La riforma a 5 stelle

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di Roberto Bin
“Dopo mesi di lavoro, di studio e di confronti con diversi esperti – si legge nel blog di Beppe Grillo – siamo orgogliosi di aprire la discussione sul programma delle Riforme istituzionali del MoVimento 5 Stelle”. Le proposte, che naturalmente dovranno essere sottoposte al voto degli iscritti, intendono “esaltare lo scopo principale della Costituzione”, che sarebbe “la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e alle sue decisioni essenziali”. “Vogliamo rivoluzionare il nostro sistema istituzionale” si legge “partendo dal contenimento dei costi della politica, ponendo fine agli eccessi della casta che hanno allontanato i cittadini dalle istituzioni democratiche”.
Le proposte non sono ancora tradotte in norme e quindi è difficile entrare nel merito. Ci sono solo i “titoli”, alcuni dei quali sono significativi, altri ben difficili da prevedere nel loro sviluppo normativo. Però meritano qualche considerazione attenta, anche per capire quanto e in che direzione il nostro sistema istituzionale verrebbe rivoluzionato.

La prima considerazione è che il programma comporterebbe la revisione di buona parte della Costituzione: il numero dei parlamentari, l’età per votare per il Senato, l’abolizione del divieto del mandato imperativo, l’abolizione del Cnel e delle Province, il mutamento del sistema delle immunità parlamentari, abolizione del quorum per il referendum, introduzione del referendum propositivo, rimozione dalla Costituzione del principio di pareggio di bilancio, l’introduzione dell’obbligo di consultare i cittadini per autorizzare qualsiasi cessione della sovranità popolare ad enti sovranazionali.

Tutte questi obiettivi si possono conseguire solo con una legge di revisione costituzionale. Una sola legge? Ma come, non si era detto che la c.d. riforma Renzi-Boschi era una truffa perché conteneva in una sola legge costituzionale da sottoporre a referendum una quantità di modifiche (i famosi 48 articoli del sacro testo) non legate a un oggetto omogeneo, sul quale l’elettore avrebbe potuto esprimersi con un si o un no?

Allora le leggi costituzionali dovranno essere almeno una decina. O forse anche più, visto che anche per “blindare” una modifica del procedimento di nomina delle autorità indipendenti di garanzia (riforma sicuramente opportuna, anche se forse troppo limitata, perché lo stesso dovrebbe valere anche per altre nomine) sarebbe bene introdurre una previsione costituzionale; e una norma costituzionale servirebbe anche per introdurre “in Costituzione una vera e propria cittadinanza digitale per nascita: cioè di un’identità, anche online, riconosciuta dallo Stato, necessaria non solo per assicurare a tutti i cittadini quello che oggi è un nuovo diritto fondamentale, cioè il diritto di accesso alla Rete, ma anche per semplificare il rapporto con la Pubblica amministrazione” (magari un giorno ci verrà spiegato che cosa la distinguerebbe dall’anagrafe digitalizzata da tempo in funzione nelle amministrazioni comunali).

E poi c’è la questione delle Regioni, su cui il documento però non prende posizione (“Sarete voi a decidere se è opportuno intervenire sulla divisione delle materie tra Stato e Regioni e sul trasferimento a queste ultime e ai Comuni di funzioni amministrative, anche attraverso una leva fiscale per incentivare questa responsabilizzazione”: difficile capire cosa voglia dire).

Bene. Per modificare il numero dei deputati e dei senatori basta incidere su due disposizioni costituzionali (già per altro cambiate in passato): si tratta solo di stabilire il numero. Lo stesso anche per abbassare l’età per eleggere i senatori. In effetti quest’ultima riforma avrebbe un effetto “rivoluzionario”, perché toglierebbe ogni differenziazione tra le due Camere che invece i nostri costituenti volevano profondamente diverse come composizione. Si compirebbe così un percorso già iniziato da De Gasperi e Scelba. Resta la fondamentale domanda a che servono due Camere identiche, ma questa è una domanda su cui si è molto discusso durante la campagna referendaria del 2016. E resterebbe che in Italia, unico tra le medio-grandi democrazie occidentali, non si avrebbe una seconda camera che funzioni da rappresentanza delle autonomie nel processi decisionali centrali. Ma anche su questo si è molto discusso in vista del referendum costituzionale. L’unica cosa a cui la riforma servirebbe (oltre che a favorire il partito di Grillo, che probabilmente avrebbe un certo consenso tra i più giovani: da qui anche l’ipotesi di concedere il voto ai sedicenni) è a ridurre la spesa di mantenimento dei parlamentari di qualche migliaia di euro: è davvero un obiettivo così centrale per la vita degli italiani?

Interessante può essere la modifica dell’art. 68.1, che prevede l’immunità dei parlamentari per i voti dati e le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni. Ma è già stata la Corte costituzionale a dire, con una giurisprudenza assolutamente granitica, che l’immunità è assicurata solo per le dichiarazioni strette da un “nesso funzionale” con le attività parlamentari. Ciò nonostante le Camere continuano a cercare di proteggere i loro membri dalla responsabilità per le loro dichiarazioni alla televisione o in rete, pronti poi a invocare coraggiosamente la protezione di mamma Camera: e tutto ciò finisce con ingolfare la Corte costituzionale. L’emendamento da apportare – sicuramente opportuno – è semplice, basta precisare che l’immunità protegge solo voti e dichiarazioni espresse “nel corso dei lavori della Camera di appartenenza”. Sottoscriverei immediatamente un emendamento di questo tipo, che però non avrebbe effetti rivoluzionari: se non quello di evitare le centinaia di decisioni della Corte costituzionale provocate dall’incredibile vigliaccheria di personaggi come Sgarbi, che offendono gli altri forti del loro privilegio (inesistente, per altro, come la Corte costituzionale ricorda ogni volta).

Sull’abolizione del Cnel e delle Province non dirò una parola se non di assenso: erano già nella riforma bocciata dal referendum 2016 e nella campagna elettorale ho dovuto sentire alcuni sostenitori del “no” che criticavano persino questo punto della riforma. Ma anche su questo io ero per il “si” e lo confermerei senza dubbi. La riforma Renzi-Boschi riduceva anche il quorum per la validità del referendum: ora però si parla di abolizione, che è tutta altra cosa. Ci saranno ancora le firme da raccogliere per la validità della richiesta di referendum? Questo non ci viene detto e credo però che nessuno sia così irragionevole da eliminare il minimo di sottoscrizione e un minimo di partecipanti alla votazione, perché altrimenti ci metteremmo in mano a qualsiasi minoranza di fautori dell’abrogazione di questa o quella legge.

Un incubo, come sarebbe anche un incubo l’introduzione del referendum propositivo (anche questa ipotizzata dalla riforma Renzi-Boschi) che non sia circondato da mille limiti e mille condizioni. L’amore sviscerato per una democrazia che si esprime con un “si” o con un “no” mi è sempre sembrato sospetto e parecchio impudente: sono cose con cui non è il caso di scherzare.

Come non c’è da scherzare con l’abolizione del divieto del mandato imperativo. Non che il principio non mi piaccia (non mi sono mai piaciuti i voltagabbana, quelli che transitano dietro congruo versamento, quelli che si fanno candidare e eleggere dalla segreteria di un partito e poi scoprono crisi di coscienza, coscienza personale rispettabilissima, per difendere la quale però si abbandona lo scranno parlamentare non si continua a ricoprire una carica a cui si è eletti come rappresentanti di un partito, non come portatori di una propria coscienza non manifestata al momento delle elezioni). Il problema è come scrivere una norma del genere, perché non basta cancellare quello che è attualmente scritto in Costituzione. Dobbiamo scrivere nella Carta che l’appartenenza al gruppo parlamentare è fissata già al momento della candidatura? E se poi il gruppo si scinde o si fonda con un altro? E se poi la direzione del partito/gruppo cambia radicalmente? Sono tutte regole che conviene scrivere in Costituzione, o così si rischierebbe di imbalsamare il sistema politico e quello elettorale? Su questo si dovrebbe procedere con molta attenzione, attenzione soprattutto ai dettagli tecnici che per queste questioni sono decisivi. Perché molto si potrebbe fare sul piano della legislazione sui partiti – su cui anche il M5S dovrebbe cercare di maturare opinioni serie – e su quello, per certi aspetti decisivo, dei regolamenti parlamentari. Naturalmente, però, i regolamenti parlamentari dovrebbero diventare dei veri e propri atti normativi che non si possono derogare quando si vuole: e questa potrebbe essere una delle riforme costituzionali fondamentali, anche se contenuta in poche righe.

Ci sono poi due proposte di revisione che scoprono l’anima antieuropeista del M5S. Una è però una questione più nominalistica che reale. In Costituzione è stato introdotto il principio di equilibrio di bilancio, non di pareggio di bilancio (il bilancio è per se stesso in pareggio: il problema è cosa si mette a compensare i passivi di gestione): introdurlo non ha cambiato nulla di “reale”, ma solo le prospettive politiche, i riferimenti delle polemiche, e al massimo qualche motivazione della giurisprudenza costituzionale. A cosa servirebbe toglierlo, oltre che a dichiarare guerra alla Commissione e alla BCE?

Tutt’altra cosa sarebbe “l’introduzione dell’obbligo di consultare i cittadini per autorizzare qualsiasi cessione della sovranità popolare ad enti sovranazionali”. Un referendum sulle future modifiche dei trattati europei e dei trattati commerciali sarebbe davvero rivoluzionaria. Almeno il dibattito politico si focalizzerebbe su qualcosa di serio. Ma diventerebbe per ciò solo un po’ più serio?

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3 commenti su “La riforma a 5 stelle”

  1. Il difetto più grave della riforma Renzi-Boschi era il combinato disposto con la legge elettorale Italicum e la soppressione dell’elezione diretta dei senatori. La gente l’ha tuttavia bocciata per ragioni di pancia, non per merito di un’analisi e di una valutazione autorevole dell’architettura costituzionale. L’aspetto più triste è che non c’era un’analisi chiara e vagamente condivisa da parte dei costituzionalisti, o diciamo di quelli non allineati, indipendentemente da come poi hanno votato. Tutta questa confusione – dovuta in ultima analisi anche all’incapacità del mondo accademico di proporre soluzioni non condizionate dagli interessi di parte, cioè alla loro dipendenza dal mondo politico, dal potere, dalle nomine e dagli incarichi pubblici – si protrae ora con il dibattito sulla futura legge elettorale e non fa che alimentare la causa (demagogica, incoerente, pericolosa) di Grillo e del M5S. Ora si discute di omogeneità fra camera e senato, un concetto che avrebbe fatto inorridire i costituenti (perché in contraddizione con i bicameralismo), di maggioranze precostituite attraverso premi e ballottaggi, un’idea in contraddizione con l’art. 67 (che tuttavia anche il folle Grillo vorrebbe abolire); nessuno osa più proporre almeno la soppressione dei poteri del Senato in materia di fiducia o meglio come ramo del Parlamento (perché si suppone che sarebbe in conflitto con il verdetto referendario), tutti vogliono una legge proporzionale intendendo in realtà un sistema di voto di lista, almeno parzialmente bloccata con candidature privilegiate, in modo da ripristinare il potere dei partiti che erano la struttura portante dell’epoca d’oro della così detta prima repubblica, senza rendersi conto che allora i partiti sono da regolamentare come frazioni del parlamento, cioè si dovrebbe essere in grado di fare con loro quello che non si è stati capaci di fare con l’intero Parlamento; tutti (dai riformatori della Renzi-Boschi e delle commissioni di esperti allora nominate fino ai Soloni grillini) intendono pure rendere meno esigenti le forme e i limiti dell’esercizio del potere sovrano accennati nell’articolo primo, abbassando chi il quorum, chi il numero di firme, senza rendersi conto che si apre proprio così al peggior populismo, mentre nessuno propone l’iniziativa popolare vincolante in tutte le materie, anche costituzionali, conducendo eventualmente al referendum propositivo, ma a condizioni di firme, di procedura e di quorum rigorose, come alcuni dei costituenti più qualificati – in particolare Costantino Mortati – avevano già proposto sin dal 1946 riconoscendo questo strumento come elemento indispensabile di una costituzione democratica compiuta . Grillo porterebbe al disastro, questo è sicuro. Ma gli altri dove ci portano?

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  2. “In Costituzione è stato introdotto il principio di equilibrio di bilancio, non di pareggio di bilancio (il bilancio è per se stesso in pareggio: il problema è cosa si mette a compensare i passivi di gestione): introdurlo non ha cambiato nulla di “reale”, ma solo le prospettive politiche, i riferimenti delle polemiche, e al massimo qualche motivazione della giurisprudenza costituzionale. A cosa servirebbe toglierlo, oltre che a dichiarare guerra alla Commissione e alla BCE?”

    Questa è una delle più grandi idiozie che io abbia mai letto che nasconde una profonda ignoranza circa il funzionamento del sistema economico nonché una altrettanto grave ignoranza dei dettati costituzionali. La nostra è una Costituzione economica, non comprendere come il pareggio di bilancio possa inficiare il raggiungimento degli obiettivi di cui, ad esempio, agli art. 3 e 4 Cost. è inaccettabile.

    Consiglio all’autore dell’articolo demenziale di effettuare qualche buona lettura, visto che, evidentemente, ne ha molto bisogno. Consiglierei, tanto per iniziare, i seguenti libri:
    La costituzione nella palude di Luciano Barra Caracciolo
    Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei di Luciano Barra Caracciolo
    Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile di Vladimiro Giacchè.

    Precisiamo che ritengo tutte le proposte del M5S delle emerite cavolate frutto di impreparazione e approssimazione e tese esclusivamente a racimolare voti a destra e a manca. Pertanto il mio intento non è assolutamente quello di difendere una parte politica piuttosto che un’altra.

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    • Caro Vanacore, grazie delle preziose indicazioni bibliografiche (per altro conosco e apprezzo gli scritti di Barra Caracciolo), ma mi permetta un suggerimento: che la nostra sia una “costituzione economica” non significa nulla; dovrebbe cercare di distinguere quello che è il significato “giuridico” delle norme costituzionali, e quello che è il suo uso ideologico. Il “pareggio di bilancio” che si dice introdotto nell’art. 81 (che invece parla di “equilibrio” di bilancio) non significa molto sotto il profilo giuridico, ma è il segno di un’opzione per una politica che è certamente di stampo liberista, di ligia deferenza alle regole finanziarie introdotte a livello europeo e in inconciliabile contrasto con la componente “sociale” della Costituzione. Questo è del tutto ovvio. Ma cambiare l’art. 81 non servirebbe a nulla, questo era il senso del mio scritto. Quello che sarebbe necessario è sradicare la cultura ultra liberista e “mercatista” applicata dalle istituzioni europee e alimentare un atteggiamento “politico” dei partiti e dei sindacati rispetto all’Unione europea e coerente con gli impegni assunti dalla nostra costituzione. Ma questo non si può fare con norme e disposizioni, sia pure costituzionali

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