Il “contratto di governo”: le procedure vengono prima dei contenuti

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di Roberto Bin
Se davvero, come mi ero augurato (vedi da ultimo l’articolo del 23 aprile), si apre uno spiraglio per la stesura di un “contratto di governo” tra M5S e il PD, mi sembra necessario partire anzitutto da alcune regole di procedura, prima ancora di iniziare a delineare i punti programmatici attorno ai quali stendere il contratto.

Ciò è tanto più necessario in quanto in Italia si tratta della prima sperimentazione del genere: mai prima d’ora due forze politiche diverse hanno pensato che si potesse stendere un accordo limitato, circostanziato, scritto e reso pubblico prima di avviare un’esperienza di governo in comune. Le vicende tedesche, che hanno portato alla formazione del IV Governo Merkel il 14 marzo 2018, sono state una chiara fonte d’ispirazione, un modello da seguire per costituire una maggioranza formata da due partiti che si erano pur duramente combattuti durante la campagna elettorale. Perché il problema è proprio questo: come si fa ad uscire da una elezione in cui due forze politiche si sono dette reciprocamente di tutti i colori – in cui una ha avuto un notevole successo, ma non ha conseguito la maggioranza assoluta dei consensi, e l’altra è stata sonoramente sconfitta, ma non è stata annientata – cercando di raggiungere un accordo limitato ma garantito su cui reggere un Governo?

Semplice, concordando anzitutto qualche regola di procedura.

I. La polemica c’è stata e pure molto dura: come spesso capita in Italia, sono volati insulti e accuse pesanti. Non è necessario fare la pace e ottenere le scuse reciproche. Le due forze politiche sono ed è bene che restino diverse, anche opposte nei loro obiettivi ultimi. Questi non si realizzeranno in questa legislatura: sarebbe un miracolo che, in fondo, nessuno neppure vorrebbe si realizzasse. Continuino pure a detestarsi, l’importante è che accettino di individuare un percorso limitato da fare insieme senza continuare ad insultarsi o pretendere le scuse per gli insulti scambiati in passato.

II. Nessuno può porre condizioni pregiudiziali, se non quella di sospendere il cannoneggiamento. Il cessate il fuoco va proclamato, ma non si può pretendere che vengano destituiti i capi degli opposti schieramenti per iniziare la trattativa. Fuor di metafora, questo significa che il PD non può pensare di porre la condizione che alla guida del Governo non ci sia Di Maio. Questa sarebbe una condizione inaccettabile, che impedirebbe di avviare una seria trattativa. Ogni schieramento dirà quali saranno gli esponenti abilitati alla trattativa e alla formazione del Governo, senza pretendere sacrifici “d’immagine” da parte dell’altro schieramento. Il che significa che, se il PD decidesse che la sua rappresentanza nel nuovo Governo sarà guidata da Renzi, il M5S nulla dovrebbe obbiettare.

III. Ogni schieramento dovrebbe indicare con chiarezza, ma anche con una certa moderazione, quali sono gli obiettivi programmatici che gli sembrano prioritari o irrinunciabili. Ci vuole moderazione, perché non è immaginabile che una parte imponga all’altra l’intero suo programma elettorale, ma neppure che rigetti in toto quello dell’altra. Occorreranno settimane, come del resto è accaduto in Germania. Per esempio, nel programma comune non potrà entrare la locuzione «reddito di cittadinanza», grido di battaglia del M5S in campagna elettorale, né la locuzione «reddito d’inclusione», vanto del Governo a trazione PD: la bandiera di partito non potrà essere issata sul contratto di Governo. Nessuno sa bene quale sia l’esatta differenza tra i due “redditi”, sia chiaro, per cui non credo sia difficile trovare una via mediana che affronti seriamente il problema drammatico della povertà senza che sia ascritto a vittoria unilaterale di uno dei due schieramenti.

IV. Le persone contano. Per la formazione del Governo i due partiti dovranno designare esponenti di primo livello, non le seconde o terze linee, in modo che i leader non perdano la faccia e siano liberi di criticare ogni passo fatto dal nuovo Governo. Credo che il PD potrebbe anche accontentarsi di chiedere i ministeri più “visibili” in sede europea (finanze e esteri, dunque), anche perché il Governo nella sua interezza acquisirebbe così credito e autorevolezza. Ma dovrebbe essere individuata una struttura dentro al Governo che funzioni da cabina di regia “bipartitica” per l’attuazione del programma. Ai tempi di Craxi si inventò il “Consiglio di gabinetto” per questo compito: non ne abbiamo un bel ricordo, ma l’organo è rimasto nella legge (art. 6 della legge 400/1988). Non piace? Lo capisco, ma qualcuno si deve preoccupare di mantenere sotto controllo il rispetto dei patti, la realizzazione del programma, il suo eventuale allargamento a punti nuovi che lo richiedano, e non può che essere una struttura paritetica.

V. Ognuno dei due partiti deve presentarsi alla stipula dell’accordo consegnando all’altro le credenziali che assicurino la compattezza del proprio schieramento. Questo non è facile per il PD, ma neppure per il M5S. È però indispensabile e comporta che entrambi gli schieramenti raggiungano un accordo interno utilizzando le vie che prevedono i loro rispettivi Statuti. Anche del “centralismo democratico” molti non hanno un buon ricordo (anche se non è stata solo la regola che si applicava nella Unione sovietica e nei partiti comunisti, perché si applica nelle decisioni di tutti i nostri organi giudiziari collegiali, in primo luogo nella Corte costituzionale), ma che i partiti italiani non rispettino la precondizione della democrazia, ossia il principio di maggioranza, mina dalle basi tutta la costruzione del nostro sistema democratico: il dissenso interno deve restare interno e non inclinare le decisioni assunte dal partito a maggioranza.

Volendo sintetizzare queste regole in un unico comandamento, si potrebbe invocare un principio che sta alla base di un sistema costituzionale pluralista e pluricentrico, il principio di leale collaborazione. Collaborano soggetti che non sono identici, che sono e vogliono essere diversi ma convergono su alcuni obiettivi; e collaborano lealmente se perseguono gli obiettivi concordati senza cercare di ingannare l’altro, danneggiarlo, impedirgli di svolgere la propria funzione, denigrandone il comportamento e cospargendo di trabocchetti il percorso comune. Secondo lo stile della politica italiana, purtroppo, stile che sarebbe bello fosse per una volta messo da parte.

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2 commenti su “Il “contratto di governo”: le procedure vengono prima dei contenuti”

  1. Aiuto! Qua si muore di procedure, anzi di liturgia e di spettacolo politico, e il prof. Bin – una settimana dopo l’autocertificazione della propria utilità del prof. Della Cananeo a La7.Omnibus – continua a vedere proprio nelle procedure la chiave per uscire dallo stallo politico creatosi dopo le elezioni del 4 marzo. La Costituzione saggiamente prevede l’opposto, la nomina del Presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica SENZA limitare tale iniziativa o prerogativa con condizioni procedurali, a prescindere dal voto di fiducia in Parlamento. Con una legge proporzionale i gruppi parlamentari (piuttosto che i partiti!) devono ovviamente confrontarsi per trovare un compromesso di coalizione. Se durante la campagna elettorale l’hanno sparata troppo grossa (#1), devono fare mea culpa, correndo meritatamente il rischio di perdervi la faccia. Non capisco quale procedura possa portare a questo risultato. Anche il riferimento al modello tedesco dell’attuale legislatura è fuorviante; si tratta di una prassi consolidata nel tempo per confrontarsi, definire obiettivi condivisi e formalizzare l’intesa per renderla pubblica e quindi impegnare la maggioranza davanti all’elettorato. Non capisco perché dovrebbe essere vietato a un gruppo di porre pregiudiziali (#2), basta che siano chiare e pubbliche: non governare (per il M5s) con un pluri-condannato per reati contro le fede pubblica o non rinunciare (per il PD) alle leggi più salienti approvate durante la precedente legislatura mi sembrano pregiudiziali più che condivisibili. Le persone, è vero, contano (#4), ma anche quelle da escludere, quelle politicamente o addirittura giudiziariamente auto-eliminate. La richiesta di approvazione dell’accordo da parte della base di un partito (#5) è un’aberrazione inutile (anche in Germania) che segnala soprattutto la debolezza della dirigenza del partito in questione e configura un’interpretazione discutibile della rappresentanza politica – che è nazionale, non di partito. L’unico modo per uscire dallo stallo sarebbe di ripristinare i principi costituzionali del gioco istituzionale: la responsabilità individuale della rappresentanza, la soppressione dei veti incrociati per ragioni personali e del condizionamento esterno e improprio della politica attraverso il potere occulto fondato sulle liste bloccate. Difendo quest’analisi da anni, ultimamente su Lavoce.it. Dal 2005 ogni nuova legge elettorale purtroppo conferma e peggiora le restrizioni alle libertà e responsabilità politiche fondamentali.

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