di Simone Scagliarini
La legge di bilancio 2026 interviene, ancora una volta, sulla materia del gioco pubblico e, ancora una volta, nella direzione di ampliarne l’offerta, seguendo il trend di liberalizzazione che caratterizza il mercato dell’azzardo ormai da anni.
La novità dell’ultima manovra, figlia di un emendamento presentato in sede referente, consiste nell’introduzione di un nuovo gioco numerico a totalizzatore nazionale denominato «Win For Italia Team», di cui il comma 151 dell’articolo 1 della legge definisce il montepremi in misura pari al 65 per cento della raccolta, al dichiarato fine di sostenere i progetti olimpici dell’Italia Team. Il gettito dello Stato – prosegue il provvedimento – è destinato al finanziamento del Comitato olimpico nazionale italiano.
La decisione del legislatore di attingere nuovamente al gioco per “fare cassa” ha suscitato ferme reazioni tra le associazioni impegnate nella lotta alla dipendenza da azzardo, una vera e propria patologia la cui diffusione è in aumento in innegabile parallelo (come ha riconosciuto anche la Corte in alcune recenti decisioni) con l’ampliamento dell’offerta di gioco. Tanto più che la legge di bilancio è stata approvata il giorno successivo all’intervento del Papa all’udienza con i rappresentanti di ANCI, ai quali il Pontefice ha parlato della “piaga del gioco d’azzardo, che rovina molte famiglie”. Scelta, questa, verosimilmente non casuale, non solo perché effettivamente i Comuni sono l’ente che più di ogni altro subisce l’impatto sociale che il gioco – e in particolare l’addiction comportamentale che esso genera – porta con sé, ma anche perché circolano ormai da tempo ipotesi di far compartecipare gli enti territoriali (Regioni comprese, da sempre molto impegnate con i servizi sanitari nella prevenzione e lotta alla dipendenza da azzardo) al gettito erariale, tentazione, questa, che rischierebbe di ammorbidire decisamente i provvedimenti limitativi che tali enti possono introdurre (e, di fatto, hanno introdotto).
Ora, a prescindere dal magistero morale di Leone XIV, alle disposizioni citate possono essere mosse osservazioni a mio avviso critiche anche su un piano più strettamente giuridico-costituzionale per (almeno) due ordini di motivi.
In primo luogo, appare davvero paradossale che lo stesso Parlamento che ha voluto inserire, nel 2023, un ultimo comma all’art. 33 della Costituzione, in cui si legge che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme” oggi pensi poi di attuare questa norma programmatica facendo ricorso ad entrate provenienti da un’attività che persegue obiettivi e determina effetti esattamente opposti. È infatti di tutta evidenza che nulla vi è di educativo nel gioco di pura alea e che lo stesso, ben lungi dal promuovere l’individuo, è fattore scatenante di una dipendenza che, per l’appunto, ha un impatto devastante sul piano sociale (distruggendo le relazioni famigliari e amicali del soggetto che ne è affetto) e un impatto altrettanto negativo sotto il profilo sanitario, tanto più che questa patologia, come scientificamente dimostrato, porta con sé di norma comorbilità (in termini di cross-dipendenza) che aggravano ulteriormente la salute del giocatore.
Da questo punto di vista, se appare forse eccessivo immaginare una possibile illegittimità costituzionale della norma per contrasto con la disposizione citata della Carta fondamentale, di certo non si può dire che la legge di bilancio rispetti lo spirito di questa. Curioso appare dunque che, da quanto riferito dalla stampa quotidiana, il presidente del CONI abbia salutato con favore la novità. Certo, il sostegno allo sport è finalità pienamente meritoria e necessaria, ma davvero possiamo prescindere dal mezzo con cui viene perseguita?
Una seconda ragione di critica discende dalla facile profezia che porta a ipotizzare la probabile trasformazione di questa nuova forma di gioco, introdotta apparentemente una tantum per finanziare l’evento olimpico, in ulteriore permanente fonte di entrate per il bilancio statale. Così è successo fin dal 2009, quando una estrazione del lotto fu introdotta per finanziare la ricostruzione in Abruzzo, così è stato, più di recente, per l’alluvione in Romagna, e non vi è ragione per pensare che questa volta andrà diversamente.
Dunque, ancora una volta, l’offerta di gioco viene ampliata semplicemente per aumentare il gettito fiscale, utilizzando a mo’ di pretesto la buona causa del momento. Non a caso, ogni legge di bilancio interviene ormai a regolare il gioco, che viene trattato come fosse una normale attività imprenditoriale, priva di significativi impatti sociali e sanitari, e una fonte di finanziamento per l’erario in sé neutra (tanto più che tutta la riforma del settore in corso trae origine dalla delega fiscale e vede quale protagonista indiscusso il MEF). Peraltro, la relazione tecnica prudenzialmente non ascrive a Win for Italia Team effetti sul bilancio, che tuttavia, paradossalmente, potrebbero persino essere di segno negativo, posto che si tratta di una misura non solo rischiosa sotto i profili già indicati, ma che potrebbe indurre maggiori costi, sia diretti che indiretti, connessi all’aumento del fenomeno dell’azzardopatia, cui potrebbe probabilmente offrire un contributo.
Insomma, quello che occorre sarebbe un ritorno alla Costituzione e alla centralità della persona, anche attraverso lo sport, che ne è uno dei capisaldi: il vento, però, sembra tirare – e con sempre maggior vigore – nella direzione esattamente opposta.
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