STATI UNITI
Le Trumpiadi, canto X
I Trump… meglio dei Simpson

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di Roberto Bin

Donald ci ha ormai abituati da tempo, anche se ne è trascorso ben poco dal suo insediamento. Homer Simpson non avrebbe fatto di meglio. Le sue minacce contro i clandestini; le sue ordinanze che vietano l’ingresso negli USA ai cittadini di paesi musulmani, emanate senza badare ai vincoli che gli derivano dalle leggi e dalla Costituzione; i suoi insulti ai giudici che fanno valere quei vincoli; gli insulti e le minacce alla stampa; gli insulti contro le donne che hanno denunciato le molestie sessuali compiute quando ancora non era presidente e la sua pretesa di opporre l’immunità presidenziale (assai discutibile) contro le querele conseguenti; i suoi tentativi maldestri di bloccare i procedimenti mossi contro di lui…

E poi le sue gaffe internazionali: con i tedeschi, che definisce «cattivi, molto cattivi sul commercio», parlando a Bruxelles con Jean-Claude Juncker; con gli altri capi di stato, tra cui si fa largo a spintoni per occupare il centro della foto al vertice NATO; con la Svezia, di cui svela un grave episodio terroristico mai accaduto; con Israele, di cui avrebbe confidato ai Russi informazioni top secret sulle vicende siriane; con i cinesi, contro il cui dumping minaccia dazi doganali severi. E, alla fine di un elenco assai incompleto, con gli ebrei polacchi, essendo il primo presidente americano che visita Varsavia trascurando il Museo degli Eroi del Ghetto.

Ma qui la gaffe del padre è stata rimediata dalla figlia Ivanka, che si è subito recata al Museo. Tuttavia la figlia è a sua volta causa di preoccupazione e di scandalo a Washington. Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner fanno parte dello staff della Casa Bianca quali senior adviser (anzi Ivanka appare nei documenti ufficiali con il singolare appellativo di «first daughter and adviser to the president»). Hanno un bell’ufficio vicino la Sala ovale, ma non percepiscono stipendio. Ivanka accompagna spesso il padre nei viaggi ufficiali, è giunta persino a sedersi al suo posto per qualche minuto al vertice del G 20 ad Amburgo – cosa che generalmente i “consulenti” non sono autorizzati a fare. Ma quello che imbarazza è il fatto che oltre ad essere una consulente “a titolo gratuito” del padre è anche – come noto – un’imprenditrice, titolare di un brand della moda.

L’imbarazzo non nasce soltanto dal fatto che Ivanka, quando accompagna Donald nelle visite ufficiali, indossi scarpe, abiti e accessori del suo brand (una pubblicità mica male, in effetti, degna – come osserva malevola la stampa americana – delle “cleptocrazie”), ma che si sovrappongano interessi commerciali a quelli della rappresentanza degli Usa. L’episodio più inquietante è forse accaduto durante la visita del presidente cinese Xi Jinping, che avvenne negli stessi giorni in cui la Cina ha approvata tre nuovi marchi del brand di Ivanka: la stessa sera della registrazione dei marchi, Ivanka e suo marito sedevano accanto a Xi e a sua moglie al tavolo nel Mar-a-Lago Club di Palm Beach, che naturalmente è di Trump padre. Non c’è da stupirsi se un piccolo rivenditore californiano ha proposto una class-action contro il brand per concorrenza sleale. La first daughter ha pensato di risolvere il conflitto di interessi separando se stessa dalla società e affidandola a un trust composto da suo cognato e sua cognata: ma ha mantenuto i suoi interessi finanziari nella florida società (che negli ultimi mesi ha espanso enormemente gli utili). Quante cose ha insegnato Berlusconi al mondo! Però in questi giorni il brand di Ivanka ha annunciato di aver annullato un contratto con la più grossa impresa di abbigliamento giapponese, Sanei, perché ha scoperto che esso era sostenuto dal Governo Giapponese e dalla principale banca pubblica: le denunce della stampa e le questioni sollevate in parlamento sono state decisive.

Ma che aiuto può dare al presidente sua figlia? “Esprimere la sua opinione con assoluto candore”, ha spiegato lei in una delle sue prime interviste. Per esempio, pare che sia stata decisiva nel persuadere Donald a bombardare la Siria, dopo aver visto l’orrore delle conseguenze dell’impiego dei gas chimici. Chi ce lo dice in una intervista è un altro membro della famiglia, il figlio Eric, rimasto a presidiare l’impero del padre (ma la cosa sarebbe confermata dall’ambasciatore britannico). Già, perché i figli di Trump sono tanti, e anche i maschi collaborano a creare una famiglia che compete con i Simpson. Il più bravo è ovviamente Donald Jr.

È lui che in questi giorni occupa le prima pagine dei quotidiani americani, per la questione dei suoi rapporti con l’avvocato russa Natalia Veselnitskaya. Una questione davvero squallida su cui anche i quotidiani italiani hanno ampiamente informato. Si tratta del nuovo episodio della saga Russiagate che prende le mosse dai contatti che Donald Jr. ha intrattenuto con personaggi russi alquanto compromessi (principalmente con Emin, il figlio di Aras Agalarov, multimiliardario russo, insignito da Putin dell’onorificenza più prestigiosa, trait d’union tra Putin e Trump, a quanto dice un tweet dello stesso Trump). Il fulcro della vicenda è un agente pubblicitario inglese, Rob Goldstone, su cui Lombroso avrebbe facilmente espresso un giudizio severo già a prima vista (si veda la presentazione sul New York Times). È lui che mise in contatto, durante la campagna elettorale per le presidenziali, Donald Jr. con l’avvocato russa, che avrebbe dovuto passare informazioni e documenti ufficiali utili ad incriminare Ilary Clinton. Lo scambio di email è alquanto compromettente, soprattutto perché la dice lunga sia sui rapporti tra Trump padre e l’establishment russo, sia soprattutto sulla spregiudicatezza che ha caratterizzato lo staff di Trump durante la campagna elettorale. Lo scambio di messaggi è stato reso pubblico dallo stesso Donald Jr., anticipando di poco la stampa. Basta leggere i primi due messaggi per cogliere il quadro:

Goldstone: …. The Crown prosecutor of Russia met with his [di Emis] father Aras this morning and in their meeting offered to provide the Trump campaign with some official documents and information that would incriminate Hillary and her dealings with Russia and would be very useful to your father.

This is obviously very high level and sensitive information but is part of Russia and its government’s support for Mr. Trump – helped along by Aras and Emin…

I can also send this info to your father via Rhona [la sua assistente personale], but it is ultra sensitive so wanted to send to you first.

Donald Jr.: Thanks Rob I appreciate that. I am on the road at the moment but perhaps I just speak to Emin first. Seems we have some time and if it’s what you say I love it especially later in the summer. Could we do a call first thing next week when I am back?

Quel “I love it” a qualcuno appare la “pistola fumante” che può consentire di avviare la procedura di impeachment, che infatti il rappresentante californiano dei democratici Brad Sherman intende avviare.

Si noti che Junior aveva risolutamente negato qualsiasi rapporto e supporto dei russi durante la campagna elettorale, definendole – in una intervista di tempo fa alla CNN – chiacchiere “disgustose e fasulle… non posso pensare a bugie più grosse”; e che ancora adesso Senior denuncia lo scandalo come “la più grande caccia alle streghe della storia politica”, vantando l’“innocenza” del figlio, la sua trasparenza e presentandolo come “la vittima”: e affermando addirittura in un tweet che i democratici avevano usato la disinformazione di Mosca per influenzare l’elezione presidenziale contro lo stesso Trump!

Ditemi, non sono molto meglio dei Simpson?

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