Quando all’Assemblea costituente la parola toccò ai medici

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di Piero Cecchinato

Spazio ai medici, si facciano da parte i professori. Il 21 aprile 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale del Titolo secondo della Parte prima del progetto di Costituzione, dedicato ai «Rapporti etico-sociali». Si discute dell’art. 26 del progetto, che sarebbe poi diventato l’art. 32 Cost., la norma oggi posta a tutela del diritto alla salute.

Nelle sedute precedenti è già stata approvata una versione dell’articolo tesa a porre un limite alle pratiche sanitarie obbligatorie, un limite individuato – in quella prima stesura – nella “dignità umana”. Un limite – come hanno chiarito i deputati Aldo Moro e Camillo Corsanego – che nelle intenzioni dei redattori si riferiva «soprattutto a quelle orrende pratiche di sterilizzazione obbligatoria, che la Germania ha imposto particolarmente agli ebrei e che noi volevamo proibire per sempre nel nostro Paese come una mostruosità».

Come si diceva, questo pomeriggio è la volta dei medici. La seduta viene aperta dal dott. Aldo Spallicci del Partito Repubblicano Italiano, medico, membro del Gruppo medico parlamentare composto di rappresentanti di tutti i partiti che vanno dall’estrema destra alla estrema sinistra e a cui si sarebbe dovuta l’attuale stesura dell’art. 32 Cost., quella che impone alla Repubblica di tutelare la salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. «Onorevoli colleghi, dopo che eminenti rappresentanti del diritto, emeriti insegnanti e illustri docenti universitari hanno parlato lungamente, sia concesso anche ai medici, cui non fu dato entrare nelle Sottocommissioni, dire una loro parola».

Ne segue una lunga dissertazione su quelli che avrebbero dovuto essere gli effettivi compiti dello Stato rispetto alla salute dei cittadini, ma anche sull’atteggiamento che avrebbero dovuto avere i membri della comunità a riguardo.

«Il dovere sociale incombe su di noi e ci detta nuovi compiti nella vita civile», dice Spallicci. «Per comune accezione, tutti sanno che lo Stato è tenuto a provvedere nei casi di epidemia alla difesa dei cittadini. Provvedere contro assalti violenti o insidiosi, contro l’infezione malarica, ad esempio, che è tornata di triste attualità in Sardegna e nella media e nella bassa valle del Liri, nei pressi di Cassino, dove il provvidenziale, ma costoso D.D.T. riesce a risanare l’ambiente».

Ma lo Stato non basta da solo. Pensando agli anziani lasciati negli ospizi in condizioni di abbandono, Spallicci aggiunge che «Un nuovo vangelo di bontà noi dovremmo predicare alla gente. Dovremmo fare in modo che non sia solo lo Stato a provvedere. Non è soltanto con l’elevare di tono economico la famiglia che noi potremmo ridonare vita al fervore e alla solidarietà degli affetti. Abbiamo bisogno che questo edonismo imperante sia sostituito da una forza morale. Certe forme esteriori di religiosismo interiore rappresentano degli alibi a un egoismo interiore, perché, per la grande maggioranza del popolo, le religioni vivono di rendita di un grande capitale spirituale dei fondatori e degli apostoli».

Per Spallicci non vi sono dubbi, serve «La “pietà che l’uomo a l’uom più deve” e per tutti: una salus publica, che deve essere suprema lex; salus che non sia soltanto nel senso politico, ma anche una valetudo effettiva».

«Noi, che siamo degli ottimisti inguaribili, pensiamo che dopo il tempo buio ci attende una giornata di sole; noi, di fronte all’ignaro tubercoloso che disperde il proprio sputo quasi come un ordigno esplosivo a tutta offesa del prossimo, pensiamo alla Sancetta di Jenner, alla fiala di Behring, ai sulfamidici, alla penicillina; pensiamo che al di là della trincea c’è il vaiolo, la difterite, tutte le malattie infettive e dobbiamo e vogliamo dare uno scudo al cittadino perché si difenda».

«Questo grande compito sociale» – conclude il deputato – «non ci trova divisi, ma tutti riuniti nella difesa della Repubblica che coincide colla difesa dell’umanità. Se noi abbiamo ammesso che tutti i cittadini, che tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge, dobbiamo anche affermare che tutti gli uomini sono uguali di fronte alla morte, ma dovremmo fare diseguali gli uomini in questo senso: faremo più provvidi e resistenti alle malattie quelli che seguiranno queste regole, questi principî, e quelli che sentiranno che non è soltanto lo Stato che deve tutelare, ma anche i cittadini stessi, che hanno un dovere da compiere ed un impegno che non possono tradire» (seguono, stando al resoconto stenografico, “applausi e congratulazioni”).

Di fronte a questo “grande compito sociale” che ci riguarda tutti, è il momento dell’unità di intenti.

In fondo, rispetto ai vaccini, dati alla mano e se si vuole rimanere intellettualmente onesti, «si tratta di applicare, per lo sviluppo della civiltà, i principî della scienza e della tecnica, che devono essere applicati, perché progresso significa applicazione e sviluppo di questi principî. Qualsiasi divieto si faccia per l’applicazione delle scienze è un divieto che si oppone al progresso; è un arresto alla civiltà», come ebbe a dire il deputato Michele Giua, chimico, nella seduta dell’Assemblea costituente del 17 aprile 1947.

Non è il tempo della contrapposizione dogmatica, ma quello della ricerca di una comune dimensione deontologica del vivere assieme. Non è il momento dell’ennesima malintesa idea di libertà. 

Il dovere sociale – che l’appello dei docenti contro il green pass dimentica come categoria dell’essere comunità (accademica, prima che sociale) – è un riflesso della libertà dei moderni. La sicurezza (altra categoria che l’appello dei docenti mi sembra tralasciare) è un presupposto della libertà, non un ostacolo.   

Rigettare la palla dall’altra parte, dichiarandosi disponibili a subire un obbligo (come fanno i sindacati che chiedono al Governo di introdurre l’obbligatorietà vaccinale avversando il green pass), anziché riconoscere di essere onerati – tutti – di un dovere, non significa tanto essere ipocriti, quanto chiamarsi di fuori.

Di fronte ad una pandemia e alla mancanza di soluzione alternative, dovremmo riconoscere di essere dei privilegiati ad avere uno Stato che passa gratis cure e vaccini, perché non è così ovunque. E dovremmo fare in modo che tutti comprendano tale privilegio.

Allo stato attuale della scienza, certe posizioni mi paiono un lusso intellettuale, altri essendo i campi di battaglia su cui la libertà, lo scetticismo e l’avversione all’autorità sono chiamati a cimentarsi.

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