In una foto di Zidane spiegata la V Repubblica

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di Fabio Ferrari

Sarà pur vero che il calcio è un gioco di squadra, ma quando la Francia vinse i Mondiali nel 1998, sull’Arc de Triomphe non fu proiettata la foto degli undici neo campioni, ma solo ed esclusivamente il ghigno beffardo di Zinedine Zidane. 

Come spesso accade, gli aneddoti di cultura popolare rischiano di essere più eloquenti dei commi di legge e delle teorie politiche: difatti, per iniziare a comprendere il sistema costituzionale francese, quella gigantografia del mitico Zizou idolatrata da milioni di persone festanti può avere, almeno simbolicamente, una sua utilità.

Dopo la vittoria di Trump alle elezioni di Novembre 2016, scrivevo che a dispetto della narrazione comune il Presidente USA soffre (per fortuna) di numerosi vincoli costituzionali, essendo ben lontano dal monarca assoluto solitamente descritto dal marketing politico.

In Francia, esattamente al contrario, l’equivoco sta nell’infelice formula “semi-presidenzialismo”, la quale sembrerebbe alludere ad un Presidente della Repubblica spuntato nell’esercizio del potere.

Niente di più lontano dal vero.

Il Capo dello Stato è eletto dal popolo, senza alcun tipo di rapporto diretto con il Parlamento, ed è praticamente inamovibile, fatta eccezione per una tortuosa e improbabile procedura di destituzione (art. 68). È lui che nomina il Primo Ministro e, su indicazione di questo, i Ministri. Il Governo è così formato, senza bisogno di fiducia iniziale da parte della Camera dei deputati, la quale può però sfiduciare l’Esecutivo ex post, in un secondo momento.

La lettera della Costituzione sembra delineare chiaramente i poteri del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro, conferendo al Capo dello Stato un ruolo tendenzialmente arbitrale: al primo, in estrema sintesi e per quanto qui interessa, spetta (solo) indire particolari referendum (art. 11), presiedere il Consiglio dei Ministri e le Forze Armate (artt. 9 e 15), oltreché la titolarità di poteri eccezionali in casi di grave minaccia per l’ordinamento democratico (art. 19); il secondo, al contrario, è a capo dell’Esecutivo cui spetta dirigere e determinare la politica nazionale (artt. 20 e 21).

La prassi, tuttavia, ha disegnato uno scenario ben più…monarchico: la grande legittimazione di un Presidente della Repubblica direttamente eletto dal popolo ha conferito a quest’ultimo un enorme potere costituzionale; fino almeno agli anni ’80 il Primo Ministro si è rivelato un suo secondo, una sorta di aiutante di campo, per usare un’espressione cara a De Gaulle. Ciò ha consentito al Capo dello Stato di concentrare sulla propria persona anche la sostanza delle competenze legate all’Esecutivo, svuotando l’autonomia del Primo Ministro e imponendogli un ruolo da paravento contro la temperie parlamentare. Il Governo, di fatto, è divenuto un organo a totale appannaggio del Capo dello Stato, il quale ha così tessuto in prima persona le trame della politica nazionale, con esigui contropoteri a limitarne lo spettro d’azione: non l’Esecutivo (praticamente suo), men che meno il Parlamento (popolato da partiti politici cronicamente deboli), che Egli può comunque sciogliere sostanzialmente a propria discrezione (art. 12).

Certo, il fenomeno della cohabitation, in quelle rare occasioni nelle quali si è verificato, ha in parte stemperato questo assetto monarchico: si tratta di un’eventualità nella quale il Capo dello Stato e il Primo Ministro appartengono a fazioni politiche diverse, costringendo così il Presidente della Repubblica a porre all’apice dell’Esecutivo un personaggio a sé inviso ma alla Camera gradito, onde evitare una repentina sfiducia e il blocco del sistema. Eppure, anche in queste occasioni (a partire dalla coabitazione tra il socialista Mitterand e il gollista Chirac a metà degli anni ottanta), pur lasciando il pallino della politica nazionale al Primo Ministro, il Presidente della Repubblica ha conservato un ruolo di politica attiva assai rilevante, potendo fare leva sia sul controllo dell’esercito, sia sulla guida della politica internazionale (art. 52).

A ciò si aggiunga che il “rischio” di una coabitazione era dato, soprattutto, dalla diversa durata dei mandati: sette anni per il Presidente, cinque per l’Assemblea Nazionale. Lo sfasamento temporale, dunque, poteva produrre maggioranze politiche diverse tra Eliseo e Camera, sulla falsa riga di quanto ancora avviene negli Stati Uniti con le elezioni di medio termine. Questo problema è stato però risolto nel 2000, armonizzando la durata a cinque anni. Soluzione, inutile dirlo, favorevole alla centralità del Presidente.

Si sbaglierebbe però a trattare queste peculiarità come “tipiche” del modello semi-presidenziale: i modelli, si sa, offrono delle macro coordinate di massima con le quali rendere più intellegibile la complessità esistente; ciò però non significa che la realtà concreta vi corrisponda sempre in modo speculare; anzi. L’Austria, per citare soltanto un caso, prevede a sua volta l’elezione diretta del Capo dello Stato: del tutto diverso, però, è il suo comportamento, muovendosi egli come un Presidente analogo ai colleghi più o meno “arbitri” delle Repubbliche parlamentari.

Quello che conta, ancora una volta, è il modo in cui le parti politiche – e, in ultima analisi, la cultura politica dell’opinione pubblica – interpretano i ruoli costituzionali: non tanto la vettura, ma chi ne è al comando e come decide di guidarla.

In Francia, tanto per cambiare, la V Repubblica ha fin dagli esordi assunto un tono “tipicamente” napoleonico, forse per certi aspetti e in talune occasioni addirittura non del tutto compatibile con i capisaldi delle democrazie contemporanee; non è forse un caso, in questa prospettiva, che la modifica costituzionale più favorevole alla concentrazione di poteri al Presidente – la sua elezione diretta, nel 1962 – avvenne attraverso un vero e proprio colpo di mano del padre della Patria De Gaulle, con ampio consenso quasi unanime del corpo elettorale.

Può essere che nel 1998 a Parigi, in mezzo al popolo festante proteso ad idolatrare Zidane, ci fosse anche Macron: di sicuro, visti i risultati delle elezioni e una tale assetto politico-costituzionale, il ghigno beffardo in questi giorni sarà il suo.

 

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