Quel che gli eurocrati non dicono. E se i conti della Commissione Ue fossero (ideologicamente) sbagliati?

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di Andrea Guazzarotti*

Deficit, la rivolta contro Bruxelles”. Così titolava l’articolo d’apertura de La Stampa di venerdì 5 maggio. Si tratta della richiesta alla Commissione UE da parte dei Ministri economici di Italia, Spagna, Portogallo e, soprattutto, Francia, di rivedere le metodologie di calcolo del famigerato ‘output gap’, ossia del PIL potenziale, ai fini della determinazione del deficit strutturale di ciascun Paese. Quest’ultimo è, come noto, un parametro ulteriore che, grazie alla riforma del Six pack adottata nel 2011, va ad aggiungersi al più noto limite del deficit nominale (3% sul PIL nominale) introdotto nel 1997 dal Patto di stabilità e crescita. Il deficit strutturale, a differenza di quello nominale, sarebbe meno rigido (o “stupido”, come ebbe a dire l’allora Presidente della Commissione Romano Prodi), in quanto capace di scorporare dal deficit nominale l’ammontare del disavanzo causato da un ciclo economico avverso. Ossia, di scorporare gli effetti economici di fattori causali non imputabili agli Stati. Il problema è che questo ammontare (che dovrebbe alleggerire gli sforzi che Stati come il nostro sono regolarmente chiamati a compiere) può calcolarsi con differenti metodologie. Purtroppo, quelle seguite dalla Commissione sembrano sfavorirci. Il dato può essere colto anche da un profano – come chi scrive – confrontando i numeri forniti dallo stesso OCSE, non proprio un centro di pericolosi sovversivi antiliberisti.

Anche altri giornali hanno dato, con meno risalto, la notizia della “rivolta” contro Bruxelles sul calcolo del deficit strutturale. Ma, a parte il fatto che si tratta di una rivolta assai “felpata”, i giornali non spiegano i dettagli. I dettagli ci dicono che l’individuazione del PIL potenziale (di quanto si potrebbe crescere in regime di pieno impiego dei fattori produttivi, ossia di ciclo economico non avverso) è operazione politica quanto mai. Già nel novembre 2013, un articolo pubblicato su un sito economico, anch’esso non gestito da pericolosi sovversivi anti-euro, aveva rilevato come il tasso di crescita potenziale per il 2014 calcolato dalla Commissione per l’Italia era pari a zero. Ne derivava l’effetto perverso per cui dal cattivo andamento recente dell’economia non avrebbe potuto che derivare un andamento ancora peggiore (pro-ciclicità): «(è) come nuotare controcorrente: si nuota solo per restare fermi».

In un brillante articolo, Omar Chessa ha mostrato come il fattore cruciale sia il lavoro, per il fatto di costituire la componente più rilevante del calcolo del PIL potenziale: la situazione ipotetica di pieno impiego di tale fattore, ossia di ‘piena occupazione’, tuttavia, viene calcolata scorporando la c.d. ‘disoccupazione strutturale’. Quest’ultima è, paradossalmente, una nozione coniata dalla Scuola di Chicago di Milton Friedman, ossia dall’anti-Keynes per eccellenza: si tratterebbe, infatti, di quel tasso di disoccupazione che non può essere superato con manovre espansive statali, se non a prezzo di un’inutile inflazione (inutile perché, dopo un primo momento, la disoccupazione tornerebbe a crescere). Il calcolo per l’Italia fatto dalla Commissione ha visto tale ‘disoccupazione strutturale’ crescere dal 7% del 2007 all’11% del 2014 (mentre per la Spagna, esso è giunto addirittura al 21%): un calcolo che, rispecchiando la visione dominante di stampo tedesco che esorcizza i rischi d’inflazione legati al sostegno pubblico della domanda, sottostima deliberatamente l’influenza che la caduta della domanda aggregata può avere sulla caduta dell’occupazione. Dando il giusto peso a tale causa di disoccupazione e calcolando, di conseguenza, un PIL potenziale per l’Italia ben più elevato, il nostro Paese avrebbe potuto raggiungere già nel 2014 il famigerato pareggio strutturale di bilancio.

Dietro le tecniche econometriche, dunque, si cela una visione ideologica piuttosto chiara. Un scelta che penalizza alcuni Stati dell’eurozona per favorirne altri. Seppure in maniera anch’essa felpata, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha prodotto un documento in cui si evidenzia come il ricorso alla misurazione dell’output gap da parte Commissione, anziché il ricorso al meno opinabile indicatore del saldo delle partite correnti, ha l’effetto di rendere meno marcato il surplus commerciale (eccesso di esportazioni) di Germania e Olanda, ossia di rendere meno urgente un orientamento di bilancio più espansivo in questi due Paesi “creditori”.

Il problema è, dunque, quello della ‘parità degli Stati’ membri di un’organizzazione sovranazionale che avrebbe il compito di neutralizzare i conflitti interstatuali, non di alimentarli.

Più che le (nuove) regole del rigore, è nella loro applicazione che si cela l’asimmetria di potere tra gli Stati dell’Eurozona. Vero è che dalla proliferazione delle regole di sorveglianza, concepite come surrogati di una vera federalizzazione, emerge assai più nitidamente di un tempo lo squilibrio di potere tra gli Stati membri.

È per questo che è importante il dato della partecipazione del ministro francese al gruppo dei ministri economici “dissenzienti”. Anche l’anno scorso, infatti, precisamente nel Consiglio europeo di Amsterdam del 23 aprile 2016, si era proposto di rivedere i metodi di calcolo del saldo strutturale, concentrandosi su dati meno opinabili, quali l’evoluzione della spesa pubblica. Evidentemente, però, il supporto degli Stati forti era stato di mera facciata.

Voci ben informate ci dicono che la Commissione si è presa ancora un po’ di tempo per rivedere la propria posizione: fino a dicembre di quest’anno. Guarda caso, una data successiva alle elezioni tedesche di settembre.

* Professore associato di Diritto costituzionale, Università di Ferrara

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