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Democrazia diretta, senza discussione?

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di Antonio D’Andrea

Avendo sin dai miei studi universitari (e forse anche prima) appreso che l’Istituzione parlamentare è l’architrave su cui poggia l’assetto democratico di un ordinamento statualetrovo davvero sconcertante leggere ahimè da qualche giorno che, in un futuro non so quando alle porte, si potrà fare a meno dell’elezione dei rappresentanti del corpo elettorale di una Comunità politica.

Credo – ma dovrei approfondire meglio l’opinione del guru informatico che ha messianicamente esternato per come largamente e doverosamente dato conto dai mezzi di informazione – poiché potrebbe bastare ricorrere a forme di interlocuzione diretta tra “la base” che decide (di volta in volta, punto per punto, ossessivamente interpellata su ogni questione, diciamo, di indirizzo politico) e chi esegue o, se volete, “governa” (puntualmente e senza discostarsi di un niente da quanto stabilito attraverso forme tecnicamente perfezionate di clic).

Il tema del rapporto tra democrazia rappresentativa e apporti alla delineazione delle scelte concrete (di natura normativa o anche solo amministrativa) attraverso strumenti di democrazia diretta (a partire dai referendum) è innegabilmente centrale e noto agli studiosi dell’organizzazione costituzionale. Si potrebbe dire, sinteticamente, che la valorizzazione della capacità decisionale esercitata senza alcuna mediazione parlamentare direttamente dal corpo elettorale (o, meglio, da una parte significativa dello stesso) non è per nulla una prospettiva da osteggiare e che ben potrebbe essere ulteriormente potenziata rispetto a quanto previsto, ad esempio, dalle norme costituzionali vigenti nel nostro ordinamento.

Perché ciò accada tuttavia occorrerebbe muoversi con prudenza nella consapevolezza che l’esercizio della democrazia non è “materia tecnica” da risolversi attraverso piattaforme informatiche e non si assicura attraverso domande a risposte chiuse impostate da qualsivoglia “centrale pensante” (quasi una sorta di intelligenza artificiale). La democrazia senza un luogo vivo dove “parlare e discutere” e poi “votare” (sperabilmente con cognizione di causa, senza farlo a vuoto e strumentalmente), e cioè senza organi rappresentativi (realmente rappresentativi di “pezzi” di società che spingono, dal basso, per ottenere “voce” e vedere risolti i loro problemi), resta una sciocca, pericolosa illusione. Forse è addirittura il segno di un “misoginismo istituzionale” da computer impegnato ad individuare nuove forme di controllo di individui poco inclini ad abbandonare le proprie tastiere, convinti di poter padroneggiare da casa qualsiasi evenienza.

La crisi del costituzionalismo passa purtroppo anche da queste sgangherate battute alle quali non ci si deve per forza né rassegnare né abituare.

Un commento su “Democrazia diretta, senza discussione?

  1. Intervento sintetico, equilibrato, ineccepibile. Spetta ai costituzionalisti e ai politologi indagare sui criteri giuridici e fattuali che separano una (“vera”) democrazia (per forza) rappresentativa da una tirannia della (in ultima analisi auto-certificata) maggioranza. Anche gli storici stanno dando il loro contributo alla comprensione del problema attraverso lo studio della democrazia ateniese fra il governo di Pericle e il ripristino della democrazia temperata con il rispetto della legge (di alcuni principi fondamentali) dopo il periodo demagogico di pseudo-democrazia radicale e la reazione oligarchica sempre più sanguinosa. Per i costituzionalisti si tratta di comprendere quali sono i presupposti della democrazia rappresentativa fondata sul potere sovrano del popolo; quali trasformazioni recenti hanno messo in questione l’impianto originale o ideale; e quali strumenti di controllo e di ripresa in mano dell’incarico rappresentativo la Costituzione potrebbe utilmente mettere a disposizione del sovrano, dell’elettorato, dell’iniziativa dei singoli. Penso che siano le liste elettorali bloccate dal 2005 (le tre ultime leggi elettorali) che abbiano violato i principi fondamentali della democrazia rappresentativa permettendo che l’elezione di parlamentari liberi ed uguali sia stata sostituita con l’elezione di gruppi di potere privati organizzati come associazioni politiche, autoreferenziale e rinnovate per cooptazione; penso che oltre la violazione dei diritti elettorali fondamentali degli art. 48 e 51 sia stato depotenziato il libero mandato dell’art. 67; penso che l’art. 1 del potere sovrano da esercitare nelle forme e nei limiti della Costituzione lasci una lacuna tanto che non esiste l’iniziativa per un referendum popolare propositivo legislativo o di revisione costituzionale. Alcuni fra i costituenti più perspicaci, coraggiosi e lungimiranti l’avevano capito perfettamente sin dal principio. In realtà la degenerazione delle istituzioni (o della loro interpretazione dagli attori dominanti) segue lo stesso schema dagli anni 2000 (legge elettorale e revisione censurata), attraverso l’ultima legislatura (leggi elettorali 2015 e 2017 e revisione bocciata) fino alle pratiche, affermazioni e proposte inaccettabili e preoccupanti di Casaleggio.

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