Parlamentari transfughi da un gruppo all’altro:
il rimedio nella modifica dei regolamenti

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di Stefano Ceccanti

Nell’intervista al Fatto Quotidiano del giorno 13 gennaio il Presidente emerito Zagrebelsky ha rilanciato la querelle sul divieto di mandato imperativo proponendo di introdurre la decadenza per il parlamentare che passi da un gruppo di maggioranza ad uno di opposizione o viceversa.Ovviamente, anche se ciò non è specificamente detto nell’intervista, ciò si potrebbe fare solo con norma costituzionale perché altrimenti si violerebbe con tutta evidenza l’art.67.
Questa proposta, e più in generale i tentativi di eludere il divieto di mandato imperativo con i contratti stipulati tra il Movimento 5 Stelle e i suoi candidati (su cui non si è pronunciata nel merito l’ordinanza del Tribunale di Roma ma che violano palesemente l’art. 67), nascono da un problema reale. Il tasso di spostamento dei nostri eletti nelle varie assemblee elettive, a cominciare da quelle parlamentari, appare troppo elevato rispetto alle altre democrazie consolidate e non da oggi. Soprattutto appare del tutto anomalo che il paesaggio politico-parlamentare, man mano che ci si allontana dalle elezioni, sia sensibilmente difforme dai soggetti che si sono presentati agli elettori. Che fine fa la sovranità popolare (art. 1) e la determinazione della politica nazionale da parte dei cittadini attraverso i partiti (art. 49)?

Rispetto a questi problemi sembra elusivo richiamarsi all’importanza del divieto di mandato imperativo. Tuttavia la proposta di Zagrebelsky non è affatto una soluzione. Faccio tre casi che spiegano questo mio giudizio:

1. un parlamentare esce dal suo gruppo e va nel gruppo misto e si riserva di votare pro o contro il governo caso per caso, come fanno alcuni dei fuoriusciti dal M5S nelle Camere. In quel caso che si fa?

2. i parlamentari leghisti eletti nei collegi uninominali insieme a Forza Italia si divisero nel 1994 rispetto all’appoggio del Governo Dini contro Berlusconi. La maggioranza seguì Bossi votando a favore sulla base delle decisioni di partito; ma una minoranza votò contro restando con Berlusconi con cui si erano presentati alle elezioni. Chi doveva decadere?

3. Berlusconi ha sostenuto il Governo Letta fino a un certo punto, poi è passato all’opposizione con la grande maggioranza del Pdl, ma un altro pezzo è rimasto in maggioranza con l’Ncd. Chi doveva decadere? Il Pdl si è sciolto riarticolandosi in Fi e Ncd: esiste un erede univoco? Con quali criteri si individua?

Anche i contratti del M5S, fermo restando che ad art. 67 vigente sono illegittimi, non sono una soluzione: essi infatti finiscono per vincolare gli eletti non già agli elettori, ma ai dirigenti di partito (o di un’azienda?). Non bisogna mai dimenticare che, come spiega costantemente Salvatore Curreri, la relazione è a tre (partito-eletto-elettori) e non a due (partito-eletti) e che sia l’art. 1 sia l’art. 49 ci riportano alla soggettività degli elettori.

Per questa ragione l’unica strada feconda, senza modificare l’articolo 67, è quella di intervenire sui Regolamenti parlamentari, puntando per costituire i gruppi sul requisito politico della conformità alle liste che si sono presentate alle elezioni sia all’inizio della legislatura sia durante il suo svolgimento, come accade nell’ordinamento spagnolo.

 

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