Nuova maggioranza politica e nuovo (possibile) dibattito sull’aiuto al suicidio?

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di Ugo Adamo

In poco più di due settimane (dal 20 agosto al 4 settembre) si è consumata una crisi di Governo che lo scorso 5 settembre ha dato il via alla nascita del c.d. ‘Governo Conte 2’ a cui è stata data la fiducia dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica rispettivamente nei giorni 9 e 10 scorsi.

Si è scritto Conte 2 e non Conte bis perché nell’intenzione e del Presidente del Consiglio e delle nuove forze di governo vi è la dichiarata volontà di imprimere una (importante seppure non totale) svolta e non già una continuità con il Governo c.d. giallo-verde come invece farebbe intendere l’impiego dell’avverbio numerale.

Se questa è la volontà degli attuali attori politici di maggioranza, bisogna capire se una discontinuità ci sarà (anche) nelle questioni c.d. biogiuridiche, fra le quali la più rilevante è quella dell’aiuto al suicidio. Il mancato riferimento nelle dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ai due rami del Parlamento, e un mero accenno solo in sede di replica (al Senato) per un auspicato intervento in materia non ci offrono indicazioni chiare. La questione, d’altra parte, riguarda più propriamente le aule parlamentari, e quindi la nuova maggioranza che sorregge il Governo (2 o bis).

Il lettore di certo ricorderà che il prossimo 24 settembre si svolgerà udienza innanzi alla Corte costituzionale per la discussione sul c.d. caso Cappato, vale a dire sulla conformità a Costituzione o meno della legge penale che pone un divieto assoluto all’aiuto al suicidio; l’articolo che sarà esaminato è il 580 codice penale e il caso tristemente noto dal quale è originata la questione è quello di Dj Fabo che per porre fine alle proprie intollerabili sofferenze si è recato in una clinica svizzera, grazie anche all’aiuto di Marco Cappato.

Il lettore ricorderà anche che la Corte costituzionale, pur rilevando che l’attuale assetto normativo lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione, ha ritenuto doveroso consentire al Parlamento – secondo uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale – “ogni opportuna riflessione e iniziativa, così da evitare [… che] una disposizione continui a produrre effetti reputati costituzionalmente non compatibili”. La Corte ha, quindi, concesso poco meno di 11 mesi al Parlamento per provvedere a riformare la materia secondo i principi di diritto posti dalla stessa.

Il Parlamento – come era prevedibile a detta di molti commentatori – non è ancora riuscito ad addivenire ad una sintesi delle diverse posizioni presenti in Parlamento. Dalla fine di gennaio i lavori parlamentari intorno alla materia dell’aiuto al suicidio (medicalmente assistito) sono iniziati in sede referente in Camera dei Deputati nelle Commissioni riunite II (Giustizia) e XII (Affari sociali), ma non si è addivenuti a nessuna mediazione delle posizioni neanche con il ricorso alla trattazione dei diversi progetti di legge in un Comitato ristretto, deputato proprio a favorire la conciliazione di posizioni evidentemente molto distanti.

Nel caso che il tempo riconosciuto dalla Corte fosse trascorso senza nulla di fatto, la dottrina costituzionalistica – già a ridosso della pubblicazione del primo comunicato stampa pubblicato sul sito della Corte costituzionale che dava conto del rinvio della trattazione della questione di quasi un anno – ha argomentato circa l’inopportunità di produrre un nuovo rinvio ovvero sull’opportunità di concederlo qualora la discussione iniziata avesse avuto delle più che buone possibilità di trovare una sua formalizzazione in un testo di legge.

Fra le argomentazioni che spingevano e continuano a muovere contro l’opportunità di ‘concedere’ un tempo supplementare vi è di certo quella per cui la Corte il prossimo 9 dicembre cambierà composizione rispetto a quando si è pronunciata interlocutoriamente per la prima volta lo scorso novembre, nel momento in cui cesserà dalla carica di giudice Giorgio Lattanzi, Presidente della stessa Corte; la Corte di Cassazione dovrà allora procedere con l’elezione di un nuovo giudice.

Pur consci del fatto che ognuno nel corso del tempo possa cambiare idea, e che anche i giudici possono farlo pur consapevoli dei  più che rilevanti rischi di delegittimazione dell’organo, si sottolinea la circostanza fattuale per cui se la composizione della Corte muta è quantomeno più probabile che possa mutare anche la posizione della Corte che –, almeno a leggere l’ordinanza n. 207/2108 ‘di rinvio a data fissa’ –– ha argomentato, pur non dichiarandola, sull’incostituzionalità della normativa in questione.

La possibilità che l’orientamento possa cambiare è più che probabile se si tiene a mente che in caso di parità nei voti espressi dal Collegio quello del Presidente vale doppio.

A ridosso della decisione della Corte e prendendo in considerazione il progresso dei lavori parlamentari, le circostanze sembrano propendere, dunque, verso le ragioni di chi argomenta(va) sull’inopportunità di concedere altro tempo, che già è stato abbondante.

Accade non di rado, però, che le cose non risultino sempre così scontate e che il tempo che appariva sufficiente di fatto non lo era.

Si può ritenere che i fatti recentemente accaduti saranno presi in debito conto dalla Corte – cui spetta decidere se entrare finalmente nel merito con sentenza o rinviare nuovamente – nella misura in cui la nuova maggioranza ha dato la fiducia ad un Governo che si dichiara in discontinuità con il precedente. Quest’ultima affermazione, nel caso che ci occupa, non pare una petitio principii se si hanno a mente almeno due circostanze. Diversi sono i progetti di legge presentati dal Gruppo PD e da quello del Movimento 5 stelle; esponenti di entrambi i gruppi parlamentari hanno argomentato, in sede di Commissione referente, circa la volontà di modificare il testo in conformità alle linee guida offerte dalla Corte. Senza contare il gruppo LeU e diversi esponenti del gruppo Misto.

Al di là della decisione che adotterà la Corte, e tenendo in debito conto che fra il 13 settembre e il 12 dicembre 2020 saranno ben tre i giudici che cesseranno dalla loro carica, l’obiettivo a cui tutti dovrebbero tendere è ancora quello di colmare al meglio e nel tempo più breve quel vulnus che seppure denunciato si protrae inesorabilmente da troppi lustri (si v. da ultimo anche il Parere del Comitato Nazionale di Bioetica, Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito, 18 luglio 2019).

Questa è sì una situazione che chiede una netta e ferma discontinuità con quanto finora non prodotto dal Parlamento con il precedente Governo.

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