L’aggressione al Venezuela e il diritto costituzionale “esterno” delle amministrazioni USA

di Michele Carducci

«Se non hai vissuto in America latina, non conosci gli Stati Uniti». Questa massima si attribuisce al giurista e diplomatico ecuadoriano Carlos Tobar, ideatore, nei primi del Novecento, della c.d. “dottrina Tobar” (rielaborata dagli USA del Presidente Wilson come “dottrina della legittimità costituzionale”), contrapposta, a partire da quei primi decenni del secolo, alla c.d. “dottrina Estrada” (rivendicata dalle Repubbliche latinoamericane contro gli USA e la loro politica estera).

La massima di Tobar è un’ottima bussola per imparare a osservare e provare a comprendere i rapporti tra USA e America latina (e, più in generale, i Sud del Mondo). Essa ci dice tre cose: una molto semplice, le altre due meno.

La cosa semplice è la seguente: gli USA, visti e vissuti dall’America latina, non sono gli USA, visti e vissuti dall’Europa. Si tratta di due “visuali” differenti e distanti in termini non solo geopolitici, ma anche giuridici e soprattutto costituzionali. Se ne rese conto, da par suo, Carl Schmitt nel suo “Il nomos della terra”, nel 1950. Ma lo si sta riscontrando in questi giorni, di fronte alla vicenda venezuelana dell’aggressione statunitense e dell’arresto (sequestro) del Presidente Maduro e della moglie. In Europa, l’evento è stato letto in due modi tanto radicali quanto imprecisi e fuorvianti, agli occhi di chi “ha vissuto” in America latina: da un lato, si saluta con entusiasmo la “caduta di un dittatore”; dall’altro, si denuncia con preoccupazione la violazione del diritto internazionale ONU. Entrambe le impostazioni non sono sbagliate, anche perché è indubbio che quello venezuelano sia un regime liberticida (basta leggere l’InformeCrímenes de lesa humanidad: el rol de la Guardia Nacional Bolivariana”, depositato presso il Consiglio dei diritti umani dell’ONU l’11 dicembre 2025). Ciononostante, esse risultano per l’appunto imprecise e fuorvianti, per le ragioni che proprio Tobar (un giurista che, dal Sud del mondo, ha poi conosciuto e lavorato con i governi USA), ha consentito di comprendere, come spiegato da Carl Schmitt.

Invece, le due cose difficili, per noi da intendere di quella massina di Tobar, riguardano i sistemi costituzionali latinoamericani e i confini tra legalità e illegalità nelle pratiche pubbliche e private del subcontinente americano.

I sistemi costituzionali latinoamericani sono ordinamenti definiti “impuri” (Diego López Medina), nel senso di non essere autenticamente (o prevalentemente) frutto di processi di conformazione delle norme giuridiche e dell’organizzazione politica alle caratteristiche strutturali e funzionali delle società di riferimento (sostanzialmente “meticce” come storia, culture, economie, figurazioni della convivenza ecc…). Essi mantengono costantemente una separatezza Stato/società, foriera di contraddizioni e tensioni permanenti. Di tale separatezza neppure il diritto è stato immune. Le norme, sia di diritto privato che pubblico, sono state il più delle volte “imitate”, piuttosto che “elaborate” (Jorge L. Esquirol), mentre le Costituzioni, come osservò in Italia un raffinato conoscitore della storia costituzionale latinoamericana (Giorgio Lombardi), sono spesso sfociate in mere “verbalizzazioni” di strumenti e metodi sperimentati altrove, ma difficilmente replicabili al di fuori dei contesti storici di origine senza coinvolgimento sociale, dando così luogo o a Costituzioni “nominali” (secondo la definizione di Karl Loewenstein, in pratica belle parole scritte ed enunciate, ma non praticate) o di “costituzionalizzazioni simboliche” (secondo la definizione di Marcelo Neves, ossia processi costituzionali di cambiamento, del tutto ininfluenti sullo status quo dei rapporti di forza e controllo delle élite politiche ed economiche, storicamente consolidate su territori, atavicamente latifondiari).

Proprio questa condizione di “causalità non autonoma” (come la stigmatizzò Niklas Luhmann, per spiegare appunto l’assenza di piena autonomia dei processi sociali e giuridici nei Sud del mondo) ha poi ostacolato il tracciamento condiviso dei confini tra legalità e illegalità nelle pratiche pubbliche e private del subcontinente americano. Che cosa è legale e illegale in America latina? Qual è la differenza fra interessi pubblici e privati in quei contesti? Si tratta di domande apparentemente banali e, per noi europei, facilmente tematizzabili nelle risposte, attraverso la lente della differenziazione fra spazio pubblico e privato della convivenza umana, tra “vizi privati e pubbliche virtù” alla Bernard de Mandeville; ma lì, in quello scenario, difficilissime da trattare. Racconti cristallini, come la “Festa del caprone” di Vargas Llosa, ci consentono di scoprirlo; metafore, come quella celebre “del giardino al posto della  piazza” di Nelson Saldanha, ci insegnano a comprenderlo.

Bene, la massima di Tobar voleva rappresentare proprio questo: nella commistione pubblico-privato e nella confusione legale-illegale, i regimi giuridico-costituzionali latinoamericani, visti dal di dentro, si manifestavano fisiologicamente “inefficaci”, mentre, visti dagli USA, non potevano che apparire fisiologicamente “pericolosi”. La “pericolosa inefficacia” costituzionale del subcontinente americano ha dettato la cifra dei rapporti con gli USA.

Ecco allora che, predicare per questo contesto gli assiomi del diritto internazionale eurocentrico (sovranità, libertà, legalità, legittimità), serve a ben poco, non consentendo mai di mettere a fuoco la singolarità del continente americano.

C’è tutto questo nella massima di Tobar. Ma anche nella sua “dottrina”, come accennato ripresa poi dagli USA. Infatti, la “dottrina Tobar” sostiene un principio di diritto internazionale costituzionale: quello secondo cui nessuno Stato dovrebbe riconoscere governi nati da colpi di Stato, rivoluzioni o “mezzi considerati incostituzionali”, finché non venga “ristabilito l’ordine costituzionale” e la “volontà popolare”. Sembra una buona dottrina, perché ispirata alla legalità costituzionale e alla democrazia; e, in effetti, essa fungeva da argine alle confusioni e instabilità costituzionali latinoamericane.

Sempre nei primi del Novecento, però, a Tobar si è contrapposta, come accennato, la “dottrina Estrada”, per la quale, al contrario, nessuno Stato avrebbe titolo a ergersi a giudice delle forme di governo di altri Stati e a giudicarne la legittimità, impegnandosi piuttosto a mantenere relazioni diplomatiche indifferenti al giudizio sui regimi altrui e finalizzate ad una pacifica cooperazione reciproca a garanzia dei rispettivi interessi nazionali. Anche questa sembra una buona dottrina, in quanto ispirata alla convivenza pacifica fra Stati: e, in effetti, essa mirava a promuovere un fronte comune degli interessi statali latinoamericani pacifici nei riguardi del Nord America e del resto del mondo.

Dunque, entrambe nascono con riferimento proprio al rapporto fra USA (dopo l’affermazione della famosa “dottrina Monroe”) e America latina. Questo significa che esse non hanno mai trovato perfetta corrispondenza né nel contesto europeo, contrassegnato, al contrario, dalla promozione della c.d. “omogeneità costituzionale interna” e dal c.d. “contagio democratico” (di fatto avvenuto nella storia del continente), in funzione di processi di integrazione sovranazionale sempre più stretti, né nel colonialismo europeo in Africa e Asia, dove le genealogie della decolonizzazione hanno seguito percorsi non comparabili con le vicende (premoderne e moderne) del continente americano.

Tuttavia, la “dottrina Estrada” ha di fatto preso il sopravvento a livello globale durante tutto il periodo della guerra fredda, perché conveniente per entrambi i due blocchi contrapposti, ognuno dei quali legittimato a giustificare, per causa dell’altro, l’accettazione o addirittura la promozione di qualsiasi forma di regime politico-costituzionale (si pensi all’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia oppure alla promozione statunitense del Golpe in Cile). La ragione di questo successo risiedeva nell’impossibilità della condivisione (tra Est e Ovest del mondo) della stessa idea di “democrazia”, di “ordine costituzionale” e di “mezzi incostituzionali”: qual era la “vera” democrazia e quale il “vero” ordine costituzionale? Quelli occidentali del pluralismo sociale e politico nel libero mercato? Oppure quelli della pianificazione dall’alto nel controllo della “società senza classi” in vista dell’estinzione dello Stato e della liberazione dal bisogno? Quando un “mezzo” poteva essere rubricato come “incostituzionale”? Perché contrario al libero mercato oppure perché estraneo alla pianificazione?

La “dottrina Estrada” venne anche avallata indirettamente dalla Corte Internazionale di Giustizia, nel famoso caso “Nicaragua contro Stati Uniti” del 1986 (mai accettato dagli USA), dove si proclamò il principio della c.d. “autonomia costituzionale” di ciascuno Stato, non giudicabile né, ancor meno, contrastabile con la forza o le interferenze di qualsiasi altro Stato. Tuttavia, il condiviso postulato di “indifferenza costituzionale” della “dottrina Estrada” tra i due blocchi giocò a favore della strumentalizzazione statunitense della “dottrina Tobar” in America latina (e non solo). Se nessuno Stato può ergersi a “giudice” del regime politico-costituzionale di altri Stati, a causa dell’assenza di una condivisa visione della democrazia, dell’ordine costituzionale e dei mezzi incostituzionali, allora ciascuno Stato può tutelare la “propria” visione di democrazia, ordine costituzionale, incostituzionalità, lì dove minacciati dalle forme, anche democratiche, e dall’ordine politico-giuridico di altri Stati. Ecco allora che “democrazia”, per gli USA, poteva significare anche tutela della libera società statunitense contro minacce non solo politiche ma di qualsiasi altra portata (come, per esempio, la droga). Ecco allora che “ordine costituzionale” poteva significare pure “ordine economico” (nella perfetta traslazione pratica delle teorizzazioni della “Public Choice”). Ecco, infine, che “mezzi incostituzionali” potevano coincidere con qualsiasi ostacolo ai liberi investimenti internazionali o agli interessi contrattuali statunitensi. In sintesi, come intravide proprio Carl Schmitt, la “visione” costituzionale statunitense sul mondo poté trasformarsi in costituzione materiale ed economica del mondo.

Nella storia statunitense del secondo Novecento, fisiologici sviluppi dell’ordito Tobar sono così diventate teorie e pratiche assai note: da quella della “sicurezza democratica” (in nome della quale gli USA, invece di contrastare colpi di Stato, dittature e rovesciamenti incostituzionali di rappresentanti eletti, se ne sono fatti promotori); a quella del “modello operativo” Noriega, applicato a Panama, e Hernández, applicato in Honduras, e, ora, Maduro (modello, in base al quale i principi internazionali dell’immunità dei Capi di Stato e dei loro atti diventerebbero disapplicabili in presenza di una qualificazione – ovviamente unilaterale del governo USA – di “incostituzionalità” della loro legittimazione e delle loro funzioni e condotte); fino alla “Ker-Frisbie doctrine” (secondo cui il potere di una Corte statunitense di processare un imputato non è inficiato dal modo – anche illegale – in cui l’imputato è stato portato davanti al giudice, anche quando si tratta di un Capo di Stato straniero, dato che, recita siffatta dottrina in nome della separazione dei poteri, «il riconoscimento della legittimità di un governo straniero è prerogativa dell’esecutivo, non del potere giudiziario»).

Con Maduro e moglie a New York, il “modello” Noriega-Hernández e la “Ker-Frisbie doctrine” sono stati rinverditi. Ovvio che tutto questo percorso statunitense abbia sempre contrastato apertamente con il diritto internazionale ONU. Da questo angolo di visuale, l’aggressione al Venezuela non racconta nulla di nuovo. Meno ovvio è pensare che questo percorso abbia giovato alla promozione della democrazia e delle Costituzioni liberal-democratiche negli Stati di intervento statunitense. Non è mai avvenuto, sicché coloro che oggi festeggiano la caduta del dittatore venezuelano probabilmente sottovalutano questa biografia statunitense di diritto costituzionale “esterno”.

Del resto, che queste dottrine nordamericane non abbiano mai giovato alle sorti dei Paesi coinvolti si spiega con un’altra variabile: la natura esclusivamente “fossile” della democrazia statunitense.

Come ha ben mostrato il politologo Timothy Mitchell (in Carbon Democracy), il successo economico e libertario degli Stati Uniti si è fondato sui combustibili fossili, determinando un doppio condizionamento nella propria stabilità interna: la necessaria interazione esterna con i c.d. “petro-Stati” (generalmente ordinamenti “rentier”, autocratici, illiberali, non cristiani); l’inevitabile dipendenza interna dalla “curva di Hubbert” ossia dall’andamento a campana, prima ascendente e poi discendente, nell’estrazione e produzione dei combustibili fossili (in quanto risorse esauribili), incapace di garantire nel tempo gli standard di benessere materiale e libertà, conquistati nella fase di picco, e causativa della c.d. “trappola del progresso”, osservata da Daniel B. O’Leary (la difficoltà di gestire crisi economiche e sociali dettate dalla contrazione energetica fossile e dal conseguente calo dei consumi e del benessere).

In ragione di questo contesto interno-esterno, le classificazioni statunitensi dei regimi politico-costituzionali “pericolosi” per gli USA, secondo la descritta linea evolutiva della “dottrina Tobar”, sono state estese a tutto il mondo, oscillando continuamente nella qualificazione dei sistemi stranieri, in funzione delle fonti di idrocarburi ivi presenti, se necessarie o meno alla democrazia “fossile” statunitense e al suo benessere. Di conseguenza, un paese non democratico o addirittura dittatoriale e liberticida, ma energeticamente “utile” agli USA, ben ha potuto ambire alla “promozione” di ordinamento costituzionalmente non “pericoloso”.

Sia la “dottrina Tobar” che la “dottrina Estrada” sono tornate, oggi, di attualità, su tre fronti, la cui combinazione permette di orientarsi puntualmente su quello che sta succedendo tra USA e Venezuela.

a) Il primo fronte guarda al rafforzamento della rete interstatale BRICS, coinvolgente numerosi e importanti Stati del Sud del mondo (incluso anche il Venezuela) in chiave “contro-egemonica” rispetto agli USA. Il postulato dei BRICS è esattamente la “dottrina Estrada”: nessuna interferenza e nessuna pretesa di omologazione od omogeneizzazione costituzionale, tra i paesi del Sud del mondo, in nome del comune obiettivo di ridimensionare il peso geopolitico e soprattutto geo-energetico degli USA, in vista di un sistema di “elettro-Stati”, ossia di economie non più fondate sul progresso fossile e sulla sua “curva di Hubbert”.

b) Il secondo è consequenziale e lo si legge nel documento della Presidenza Trump National Security Strategy (NSS) 2025, radicato su un unico pilastro a tre anelli:

– l’ “America First ovvero il primato mondiale e la protezione mondiale degli interessi nazionali;

– l’ “Western Hemisphere” ovvero la rivalutazione del ruolo globale degli USA come “unico Occidente”;

– il “Trump Corollary” alla “dottrina Monroe” per l’America latina.

Con esso, la descritta evoluzione novecentesca della “dottrina Tobar” viene rivitalizzata in tutti i suoi gangli applicativi, come mostra giusto l’aggressione al Venezuela.

c) Il terzo contiene la spiegazione di tutto, già intuibile con la decisione trumpiana di abbandonare l’Accordo di Parigi sul clima, del 2015. L’interesse nazionale statunitense deve persistere come interesse fossile, per non dare spazio alle alternative “energetiche” BRICS (su questo tema, assai istruttiva è la ricerca di Richard Heinberg, The Party’s Over: Oil, War, and the Fate of Industrial Societies). Solo che, alla fine del 2025, la U.S. Energy Information Administration ha comunicato che la produzione di petrolio da fracking nel c.d. “Permian Basin” (Texas e New Mexico) – il principale bacino shale a livello globale – raggiungerà il picco produttivo in un solo mese, sicché essa non aumenterà più. In pratica, l’incubo della “curva di Hubbert” si sta avverando per gli USA (cfr. Permian to retain US oil crown even after hitting peak). Una pessima notizia per Trump.

A questo punto, che fare? Rassegnarsi alla “trappola del progresso”? Aprirsi a un mondo diverso di “elettro-Stati”? Oppure ostinarsi a rafforzare le novecentesche declinazioni “fossili” della “dottrina Tobar”?

Dopo il Venezuela, la risposta è stata data e probabilmente essa si ripeterà con la Groenlandia (dunque addirittura indirettamente con uno Stato della NATO?), il Canada, Cuba, l’Iran, la Nigeria; ovviamente senza mai far mancare le infarciture costituzionali sulla “pericolosità” dei regimi di questi paesi (sui diversi modi di praticare questa estensione globale, si v.  Malfred Gerig, Imperio por sumisión: elementos para una caracterización de la política exterior trumpista). Siamo solo all’inizio e la vittima sacrificale di questo “nuovo corso” c’è da temere che sarà proprio la diffusione della democrazia costituzionale nel mondo.

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