Perché Conte dovrebbe dimettersi

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di Antonio D’Andrea

C’è un unico modo per il Presidente del Consiglio Conte di verificare seriamente se il suo ruolo istituzionale può essere ancora conservato dopo l’esito del voto europeo: dimettersi e aprire formalmente la crisi di governo.

A quel punto, da parte dell’attuale maggioranza parlamentare, si vedrà se ci saranno le condizioni per continuare a sostenere l’Esecutivo Conte ovvero se, essendo cambiati i rapporti di forza tra i due partiti alleati, sia pure in una competizione elettorale che avrebbe nulla o poco a che vedere con il voto politico generale, occorrerà prendere atto della conclusione di una esperienza governativa ovvero, più semplicemente, della necessità di affidare la “mediazione” connessa alla direzione del Governo bicolore giallo-verde ad un’altra, più idonea personalità. Potrebbe, in effetti, bastare per ricomporre l’evidente sfilacciamento dell’attuale maggioranza un più o meno ampio rimpasto ministeriale – a cominciare dallo stesso mutamento della guida dell’Esecutivo – magari con un aggiustamento/mutamento del programma governativo così come si potrebbe dover prendere atto che non sussistono più le ragioni per proseguire in questa, per tanti versi controversa, alleanza post-elettorale tra M5S e Lega (forse sarebbe più aderente al vero dire messa in piedi da Di Maio e Salvini). In questa seconda ipotesi è evidente che il ritorno anticipato alle urne sarebbe solo una possibilità, non l’unica via di uscita, scadendo, come è noto, la XVIII Legislatura in corso, nel marzo 2023: dipenderà ancora una volta essenzialmente dalla volontà e capacità delle forze politiche – nella loro configurazione parlamentare – di riuscire a verificare lo spazio di sussistenza per altra tipologia di maggioranza parlamentare (a cominciare da intese più o meno larghe o di “salvezza nazionale”, passando per Esecutivi di minoranza sostenuti dall’esterno… non mancano certo le possibilità per far nascere un Governo nel nostro sistema parlamentare, la cui duttilità è sempre stata un pregio da salvaguardare) e, va da sé, dal tipo di mediazione che vorrà operare il Capo dello Stato (il c.d. commissario delle crisi).

Avrebbero, comunque, la possibilità di entrare direttamente in gioco prospettive diverse – non solo quelle di ciascun soggetto politico e dei singoli leader – a cominciare dalla linea economica, finanziaria e sociale che dovrà assumere nei prossimi mesi l’Italia, inevitabilmente interconnessa con l’Unione Europea (della quale certo il rinnovato Parlamento sarà una fondamentale istituzione) cosicché, se si aprisse una crisi di governo, tutti sarebbero inevitabilmente indotti ad una maggiore ponderazione proprio dell’interesse nazionale. In ogni caso questo virtuoso percorso, almeno a mio parere, potrebbe essere innescato, al punto in cui siamo, dalla determinazione di una sola personalità istituzionale, il Presidente del Consiglio Conte. Egli avrebbe così il modo di mostrare davvero al Paese che la carica che ricopre è connessa all’espletamento di un delicato ruolo costituzionale che può essere certo assunto e condizionato dall’andamento del sistema politico ma che non può tramutarsi in una messa in scena imposta dall’esterno a chi viene chiamato a fingere di fare il Premier.

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