Voto ai fuorisede: non neghiamo alla Costituzione la sua bellezza

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di Francesco Contini

Nuove elezioni si avvicinano, vecchi problemi si ripresentano.

In qualità di giovane studente (fuorisede) di giurisprudenza appassionato alla politica e al diritto costituzionale, vivo sempre, con l’avvicinarsi di un’elezione, un periodo di rabbia e stupore. Questa tornata referendaria, purtroppo, non fa eccezione. Anche il 12 giugno ad oltre tre milioni di italiani verrà reso particolarmente difficile, nonché dispendioso, esercitare il proprio diritto di voto. Nell’indifferenza del Parlamento, i principi costituzionali soffrono.

L’articolo 48 della Costituzione, frutto di battaglie secolari, al secondo comma sancisce: “il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Le parole, citando la memorabile scena di Palombella Rossa, sono importanti. I costituenti le scelsero con cura, attribuendo ad ogni aggettivo uno specifico valore. Durante il corso di diritto costituzionale ci viene insegnato che il voto è libero nella misura in cui non è coartato. L’espressione deve avvenire senza alcun condizionamento da parte di terzi, scopo a cui anche la segretezza è funzionale.

Tale accezione coglie solo una dimensione della libertà.  Come insegna Norberto Bobbio, “non vi è libertà da che non liberi una o più libertà di, così come non vi è libertà di che non sia una conseguenza di una o più libertà da” (N. BOBBIO, Eguaglianza e libertà, Einaudi, Torino 1995, p. 58). Queste due dimensioni, la libertà da, ossia l’assenza di condizionamenti e pressioni e, d’altra parte, la libertà di, cioè la presenza di strumenti e modalità che consentano di esprimersi pienamente e facilmente, non possono essere scisse. L’una rinvia all’altra ed entrambe, insieme, designano un certo tipo di situazione: quella del soggetto che agisce, per l’appunto, liberamente. Qualora manchi una delle due metà, l’agire non può dirsi pienamente libero.

Sorge, allora, un dubbio. È pienamente libero l’esercizio del diritto di voto per uno studente universitario che, in piena sessione, deve tornare a votare cercando di non spendere una cifra folle? È pienamente libero l’esercizio del diritto di voto per un lavoratore lontano dal proprio luogo di residenza che, per riuscire a votare senza chiedere giorni di ferie, è costretto a viaggiare la domenica, sostenendo ovviamente costi maggiori? I costi, gli impegni di studio o di lavoro costituiscono spesso ostacoli rilevanti, ponendo in tal modo un limite sostanziale a quella “libertà di” senza la quale, Bobbio docet, una vera libertà non c’è. Il voto, oggi, per come garantito in Italia, non è pienamente libero. Ne deriva, come immediata conseguenza logica, che il dettato costituzionale non è pienamente rispettato.

In molti, facendosi guidare dallo spirito della nostra Costituzione, hanno provato ad individuare una soluzione al problema. Tutte le proposte presentate nel corso degli anni sono, però, sprofondate nella stagnante indifferenza del Parlamento. Il Ddl Madia, che mirava a consentire ai fuorisede di esprimere il proprio voto per corrispondenza, presentato il 28 marzo 2019, ha visto iniziare il suo esame in commissione il 5 maggio 2021, ben due anni dopo. Da quel momento, i lavori non sono più andati avanti. Il Ddl Brescia, frutto di una proposta elaborata dai costituzionalisti Bin e Curreri, volta a consentire il voto nella prefettura del luogo di domicilio, presentato il 9 aprile 2021, è stato esaminato in commissione a partire dal 29 aprile. A un certo punto, però, il Ministero dell’Interno ha opposto degli “ostacoli logistici insormontabili”, non meglio precisati, alla predisposizione del sistema immaginato della legge. Tutto si è fermato, sepolto nell’oblio. Il Parlamento, dimenticando il suo originario ruolo di garante delle libertà individuali, ha, ancora una volta, ceduto a tali pressioni, piuttosto che, come sarebbe stato auspicabile e degno di uno Stato di diritto, perseguire nella sua volontà di salvaguardare l’accesso a un diritto fondamentale.

Volgendo lo sguardo oltre i nostri confini e analizzando la disciplina degli altri 27 (Gran Bretagna compresa) Paesi europei, la rabbia e lo stupore aumentano. Ci sono solo Cipro e Malta a farci (cattiva) compagnia. Con loro, costituiamo le uniche tre eccezioni rispetto ad altri 25 Paesi che, seppur con modalità molto diverse fra di loro – dal voto per posta, al voto anticipato o in un seggio speciale, alla possibilità di delega – dispongono di uno o più canali per permettere ai cittadini in mobilità di votare.

Anche quest’anno, come in occasione di ogni elezione, ho prenotato in anticipo il biglietto, per evitare di spendere troppo, e ho adattato al viaggio “per tornare giù” il mio programma di esami. In fondo, per me, non è impossibile votare. È solo più complesso. Per altri, invece, spostarsi può rappresentare un impedimento più grande. Spendere, a volte somme considerevoli, per votare, per esercitare un diritto costituzionalmente garantito è un lusso che non tutti possono permettersi. Senza colmare questa lacuna, stiamo negando lo spirito più profondo della nostra Costituzione, la natura più pura e autentica dei nostri diritti: il loro essere di tutti “senza distinzione di condizioni personali e sociali.”

Votare è un dovere civico al quale non bisogna sottrarsi. Costituisce l’essenza più profonda di una democrazia che funzioni. Al contempo, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli perché tale partecipazione possa essere effettiva e garantita a tutti, allontanando anche solo l’ombra di un qualche privilegio censuario. La Costituzione dice già tutto. Non neghiamole la sua bellezza.

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