Una riforma da ridere

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di Roberto Bin

Ho stentato a mettermi a scrivere un commento alla “madre di tutte le riforme” perché mi sembrava tempo perso. Non che non sia grave che il Governo proponga una revisione costituzionale così mal fatta, ma è il testo stesso a suscitare più ilarità che interesse.

Forse mi sbaglio e sono solo un superficiale, ma mi sembra che chi ha messo per iscritto la proposta di riforma costituzionale o lo ha fatto per scherzo o manchi dell’abc del diritto costituzionale. O semplicemente pensa che gli italiani siano del tutto stupidi, non meritino che si sprechi troppo tempo in dettagli.

Incominciamo dalla premessa, dall’obiettivo che la presidente Meloni non perde occasione di enfatizzare, quasi anticipando lo slogan che farà suo nella campagna elettorale per il referendum confermativo (a cui la proposta di legge costituzionale dovrà essere sottoposta in quanto – per quello che Meloni stessa sembra ipotizzare – non otterrà i due terzi dei voti in Parlamento). L’obiettivo è di far uscire la Repubblica italiana da decenni di governi deboli. Un obiettivo condivisibile senza riserve. Ma c’è una contraddizione che non può non saltare agli occhi. La stessa Meloni ripete e ripete che la sua maggioranza governa perché ha vinto le elezioni e che la sua investitura viene diretta diretta dal voto degli italiani. Grazie a loro, gode di una maggioranza ampia e netta. Bene, ma allora a che serve modificare la Costituzione se l’obiettivo che si vorrebbe raggiungere in realtà è già stato conseguito con l’assetto attuale? Se questa maggioranza e lei stessa sono destinati a governare per tutta la legislatura, che cosa c’è che non va nell’attuale forma di governo italiana? La risposta è probabilmente da cercare nella preoccupazione per eventuali “ribaltoni”, cioè in fratture interne alla maggioranza stessa: che abbia poca fiducia nei suoi alleati e non veda meccanismi utili che li tengano uniti e coerenti alle politiche intraprese? La riforma sarebbe dunque una risposta alle potenziali debolezze del suo governo…

Ma è solo un’ipotesi. Se davvero il parlamento riuscisse ad approvare con i 2/3 dei voti questa proposta di revisione, il giorno dopo la presidente Meloni potrebbe (e forse dovrebbe) dimettersi per consentire di avviare il nuovo assetto costituzionale con nuove elezioni; se invece non raggiungesse la maggioranza richiesta, sicuramente dovrà affrontare un referendum, con esiti che solo il suo ottimismo può pensare incerti.

Insomma, il quadro è interessante: se la riforma procederà con pieno successo, il prossimo anno (o poco dopo) avremmo nuove elezioni politiche; se invece il successo non sarà così pieno, il prossimo anno (o poco dopo) avremmo un referendum confermativo seguito comunque, quale ne sarà l’esito, dalle dimissioni del Governo. Il primo effetto della riforma che vuole “stabilizzare” i governi e consentire loro cinque anni di operatività sarebbe proprio quello di dimezzare l’attuale legislatura, in barba alla chiara volontà espressa dagli elettori nel 2022. Ma questo paradosso sarebbe facilmente evitabile se, conseguito il successo della riforma, si attendesse abbastanza a lungo ad approvare la legge elettorale, senza la quale la riforma non potrebbe essere operativa.

Ma queste sono solo previsioni, mie per giunta. Vediamo invece il merito della riforma e perché il suo testo si collochi ai confini dell’ilarità.

Primo. Perché l’elezione diretta del capo del Governo non esiste in nessuna parte del mondo conosciuto? Solo in Israele si è sperimentata nel 1996: ma, visto come è andata, è stata subito abrogata, nel 2002. Tocca proprio al genio italico inventare questo toccasana dell’instabilità dei governi nei regimi parlamentari? Già, e la Germania? Pensare che il “modello” venga ricopiato dal Cancellierato tedesco è frutto, non di approssimazione, ma di ignoranza. Il cancelliere non è affatto “eletto direttamente”, ma è frutto delle scelte dei partiti: solo che i partiti tedeschi sono cose serie e non delle goliardate come sono diventati in Italia (sul punto rinvio a un altro contributo). Purtroppo, pensare che questi partiti possano riformare sé stessi è come affidare ai tacchini il compito di fissare il giorno del Ringraziamento (mi accorgo di aver già usato questa metafora, a commento delle proposte di riforma costituzionale di allora, in un articolo – Il processo del lunedìpubblicato esattamente trent’anni fa!). Ma – si dirà – è il sistema in vigore nei comuni e nelle regioni (quasi tutte): già, con la conseguenza però, da tutti denunciata, dell’atrofizzazione delle assemblee elettive. Ma la Repubblica non è un ente locale e non si può trattarla come se lo fosse. Se nessuno ha pensato di farlo nel proprio Paese, ci sarà un motivo? Hanno forse dei tecnici di scarso valore, così carenti del genio italico?

Secondo. La riforma assicura al Presidente eletto il 55% dei seggi nelle Camere (che restano due). Che la Costituzione si ingerisca nei sistemi elettorali è una mossa piuttosto azzardata, ma se lo si vuol fare bisogna farlo bene: quale risultato elettorale “minimo” bisogna conseguire per far scattare un premio di maggioranza così forte? Basta un voto più degli altri schieramenti in competizione? Già, ma chi sono gli “altri”, coalizioni o singoli partiti? La mia lista “Italia democratica, liberale, antifascista ma non troppo, per la giustizia sociale e la riforma tributaria per un fisco giusto e amico” ottiene il 15% dei voti, pochi ma 1 voto più degli altri: di conseguenza si vedrà assegnare il 55% dei voti? Si noti che, così com’è scritta la norma, nessuna legge elettorale potrebbe modulare diversamente le condizioni che fanno scattare il premio, perché il 55% dev’essere il risultato conseguito. La riforma accenna alle coalizioni, ma non è affatto detto che esse si formino sempre e che una di esse raggiunga un’elevata percentuale di voti: comunque il premio si assegnerebbe anche a prescindere dalle coalizioni. Qualcuno dei “tecnici” che ha messo mano al testo lo sa che la Corte costituzionale ha dichiarato che “l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio, è… tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.) (sent 1/2014)? o pensa che con legge di revisione costituzionale si possa superare queste ovvie obiezioni?

Naturalmente – si potrebbe rispondere – il “premio di maggioranza” è solo fissato come obiettivo che deve essere assicurato dalla legge elettorale futura e non può avere alcuna “diretta applicabilità”. Ma questo significa che l’anatra nasce zoppa, la riforma non potendo avere alcun effetto prima dell’approvazione della legge elettorale: vuol dire che dopo l’entrata in vigore della riforma bisognerà approvare una nuova legge elettorale “maggioritaria” e solo dopo la sua entrata in vigore si potranno sciogliere le Camere e indire nuove elezioni: è del resto quello che prevede la seconda disposizione transitoria della riforma. La domanda però è legittima: sopravviverà l’attuale maggioranza a una stretta di vite così drastica dello spazio di manovra residuato alle formazioni “minori” in essa compresa? Piegherà il capo a una vera e propria autocastrazione chimica?

Terzo. La norma “antiribaltone” è forse l’apice comico della riforma, ed anche quello che rivela la temperie psicologica della premier: se per caso il premier fosse costretto a dimettersi, il Presidente della Repubblica sarebbe tenuto a nominare al suo posto “un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto, per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici“. Così si blocca la possibilità di un “governo tecnico”! Ma davvero?

Mettiamo che, entrata in vigore la riforma, il/la Presidente del Consiglio veda squagliarsi la sua maggioranza e conseguentemente si dimetta: c’è però un parlamentare disposto a subentrare, un esponente autorevole del secondo partito della coalizione, ministro di comprovate competenze tecniche, stimato in Europa (si dice), che si offre per il nuovo governo. Stessi impegni programmatici, anzi molto arricchiti (e poi chi sarebbe il giudice della coerenza tra programmi politici?); una formazione di governo – ecco la sorpresa – fatta quasi tutta di ministri “tecnici” di alta competenza; una maggioranza politica molto larga, di tipo istituzionale… la stessa di Draghi, per intenderci. Chi potrebbe giudicare che questo esecutivo, che nessuno stenterebbe a chiamare “tecnico”, sarebbe in contrasto con la nuova Costituzione? Anche in questo la “madre di tutte le riforme” rivelerebbe d’essere uno strumento inutile, dunque. Come volevasi dimostrare.

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2 commenti su “Una riforma da ridere”

  1. Il vero guaio è che ci saranno troppi galli a cantare su questa eventuale riforma e, si sa, dove tanti galli cantano non fa mai giorno. Altro problema è che qualunque proposta sarà legata all’interesse di questa e quella parte e solo artatamente ammantata dello “interesse di tutti”. Povera Italia in mano a “politici” che per la grandissima parte non hanno neppure il senso della Politica. Ho più volte ricordato che in Jtalia ci sono più di SETTE MILIONI DI POVERI ASSOLUTI ma nessuno se ne è fregato, nessun politico si è anche solo preoccupato di “pescare” in quella marea di possibili votanti. Con tanta mancanza di lungimiranza e con tanta”stupidità” mi chiedo che speranze di cambiamento possiamo avere. Se non avessi la certezza di essere subito contattato per essere “comprato” (è già successo) mi darei alla politica (con la p minuscola naturalmente).

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  2. Ottimo articolo! Che cos’è governare in democrazia? Non è comandare, ma convincere la maggioranza della rappresentanza democraticamente eletta con proposte preferibilmente lungimiranti, comunicate all’elettorato per mostrargli che le misure sono appropriate e che la maggioranza merita il consenso alle prossime elezioni. Il progetto Meloni, come peraltro le riforme fallite del 2001 e del 2016, intende sovvertire questa architettura: invece di dover proporre, convincere, discutere, cercare compromessi e creare il consenso, loro vorrebbero comandare, non per sei mesi come a Roma, ma per cinque anni. Per questa ragione da alcuni lustri in Italia riforme significa cambiare la costituzione invece di modernizzare il paese attraverso la competitività delle azienda, la convergenza economica e finanziaria nell’UE e più giustizie sociale.

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