Se Madia avesse ascoltato le Regioni…

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La sent. 251/2016 arriva giusto in tempo per bloccare il decreto-legislativo sulla dirigenza, il cui testo era già in circolazione (grazie a Astrid, che ne aveva pubblicato il testo con la Relazione illustrativa) già prima che fosse approvato in Consiglio dei ministri, il 24 novembre.

di Roberto Bin 

Il decreto sulla dirigenza è emanato in attuazione della delega contenuta dall’art. 11 della “legge Madia”, proprio una delle norme censurate dalla Corte costituzionale “nella parte in cui prevede che i decreti legislativi attuativi siano adottati previa acquisizione del parere reso in sede di Conferenza unificata, anziché previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni”.

In effetti la Conferenza aveva espresso il suo parere il 3 novembre 2016, un parere solo in parte positivo (comunque con esclusione del Veneto, che aveva promosso ricorso per illegittimità costituzionale della legge delega): piena condivisione sugli obiettivi, ma precise critiche sulle procedure di conferimento degli incarichi dirigenziali, “particolarmente attente a garantire la ridistribuzione di tutti gli attuali dirigenti in servizio”, piuttosto che a privilegiare il merito; e sui criteri di composizione e organizzazione dei diversi organismi previsti dalla riforma, “di impronta fortemente statalista, che tenderanno inevitabilmente a ricondurre la nuova figura del dirigente della Repubblica verso la dirigenza statale”; inoltre venivano indicati i punti in cui il decreto appariva in più specifico contrasto con le garanzie dell’autonomia organizzativa delle regioni.

Non sembra che le censure delle regioni siano state prese nella giusta considerazione. Anzi, la Relazione illustrativa dichiara di non accogliere l’invito a chiarire che per le Regioni ordinarie le norme dovrebbero costituire principi a cui adeguarsi, “in quanto – dice il ministro – le disposizioni del presente decreto si ritengono applicabili anche alle Regioni ordinarie non solo come principi”. Forse il Governo pensava di anticipare così la riforma costituzionale del Titolo V, che attribuisce allo Stato la competenza a dettare “norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale” (art. 117.2 lett. m). Ma una volta tanto la Corte costituzionale non sembra avvallare l’interpretazione centralistica della Costituzione in vigore.

Dubito fortemente che la “nuova” competenza dello Stato possa giustificare di imporre alle regioni una disciplina così chiaramente centralista: ma in futuro (e sempreché il referendum approvi la riforma), se sarà questo l’orientamento interpretativo del Governo, toccherà al Senato delle autonomie sollevare il problema e chiedere alla Camera di non avvallare il centralismo delle burocrazie ministeriali. Perché quello che risulta evidente è che lì sta il cuore del centralismo governativo, come viene sottolineato anche dalle censure mosse dalle Regioni allo schema di decreto sulla dirigenza. Qualcuno, dalla “politica”, dovrebbe mettere un freno alla incontinenza della burocrazia se vorrà rendere credibile il suo disegno riformatore.

Troppo spesso negli ultimi decenni, in un’Italia segnata dalla crisi della politica, ad essa è subentrata la burocrazia. Scriveva Carl Schmitt che prima della “camera del potere” c’è l’anticamera, popolata da tecnici, burocrati e portaborse… un corpo che filtra le informazioni che arrivano dalla società civile e che ad essa sono destinate: un’intercapedine da cui dipendono le scelte compiute dal potere politico e la loro efficacia. La cultura eminentemente centralistica e burocratica dei dirigenti di Stato dovrebbe essere uno dei nemici contro cui dovrebbe muovere la riforma della dirigenza pubblica. Ma per realizzare questa riforma la guida politica deve essere saldissima: e forse nelle regioni potrebbe trovare un alleato, non il nemico da abbattere. Già da subito, visto che ora il decreto dovrà essere ritirato e ripresentato alla Conferenza Stato-regioni: il Governo dovrà cercare l’intesa con le regioni e si può sperare che i mesi che si perderanno non saranno persi inutilmente.

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