Legge elettorale nuova, collegi vecchi
e la fine del maggioritario

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di Giovanni Di Cosimo

Per la seconda volta in questa legislatura il Parlamento è alle prese con la riscrittura delle regole elettorali. Il primogenito, battezzato col nome evocativo di Italicum, è morto nella culla. La Corte costituzionale l’ha sonoramente bocciato all’inizio dell’anno, prima ancora che fosse applicato una sola volta. È risultato incostituzionale nel punto in cui consentiva al capolista plurieletto di scegliere a sua discrezione il collegio, e in quello in cui prevedeva l’attribuzione al ballottaggio del premio di maggioranza senza soglia minima.

Dopo la sentenza i partiti hanno fatto melina, ma ora le quattro formazioni maggiori presenti in Parlamento hanno trovato l’accordo sul modello elettorale applicato in Germania, che assegna metà dei seggi con i collegi uninominali e metà col proporzionale. Contrariamente a quel che può sembrare, il sistema tedesco funziona in concreto secondo la logica proporzionale, perché il numero totale dei seggi di ciascuna lista viene calcolato appunto col metodo proporzionale (e la metà di quelli così determinati va ai candidati dei collegi uninominali).

Ciò significa che le nuove regole ispirate a quel modello segneranno in Italia la fine dell’era del maggioritario, cominciata con il referendum Segni del 1993, e il ritorno al proporzionale sperimentato nei primi decenni della Repubblica. Può piacere o meno, ma questo è il senso principale, e nel complesso non incoerente con l’esito del referendum del 4 dicembre scorso, di ciò che sta accadendo. Un effetto probabile è che le coalizioni a sostegno del Governo si formeranno dopo le elezioni, e quindi non saranno sottoposte all’approvazione degli elettori durante la campagna elettorale come è accaduto negli ultimi anni.

Vero è che in Germania il meccanismo proporzionale viene temperato dal fatto che accedono al riparto dei seggi solo i partiti che superano la soglia 5% (o, in alternativa, quelli che abbiano vinto almeno tre seggi nei collegi uninominali). L’attenuazione dell’effetto proporzionale può essere rilevante: nelle elezioni del 2013 i partiti sotto soglia hanno nel complesso avuto poco più del 15% dei voti, e questo ha determinato un vantaggio per le formazioni più grandi, tanto che la Cdu/Csu di Angela Merkel col 41% dei voti ha ottenuto il 49% dei seggi. La versione italiana ripropone la soglia di sbarramento al 5% (circostanza che evidentemente non è apprezzata dalle formazioni politiche minori).

Oggi comincia la discussione in aula alla Camera. Nell’ultimo fine settimana la commissione affari costituzionali ha apportato dei miglioramenti alla proposta di legge.

In primo luogo, ha affrontato la questione dei vincitori nei collegi che rischiavano di non avere un seggio, per esempio nel caso in cui a un partito spettano in una circoscrizione, sulla base dei voti proporzionali, meno seggi di quanti ne abbia conquistato nei collegi. Un problema serio dal punto di vista del principio di rappresentanza: gli elettori avrebbero eletto un candidato nel collegio, ma questi non sarebbe entrato in Parlamento. Nel sistema tedesco il numero dei componenti del Bundestag non è fisso, e dunque quando occorre vengono assegnati dei “seggi di compensazione”, col risultato che nelle ultime elezioni del 2013 sono stati assegnati 33 seggi in più rispetto al numero minino di 598. Ma siccome la Costituzione italiana stabilisce un numero fisso dei componenti di ciascuna camera, occorreva cercare una soluzione diversa. A questo scopo la commissione ha, da un lato, diminuito i collegi uninominali che non saranno più la metà del totale (alla Camera passano da 303 a 225, al Senato da 150 a 112); dall’altro ha previsto che il riparto dei posti comincia dagli eletti nei collegi (l’ordine è il seguente: si inizia dai candidati primi nei collegi, si passa poi ai candidati della lista, e infine tocca ai rimanenti candidati dei collegi). L’altra faccia della medaglia della diminuzione dei collegi, che allontana significativamente la versione italiana dall’originale tedesco, è che così si aumenta il numero degli eletti nelle liste bloccate a discapito di quelli “realmente” scelti dagli elettori.

In secondo luogo, la commissione ha ridotto la possibilità delle candidature plurime: ci si potrà presentare in un collegio uninominale e in una sola lista proporzionale, mentre originariamente era prevista la possibilità di presentarsi in tre circoscrizioni.

Restano, peraltro, altri aspetti problematici. Come accennato, le liste della parte proporzionale sono bloccate, gli elettori non possono scegliere fra i candidati, e dunque, come nella legge Calderoli del 2005, risulta decisivo l’ordine di inserimento in lista. Facendo tesoro delle indicazioni della sentenza costituzionale che ha bocciato la legge Calderoli, la proposta all’esame della Camera prevede liste corte (da 2 a 6 candidati), ma resta il fatto che in concreto decideranno i capipartito chi entrerà e chi no.

Il modello tedesco viene disatteso in un altro punto cruciale: la possibilità del voto disgiunto (cioè voto per il candidato di un partito nel collegio, e per una lista diversa). Eppure il voto disgiunto ha senso perché operano due logiche distinte: nell’uninominale l’elettore vota guardando alla persona, nel proporzionale guardando ai partiti. Nelle elezioni tedesche più di un quarto degli elettori ha usufruito di questa possibilità.

Infine: per la fretta di chiudere la partita, i quattro partiti che sostengono la riforma, hanno deciso di mantenere i collegi disegnati più di venti anni fa in occasione della legge Mattarella. Ma nel frattempo le cose sono cambiate, si sono svolti due censimenti, e l’art. 56 della Costituzione impone di far riferimento all’ultimo censimento generale della popolazione.

 

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