relativo alla destinazione ai partiti del 2 per mille da effettuare con la dichiarazione dei redditi, unica fonte di finanziamento rimasta ai partiti, oltre le donazioni, dopo l’entrata in vigore della legge 13 del 2014. Se si guardano i dati complessivi del “gettito” dal 2014 a oggi si registra un andamento che appare in netta controtendenza rispetto al refrain-disaffezione: nel 2014 il 2 per mille portò ai partiti un totale di 325.711 euro; nel 2015 il totale è salito a 9.600.000 euro; nel 2016 il totale è salito a 11.763.000 mila euro e nel 2017 è arrivato a 15.315.000. Oltre 15 milioni di euro che i cittadini hanno liberamente scelto di destinare ai partiti politici. A fare la parte del leone in questa torta del 2 per mille è il Partito democratico che nel 2017 ha attirato circa 600 mila contribuenti per un importo pari a 8 milioni di euro, cioè oltre la metà dell’intero ammontare. A seguire la Lega Nord con 172 mila contribuenti per un totale di 1.900.000 euro. Forza Italia ebbe 62.000 contribuenti per un totale di 850.000 euro.

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I corvi
della democrazia

di Giovanni De Plato

Peccato che non abbia avuto il dovuto risalto la importante decisione della Procura generale di Bologna di riaprire le indagini sulla strage alla stazione ferroviaria del 2 agosto di trentotto anni fa, come da richiesta dei familiari delle vittime. Come non ha avuto il giusto rilievo la riapertura delle indagini da parte della procura di Palermo sul delitto del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella avvenuto sempre nel 1980. Le procure ordinarie di Bologna e di Palermo avevano già deciso di archiviare, ritenendo accertata la verità e condannate le responsabilità. E i mandanti?

Si deve alla competenza, all’esperienza e al senso del dovere di  Ignazio De Francisci, magistrato della procura di Bologna, e di Francesco Lo Voi procuratore di Palermo se i misteri dell’Italia repubblicana non sono stati occultati definitivamente. La verità sulle stragi (chi sono gli effettivi mandanti e quali erano le loro finalità) è ancora tutta da indagare e di certo non ci si può accontentare di verità parziali o incomplete, emerse dai diversi gradi dei processi finora celebrati. La riapertura delle indagini a Bologna e a Palermo riaccende finalmente i riflettori su quella rete, complessa e mai svelata, fatta di organizzazioni eversive, di mafie, servizi deviati, società segrete, logge, venerabili e conti in banche svizzere.

La riservatezza delle nuove indagini non lascia trapelare informazioni sui tanti fili eversivi, finora ignorati, che legano la strage di Bologna al delitto Mattarella. E la verità sulle altre stragi, piazza Fontana 1969, piazza della loggia Brescia e treno Italicus 1974? Si ha l’impressione che finora le indagini abbiano considerato ogni eccidio come un fatto a sé, non valutando se fossero dei tasselli che  formano una possibile trama della strategia eversiva che ha funestato per lunghi decenni la repubblica italiana. Strategia che cercò di colpire a morte lo Stato democratico con la strage di Via Fani e il rapimento di Aldo Moro marzo 1978 seguito dall’uccisione dello statista da parte delle Brigate rosse nel maggio dello stesso anno. Il teorema dello stragismo degli opposti estremismi (sinistra e destra eversive) e dello stragismo di Stato (servizi segreti e deviati) si sono dimostrati nei fatti una chiave che non ha permesso di arrivare alla verità. Di questa drammatica realtà che attanaglia ancora l’Italia di oggi (come si spiega il caso Consip?) non c’è traccia nei programmi e nei dibattiti tra i partiti in vista delle prossime elezioni politiche. Le forze della destra non amano trattare le responsabilità impunite o aprire i propri armadi. E quelle di sinistra non sanno come affrontare gli attacchi alla democrazia e fare della ricerca della verità una priorità del loro programma di governo. Siamo circondati e minacciati da neri corvi, come nel film  del 1963 “Gli uccelli” di Alfred Hitchcock.

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Alla ricerca
del programma
che non c’è

di Antonio Ramenghi

Mancano 45 giorni al 4 marzo data delle elezioni politiche ma se cercate sui siti dei partiti non trovate ancora i loro programmi elettorali. Cioè quei testi che, nero su bianco, dovrebbero costituire un impegno vincolante e servire agli elettori per orientarsi e decidere il loro voto. A tutt’oggi questi programmi  non li trovate ma navigando vi appariranno solo slogan più o meno azzeccati, aggreggioni agli avversari, dichiarazioni fantasmagoriche, promesse a pioggia le più strampalate.

A ben vedere fare un programma serio che dica dove e come si vuol portare il Paese nei prossimi cinque anni non risulta un esercizio facile anche perchè questi programmi dovrebbero essere di coalizione. Così, per esempio i leader della coalizione quadrupede di Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia-Noi con l’Italia hanno sin qui fatto annunci molto discordanti: abolizione del jobs act, no solo revisione del jobs act, ma non è detto; abolizione della legge Fornero, no solo correzioni dove c’è da correggere, forse niente; tassazione della prostituzione, no non si può, ecc. ecc.

Non è che il centrosinistra stia meglio: a tutt’oggi, festa di Sant’Antonio, protettore degli animali, non si è neppure ancora realizzato il miracolo della composizione certa della coalizione, anche questa quadrupede, perchè Bonino sta ancora trattando sul peso di +Europa e la Lorenzin è in preda a doglie da seggio. Impossibile che per ora esca un programma elettorale comune anche dal centrosinistra.

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