Come siamo finiti così (e come possiamo venirne fuori)?

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di Roberto Bin

A tutti capita di chiedersi come sia stato possibile che quelle che sembravano le sorti radiose e irrevocabili dello Stato democratico e sociale, i risultati che sembravano definitivamente acquisiti nelle società occidentali, improvvisamente sprofondassero in una crisi profonda, in una retrocessione che fà rivivere gli spettri della povertà assoluta, della disoccupazione di massa, di una diseguaglianza che paralizza ogni prospettiva di mobilità sociale.

Una crisi che ha travolto nel corso di un decennio o poco più la costruzione di un modello di Stato che per imporsi aveva richiesto il lungo e doloroso percorso di mezzo secolo, che aveva portato dalle macerie della guerra mondiale ad una diffusa condizione di benessere e tranquillità. Eppure è successo e lascia sgomenti tutti noi, che a quel modello di Stato eravamo assuefatti, abituati a concepirlo come irrevocabile. E ci lascia con la grande domanda, come si fa a ricuperare quelle condizioni di vita che poco tempo fa apparivano una certezza irritrattbile?

Il libro di Mario Barcellona, professore di Diritto civile nell’Università di Catania, ci guida nel difficile tentativo di trovare risposta a queste domande. “Tra impero e popolo. Lo Stato morente e la sinistra perduta”, Castelvecchi editore, 2017, è un libro che si propone di offrire categorie giuridiche attraverso cui leggere il grande mutamento intercorso nell’ordine sociale, quello stravolgimento che ha colpito lo Stato sociale e la politica della sinistra, sconfiggendo i presupposti del primo e i paradigmi della seconda.

Tre le domande che guidano il libro: a che punto siamo, verso dove ci muoviamo e in che altra direzione potremmo realisticamente immaginare di muoverci (pag. 6). Il conflitto è la chiave in cui l’Autore affronta le tre domande, perché è di conflitti che il giurista si occupa, dei conflitti che attraversano la società: e dei rimedi e le composizioni con cui al conflitto si è cercato di porre rimedio, ripristinando l’ordine. Oggi però sembra che il conflitto sia superato o, quantomeno, che la sua composizione non richieda più l’opera delle istituzioni e del diritto: sembra un “arnese del passato” (pag. 50) che va riposto in cantina assieme a tutti gli strumenti che in passato erano stati elaborati dallo Stato democratico.

Lo Stato stesso ha perso il controllo sul conflitto e sugli apparati di intervento, poiché il pensiero liberista e la liberalizzazione del mercato globale hanno consentito il trasferimento della ricchezza fuori dal controllo delle istituzioni democratiche, in un ambiente segnato da un processo sorprendente di concentrazione della ricchezza e da un’incontenibile tendenza alla differenziazione sociale, da una diseguaglianza economica senza pari e da una radicale spoliticizzazione: allo Stato sociale si è sostituito “una non-società dell’Impero”, “nudo dominio delle potenze globali senza nomi né luoghi” (p. 282). Il trionfo della tecnica e la fine del lavoro sono le insegne di questa nuova non-società, ma segnano anche l’inizio della crisi del sistema che si è venuto imponendo, crisi che si riflette nella formazione di uno sconfinato ghetto cui si riversano i disoccupati, i “parcheggiati”, gli inoccupabili, i soggetti marginali ecc.: partoriscono una situazione intollerabile che rigenera il conflitto e dovrà, alla fine, provocare un radicale cambiamento.

Spietata è l’analisi della crisi quanto stimolante l’individuazione delle vie attraverso cui sono disegnabili gli scenari di una società che la superi, scenari che non possono prescindere dal ritorno della politica. Contro ogni deriva populista, è al ritorno della politica che l’Autore invita a guardare, una politica che deve trovare nell’Europa il suo scenario e nei partiti – o in ciò che ne prenderà il posto – l’insostituibile strumento.
L’analisi della situazione, della sua genesi e delle contraddizioni di cui si alimenta è impreziosita da un apporto culturale multidisciplinare di eccezionale rilievo. Ma è condita soprattutto da una nota di ottimismo davvero benefica. Abbiamo assistito nell’ultimo decennio a una transizione che ha liquidato lo stato sociale faticosamente edificato portando all’Impero del mercato, della diseguaglianza, della mortificazione del lavoro: ma – ci avverte Mario Barcellona – “la transizione è un processo sempre reversibile” (p. 76). E di questo non dobbiamo mai dimenticarci.

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