Il no a Sea Watch introduce la decisione a maggioranza anche sulle audizioni?

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di Gianluca De Filio

Chi segue i lavori parlamentari, e chi scrive confessa di averlo fatto più di una volta, può essere portato a sottovalutare quegli spazi di discussione che i regolamenti parlamentari riservano agli interventi di natura procedurale, i così detti richiami (al regolamento, ordine del giorno, ordine dei lavori ecc.).

Da un lato perché, non di rado, vengono utilizzati in maniera impropria (si pensi al delegato d’aula di maggioranza che nell’appressarsi della prima votazione di giornata prende la parola con l’unico fine di consentire ai suoi deputati di entrare nell’emiciclo). Dall’altro perché ormai da anni una certa pubblicistica e la propaganda di alcune forze politiche hanno consolidato “una narrazione” dell’attività parlamentare incentrata esclusivamente sui costi economici e sulla produttività meramente materiale, intesa nel senso delle votazioni effettuate.

Tutto ciò ha inevitabilmente coartato lo spazio per la discussione, la riflessione e il dibattito non strettamente legato all’iter legislativo, una prerogativa che, seppure non l’unica o la principale, dovrebbe rimanere propria dell’attività parlamentare.

Questa premessa è necessaria perché è proprio grazie ed esclusivamente alcuni interventi sull’ordine dei lavori svolti nelle sedute della Camera dei Deputati del 2 e del 3 luglio che è possibile conoscere e, conseguentemente, valutare una vicenda della quale, seppure strettamente parlamentare, altrimenti non avremmo potuto avere contezza leggendo gli atti ufficiali come il bollettino delle giunte e delle commissioni parlamentari.

Il riferimento è al ciclo di audizioni conoscitive deliberate dagli uffici di presidenza delle commissioni affari costituzionali e giustizia nell’ambito dell’esame in sede referente del decreto legge 53/2019 ( C. 1913) in materia di ordine e sicurezza pubblica.

Nel corso dell’istruttoria legislativa, in particolare quando si esamina un decreto legge, quasi sempre la commissione che procede all’esame svolge un ciclo, più o meno ampio, di audizioni di esperti. Solitamente le audizioni vengono richieste da uno o più deputati nel corso della prima seduta sul provvedimento e vengono deliberate, ai sensi dell’articolo 79 comma 1 del regolamento camera, dall’ufficio di presidenza della commissione, integrato dai rappresentanti dei gruppi, un organo le cui sedute non sono soggette ad alcuna forma di resocontazione pubblica. I soggetti da audire, in base ad una prassi consolidata, vengono indicati informalmente dai gruppi parlamentari.

Da alcuni interventi svolti per richiamo al regolamento e sull’ordine dei lavori sul finale della seduta della Camera del 2 luglio e in apertura della seduta del 3 luglio (si vedano gli interventi dei deputati Magi e Fiano il 2 luglio, pp. 77 e 78 del resoconto stenografico di seduta, e dei deputati Fiano, Boldrini, Lollobrigida e Iezzi, il 3 luglio p.p. 2-5 del resoconto stenografico di seduta) si è appreso che nel ciclo di audizioni che le commissioni affari costituzionali e giustizia avrebbero dovuto svolgere sul così detto decreto sicurezza bis, tra gli auditi, su indicazione del gruppo Pd e del deputato del gruppo misto Riccardo Magi, vi sarebbero dovuti essere rappresentanti della Ong Sea Watch e di altre organizzazioni non governative.

Sempre da tali interventi si è avuto notizia che sul programma di audizioni deliberato dagli uffici di presidenza delle commissioni (probabilmente già alla data del 26 maggio, quando, come si apprende dai resoconti, il presidente della I commissione Brescia annuncia che le audizioni si svolgeranno nella settimana dal 1 al 5 luglio), arrivano due richieste di modifica da parte del gruppo della Lega e da parte del gruppo di Fratelli d’Italia.

Il 2 luglio la Lega chiede, con lettera ai presidenti delle commissioni I e II, di cancellare l’audizione, prevista per il giorno successivo, dei rappresentanti della Ong Sea Watch alla luce delle vicende giudiziarie che in quel momento riguardavano la comandante della nave Sea Watch 3. L’audizione viene cancellata e tale decisione produce come conseguenza il rifiuto da parte di altre Ong di svolgere le loro audizioni per solidarietà con Sea Watch.

Al di là delle vicende di cronaca ben note e delle relative posizioni politiche, la questione posta da due gruppi parlamentari di rivedere il programma delle audizioni già concordato e la decisione in tal senso assunta dalle presidenze delle due commissioni (in realtà dalla sola presidente della commissione giustizia, ovviamente anche a nome del presidente della commissione affari costituzionali) è interessante perché sembra non avere precedenti, almeno recenti, e, in quanto tale può porre un nuovo precedente.

La prassi relativa ai soggetti da audire, consentendo a tutti i gruppi parlamentari di indicarli in quota parte, assicura un’istruttoria che tenendo conto di un ampio spettro di opinioni e sensibilità può offrire a tutti i gruppi parlamentari indicazioni utili da tradurre in eventuali proposte emendative.

Premesso che da un punto di vista strettamente formale la decisione assunta non contrasta con il regolamento, dal momento che se spetta all’ufficio di presidenza della commissione decidere sulle attività conoscitive a maggioranza qualificata, ovvero in assenza di tale maggioranza al Presidente, è pacifico che sempre agli stessi soggetti spetti modificare tale decisione, è altresì evidente che il rischio è di aver posto un precedente che può limitare, almeno nella scelta dei soggetti da audire le facoltà delle minoranze.

Da oggi, infatti, nulla vieta che, con motivazioni più o meno oggettive, alcuni gruppi chiedano di modificare il calendario di audizioni stabilito escludendo soggetti a loro non graditi, oppure tale contestazione si può spostare a monte e cioè nel momento in cui si deve decidere il calendario di audizioni. Una pressione e una contrapposizione politica che, a causa della maggioranza molto qualificata prescritta dal regolamento della camera (3/4 dei componenti), rischia di scaricarsi sulle spalle dei presidenti di commissione che, a differenza del presidente della Camera, sono soggetti a rielezione dopo due anni.

Un risultato questo che se in concreto potrebbe anche non produrre effetti rilevanti sull’esito dei provvedimenti legislativi (dal momento che sono molto frequenti i casi in cui il legislatore, per necessità politica, prescinde in tutto o in parte dalle indicazioni tecniche emerse in audizione), potrebbe però contribuire a restringere ulteriormente quegli spazi di riflessione e confronto di idee di cui si è detto all’inizio di questo articolo.

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