Quando l’Emerito entra troppo nel merito…

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di Alessandro Mangia

Quando si legge sui giornali che, secondo la Lega Nord, Giorgio Napolitano andrebbe processato  ci possono essere due livelli di lettura.

L’uno è quello dell’invettiva politica, che può servire a scaldare gli animi, raccogliere voti e fidelizzare l’elettorato. Di fronte a questo ci si può stracciare le vesti come hanno fatto tante anime belle, che si sono affrettate ad assumere un registro alto e hanno parlato di imbarbarimento della lotta politica. E, a modo loro hanno anche ragione. Però ci si dovrebbe chiedere come mai il linguaggio da Bar dello Sport sia divenuto il registro comunicativo normale nel dibattito politico e che lo si abbandoni solo quando conviene mostrarsi alti e superiori. Ci sarà pure qualcosa, oltre a Twitter, che ha portato a questa situazione nella comunicazione politica.

Al proposito, vorrei solo ricordare alle stesse anime belle che a parlare non è un presidente in carica; la sua carica è, al massimo, quella di Presidente Emerito de La Repubblica, la quale volentieri gli dà spazio e lo fa parlare per ragioni sue (sue del giornale). E se si ha un po’ di memoria ci si può ricordare che qualche anno fa – non pochi, ma nemmeno troppi – la cosa più gentile che si diceva di un Presidente in carica che parlava troppo era che dovesse farsi visitare da uno bravo. E lo si diceva senza nessuna ironia, ma mostrando semmai preoccupazione per le sorti della Repubblica (e stavolta non sto parlando del quotidiano) per far poi passare l’idea che, in nome della salus rei publicae, meglio sarebbe stato se fosse stato rimosso in qualche modo. (Giorgio Galli – Marina Valcarenghi, Psicanalisi e politica. Francesco Cossiga dalle esternazioni all’esito del voto, LeG, 1992, 203 pp.). E queste cose, ricordiamocelo, venivano quotidianamente dette da esponenti di quel partito nelle cui fila per lungo tempo ha militato il Presidente Emerito.

Però se si esce dalla dimensione del giudizio di pancia – e si fa finta di dimenticare che quell’intervento in Libia per il quale Napolitano adesso sente di doversi giustificare era stato votato anche dalla Lega di allora – e ci si sforza di fare un passo in più si deve ammettere che di fronte all’invettiva ‘Napolitano andrebbe processato’ ci si dovrebbe almeno chiedere per cosa. E perché.

E allora, se ci si pone questa domanda, e si cerca una risposta veloce nell’ultima edizione di un fortunato Manuale universitario (fortunato perché è uno dei pochi che gli studenti riescono a capire e dunque solleva il professore da tutta una serie di incombenze non troppo piacevoli) si legge (p. 278) che ‘Per quanto concerne … la responsabilità giuridica del Presidente della Repubblica, occorre distinguere gli atti posti in essere nell’esercizio delle sue funzioni da quelli che adotta come qualsiasi altro cittadino. Per i primi la Costituzione (art. 90) prevede esclusivamente una responsabilità penale per i reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione. Sicché al di fuori di queste ipotesi estreme il Presidente è giuridicamente irresponsabile e, in relazione a tali fatti, non potrà essere perseguito neppure dopo che è cessato il suo mandato’.

E questo dovrebbe chiudere in premessa il discorso. Dove sarebbero l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione?

Se si ragiona poi che comunque la limitazione di responsabilità sancita dall’art. 90 non si estende agli ‘atti e ai comportamenti non riconducibili all’esercizio delle funzioni presidenziali’ si dovrebbe avere la cortesia di indicare quegli articoli del Codice Penale che fonderebbero una responsabilità del suddetto Presidente Emerito. Il punto è che se ci riferisce alla vicenda dell’avvio delle operazioni militari in Libia nel 2011 è difficile sostenere che ci sia qualcosa non coperto dall’immunità funzionale nel momento in cui il Presidente della Repubblica opera come Presidente del Consiglio Superiore di Difesa. E semmai l’onere di andare oltre e trovare questo qualcosa tocca a chi dice queste cose da Twitter (che è poi la nuova dimensione del Bar Sport).

Il punto, semmai, è un altro. E cioè a che titolo un Presidente Emerito continui, da quando è Emerito, a parlare un giorno sì e l’altro pure di politica, riforme (memorabile la campagna referendaria di un anno), situazione internazionale e qualunque altra cosa gli salti in testa. Se ne parla, e la libertà di parola per il momento è ancora lì nell’art. 21 Cost, ne parla da Senatore a vita.

Ma allora il pensiero corre nostalgico agli ex Presidenti della Prima Repubblica i quali, dopo l’elezione del loro successore, avevano il buon gusto di ritirarsi a vita pressoché privata. E lo facevano non perché fossero persone di natura schiva, ma per tre ottime ragioni. La prima era quella di non interferire, da ex Presidenti, nell’esercizio delle funzioni del Presidente in carica (quello vero, insomma). La seconda era quella di essere consapevoli delle ragioni che avevano spinto il Costituente a collocare gli ex Presidenti nella posizione di Senatore a vita, i quali sapevano di godere per il resto della loro vita di una garanzia post-funzionale e cercavano di non abusarne. La terza che – a seconda dei punti di vista, può essere la più importante – era quella di sapere di non rappresentare più nessuno. E quindi meglio era godersi quel che restava del giorno, scrivere qualche libro di memorie, partecipare alle consultazioni e via dicendo. Non era poco, in fondo.

Si sa che i tempi sono cambiati. Il punto è che se si vuole continuare a stare sul palcoscenico e fare, a modo proprio, politica attiva non ci si deve stupire che, visti i tempi, arrivi qualche invettiva di troppo. Tanto più se nemmeno si viene tirati in ballo, ma si interviene spontaneamente su la Repubblica per dare la propria versione di quella vicenda strana e dolorosa che si è avviata in Libia nel 2011 e da cui si origina, in larga misura, l’attuale crisi dei migranti nel Mediterraneo. E, allora, se si vuole continuare ad essere presenti sullo scenario politico, non ci si può lamentare troppo se poi succedono queste cose.

Tanto più se la versione che si propone è palesemente contraddetta dalle dichiarazioni di tutti gli altri soggetti che hanno preso parte alla vicenda che ha portato all’intervento italiano del 2011. Dichiarazioni che si sono accumulate negli anni e di cui la rete è piena zeppa, visto che ormai, se si ha pazienza, in rete si trova tutto. E i risultati di quella ricerca possono essere esilaranti. Non solo si trovano in rete i ricordi – piuttosto diversi da quelli del Presidente Emerito – degli attori di quell’episodio. Ma si scopre anche che si sapeva benissimo quel che sarebbe successo smontando il regime di Gheddafi, se non altro perché era stato lo stesso Gheddafi a dircelo appena prima della sua fine.

E quella di Gheddafi non era una minaccia troppo originale, visto che nella letteratura politologica si trovano amplissimi riferimenti alle “armi di migrazione di massa” e al loro impiego come strumenti di pressione/coercizione nelle relazioni internazionali (cfr. Kelly Greenhill, Weapons of mass migration, Cornell University Press, 2011). L’importante è che di queste cose non si parli troppo sui giornali e restino confinate là dove se ne deve parlare: e cioè sedi diplomatiche e Accademie militari. Se no, poi non si può più dire che questi sono discorsi da Bar Sport

E allora, se le migrazioni forzate sono classificate da un pezzo nell’ambito degli strumenti di guerra non convenzionali, è così oltraggioso avere opinioni diverse da quelle manifestate dal Presidente Emerito nella sua auto-intervista, quando ci dice che nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo nel Mediterraneo? E magari scoppiare a ridere? Mi viene da pensare che in fondo questo atteggiamento venga solo da un modo diverso (diverso rispetto ai suoi predecessori) di intendere il proprio ruolo che non si fonda su nulla, se non sulla autorappresentazione che si ha di sé.

In fondo è solo in questo – e cioè nella autorappresentazione che si ha di sé – che sta la differenza tra un Senatore a vita e un Presidente Emerito.

 

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