STATI UNITI
Anche Trump avrà
il suo guinzaglio

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I commenti dell’opinione pubblica alla vittoria delle elezioni presidenziali di Donald Trump sono, per usare un tenero eufemismo, tendenzialmente critici.

di Fabio Ferrari

Il pedigree del Presidente in pectore, effettivamente, sembra autorizzare il più tragico pessimismo sul futuro politico degli Stati Uniti (e quindi del resto del mondo).

A ciò, però, contribuisce non poco la narrazione comune sugli effettivi poteri costituzionali dell’inquilino della Casa Bianca, descritto spesso come una sorta di monarca assoluto che tutto può senza limiti e confini: dichiarare guerra senza troppi fronzoli a qualunque paese nel mondo, approvare la più deleteria ed incivile delle leggi, moltiplicare i pani e i pesci e soprattutto, c’è da credere dopo questa elezione, trasformare l’acqua in vino.

A questo racconto molto hanno contribuito i film americani dei quali, dal secondo dopo guerra in poi, i paesi europei sono stati bombardati senza sosta: pellicole e immagini in cui il Presidente degli Stati Uniti, tra cerimonie in pompa magna e discorsi solenni davanti ad un’intera nazione commossa e adorante, caricava sulle proprie enormi spalle la responsabilità di uccidere il cattivo di turno e salvare il pianeta, come ovvio riuscendoci puntualmente.

Un contributo importante lo ha fornito però, guardando in casa nostra, anche il dibattito trentennale sulle riforme costituzionali: dibattito non sempre di alta qualità nel quale politici, giornalisti e presunti intellettuali denunciavano la cronica instabilità politica dei nostri Esecutivi, guardando agli Stati Uniti come modello di efficienza, governabilità e rapidità delle decisioni. Un assetto costituzionale simile ad una terra promessa da imitare e, possibilmente, importare quanto prima.

Quanto di questa narrazione corrisponda però al vero del diritto e della prassi costituzionale statunitense è tutt’altro discorso.

È vero che il Presidente degli Stati Uniti è inamovibile per l’intera durata della legislatura (a meno di dimissioni o di esito positivo della procedura di impeachment) e privo del rapporto fiduciario con il Congresso: questo è senz’altro un elemento di grande stabilità, ma non dà alcuna rassicurazione sulla capacità del Presidente di governare. Difatti, egli non ha nemmeno il potere di proporre una legge al Parlamento: è privo cioè dello strumento basic con il quale i governi di tutte le democrazie europee indirizzano concretamente l’attività del legislatore al fine di realizzare la propria politica. Deve dunque sperare che la sua maggioranza in Parlamento adotti leggi a lui gradite: eventualità tutt’altro che certa, anche perché non può fruire, a differenza del suo sfortunato collega italiano, di uno strumento potente e penetrante come la questione di fiducia. A questo si aggiunga che alla sua stabilità si contrappone la cronica instabilità del Congresso: ogni due anni la Camera dei deputati viene rinnovata per intero, il Senato per un terzo. Ciò costringe il Presidente a dover continuamente trattare e contrattare con maggioranza politiche spesso a lui avverse, con il rischio di paralisi sorprendenti e tutt’altro che rassicuranti. Il recente, granitico braccio di ferro tra Obama e Congresso per l’approvazione del bilancio rappresenta un esempio folgorante di queste difficoltà.

Questa continua mediazione caratterizza tutti i poteri costituzionali più rilevanti: il Presidente nomina i giudici federali, ma con il consenso del Senato; il Presidente può porre il veto alle leggi del Congresso, ma quest’ultimo può vendicarsi non approvando le leggi che lui vorrebbe; il Presidente nomina i più importanti funzionari e direttori delle agenzie amministrative, ma il Senato può rifiutare di confermarli e il Congresso autorizzare o meno determinate spese, imponendo così di fatto indirizzi politici difformi rispetto a quelli presidenziali.

Chiunque abbia visitato l’interno del Campidoglio a Washington D.C., in parte adibito all’educazione costituzionale dei visitatori con immagini, plastici e video di grande efficacia, sa quanto centrale e assolutamente preponderante sia, nella rappresentazione statunitense, il ruolo e il potere del Congresso nel dialogo con il Presidente. Il tutto, manco a dirlo, con una Corte Suprema attenta, autorevole e severa giudice della costituzionalità delle leggi. Da qui la celeberrima definizione di uno dei più noti studiosi americani, Richard Neustadt, secondo il quale gli Stati Uniti hanno “istituzioni separate, che condividono il potere”.

Questo assetto, concepito alla fine del diciottesimo secolo per un mondo ed un sistema politico assai diversi da oggi, continua grossomodo a funzionare negli Stati Uniti; la qual cosa, peraltro, desta una certa sorpresa tra gli stessi commentatori autoctoni. Al contrario, ogni qual volta si è tentato di esportarlo (America latina, qualche paese dell’est europeo), i risultati sono stati terrificanti per la democrazia. Si tratta dunque, senza alcun dubbio, di un unicum complesso e molto articolato.

Si può non essere felici dell’esito delle elezioni presidenziali. Ma tra qualche mese anche Trump dovrà giurare fedeltà a questa strana Costituzione. Con tutto ciò che ne conseguirà.

Fabio Ferrari

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