“Ciò che il popolo vuole”: i pericoli del linguaggio “senza peli sulla lingua”

Print Friendly, PDF & Email

di Antonio D’Andrea

Le invettive verbali consumate attraverso vari strumenti tra i quali primeggia il web, gli attacchi personali e l’irrisione dell’interlocutore non allineato in occasione della partecipazione a dibattiti pubblici (che sempre più interessano – fatta salva la claque da riporto – i soli “guardoni” delle risse mediatiche), il gusto compiaciuto per l’allusione malevola diretta anche nei confronti di chi non è posto in grado di replicare, rappresentano purtroppo, nel loro insieme, tecniche comunicative praticate disinvoltamente da chi riviste un preminente ruolo istituzionale (l’antesignano può forse considerarsi verso la fine del suo settennato il Presidente Cossiga che molti “guasti” ha inferto al tessuto costituzionale). Ciò costituisce, al netto dei problemi reali, un segnale preoccupante per lo stato in cui versa la nostra democrazia che si avvale sorprendentemente di una influente classe dirigente che ricorre senza imbarazzi all’invettiva con la quale copre una certa rozzezza argomentativa nel sostenere quel poco di intellegibile che dice.

A ciò si aggiunga come anche nelle sedi istituzionali, a cominciare dalle aule parlamentari, laddove dovrebbe svolgersi il più alto confronto dialettico tra le forze politiche e coloro i quali rappresentano il corpo elettorale, è spesso predominante, a torto o a ragione, la gazzarra e la demonizzazione dell’avversario che si ha di fronte. Ed è superfluo ricordare come da circa una ventina di anni lo stesso terreno costituzionale si sia trasformato in un’arena infuocata dove regolare i conti tra maggioranza e opposizione così da provare ad introdurre modificazioni delle “regole del gioco” volute solo da chi si trova a fruire della maggioranza parlamentare e talvolta, come accaduto nella passata legislatura, avendo la piena consapevolezza di non averla legittimamente ottenuta.

Ma perché si utilizza senza imbarazzo questa tipologia di confronto politico-parlamentare che sino a qualche tempo fa era prerogativa di alcuni selezionati polemisti di professione collocati in buona sostanza ai bordi delle nostre Istituzioni? La risposta la danno con ostentato compiacimento molti dei diretti interessati: è questo il tempo – si afferma – del “parlare chiaro e senza peli sulla lingua” alla “gente che ci sta ascoltando da casa” e di veicolare messaggi concreti affinché “da casa” si possa avere la sensazione che i problemi – provocati da altri – che affliggono le nostre grame esistenze verranno finalmente affrontati con la necessaria decisione (per intanto verbale) e magari incanalati verso una nuova più promettente direzione! Il che andrebbe, di volta in volta, prima spiegato da chi riveste rilevanti ruoli istituzionali specie se di governo e poi verificato sebbene la perseguita estrema banalizzazione di tutto ciò che è “tecnico” – dunque di per sé incomprensibile ai più – sembra proprio incontrare il favorevole riscontro se non altro di una buona parte dell’elettorato che, pur calando sensibilmente in termini assoluti, è orientato a sostenere, non solo in Italia, forze politiche che vengono definite populiste, cioè in linea con il “sentire comune”. Naturalmente occorrerebbe domandarsi poiché il “sentire comune” si è ridotto ad essere nell’Occidente democratico quello che è sotto gli occhi di tutti, ma questo sarebbe un altro discorso da affrontare certamente con pacatezza e tanta umiltà. Pur nello spaesato contesto sociale e politico che ci tocca di vivere e che non risparmia neppure democrazie ben più solide di quella nostrana, il punto che tuttavia vorrei toccare è come si possa fatalmente scivolare dalla semplice “cattiva educazione” istituzionale – della quale ci si bea persino proprio perché si è confortati dall’apprezzamento elettorale – al disinvolto e più grave travisamento delle stesse regole costituzionali.

Tra i tanti episodi recenti nei quali si mischiano cadute di stile di questo o quel leader e un’approssimativa lettura del dettato costituzionale che pure si professa di rispettare e anzi di promuovere sono due quelli che vorrei velocemente richiamare. Si tratta, a mio avviso, di segnalare, in entrambi i casi, episodi che hanno visto protagonisti rispettivamente l’on. Di Maio e il sen. Salvini, vale a dire coloro i quali, forti di una indiscutibile affermazione elettorale, sono riusciti nell’intento di dare vita alla coalizione di governo che attualmente guida il Paese assumendo, sia l’uno sia l’altro,  la carica di vice Presidente del Consiglio (oltre che la diretta responsabilità di rilevanti dicasteri). In realtà quello che, in tempi diversi e in relazione a vicende differenti, ciascuno dei due ha detto, minacciato di fare e anche compiuto si è anche tradotto quantomeno nella sottovalutazione (se non disattenzione) delle vigenti regole costituzionali.

Il primo: come avrebbe potuto il leader del M5S (già vice Presidente della Camera nella trascorsa legislatura) pensare di chiedere legittimamente senza mezzi termini e anzi con una foga inusitata, almeno per lui, addirittura intervenendo in una diretta televisiva, la messa in stato di accusa del Presidente Mattarella facendosi promotore sguaiato di una manifestazione alternativa a quella ufficiale in occasione della festa della Repubblica, solo a seguito di una certo opinabile scelta del Capo dello Stato quale quella di non procedere alla nomina  di un ministro “prendere o lasciare” sottoposta alla previa attenzione di Mattarella dall’allora Presidente incaricato?

Il secondo: come ha potuto il ministro dell’interno in carica “comiziare” energicamente in qualità di leader della Lega in favore di questo o quel candidato su e giù per la Penisola dimenticando il suo fondamentale ruolo ministeriale di garante della regolarità della tornata elettorale amministrativa celebrata subito dopo l’insediamento del Governo del quale era appena entrato a fare parte?

Non bisogna, a mio avviso, minimizzare troppo episodi simili a quelli descritti perché se arroganza e maleducazione costituiscono aspetti sgradevoli da deplorare in ogni caso se provengono da chi rappresenta le Istituzioni al massimo livello, spingersi da parte di questi ultimi sino a scavalcare (o provare a farlo, è lo stesso) il limite costituzionale del proprio agire e farlo con accenti forti nella certezza di “spaccare” vieppiù la comunità politica, è il segno irresponsabile di una scarsa consapevolezza democratica che occorre contrastare con nettezza senza guardare al crescente apprezzamento di questo o quel leader e a prescindere dalla sua sintonia con la “maggioranza” del Paese.

Questo almeno è quello che spetta di fare ai costituzionalisti se hanno occhi per vedere ed orecchie per intendere.

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: