Chiudere i negozi la domenica? Conseguenze su cui converrebbe riflettere prima di decidere

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di Ilaro Ghiselli*

La chiusura nel giorno della domenica delle attività commerciali sembra uscita, da alcune settimane, dalle cronache dei giornali e sfumata dalle attenzioni dei nostri governanti. Sappiamo invece che il tema è ancora molto aperto e che la Commissione Parlamentare di riferimento sta per iniziare a discutere i diversi progetti di legge presentati.

Provo a riassumere quanto è emerso dal dibattito e dagli approfondimenti sviluppatosi attorno a questo tema, ai suoi punti salienti, e concluderò con alcune proposte.

  1. L’apertura delle attività commerciali la domenica e nei giorni festivi risulta essere gradita ed utilizzata dalla maggioranza dei consumatori italiani: sondaggi e ricerche di mercato hanno evidenziato che è del 58% l’indice di gradimento delle aperture domenicali da parte dei consumatori e questo gradimento si traduce nella evidenza dei dati di vendita: nella classifica settimanale del peso delle vendite per giornata, la domenica risulta essere il secondo giorno per fatturato della settimana. Occorre inoltre ricordare che, al fine di venire incontro alle esigenze di acquisto di beni in particolari settori merceologici, è consentita da decenni la apertura domenicale delle attività commerciali: es. le attività specialistiche o prevalenti nella vendita di mobili, libri e dischi, fiori, ecc.
  1. L’impatto che la eventuale chiusura delle attività commerciali la domenica avrà sulla occupazione nel settore sarà forte e devastante: le stime più ottimistiche parlano di una riduzione degli occupati nel settore di oltre 40.000 occupati, le più pessimistiche arrivano a 56.000, senza considerare il calo degli occupati nei settori dell’indotto.
  1. Sono estremamente rilevanti le motivazioni che sostengono che la chiusura delle attività commerciali la domenica sarebbe fortemente lesiva del diritto di libertà dei consumatori, delle famiglie (da tempo ormai abituate ad usufruire dei diversi servizi delle attività commerciali con la migliore compatibilità rispetto ai loro stili di vita): sono infatti i consumatori e le famiglie i primi a trarre soddisfazione dal principio di libero mercato e di utilità sociale del settore commerciale.
  1. La chiusura delle attività commerciali la domenica produrrebbe poi gravi perdite di libertà per i cittadini nella scelta delle opportunità di lavoro, in quanto ridurrebbe sia l’occupazione complessiva nel settore, sia il reddito medio degli occupati, sia la libertà di potersi organizzare il proprio tempo di lavoro con altre esigenze di vita (es. giovani, studenti, ecc.).

Il lavoro domenicale e nelle giornate di festive è regolamentato dai contratti di categoria e dagli integrativi aziendali che prevedono, nella loro totalità, maggiorazioni significative (30%) del salario per il lavoro domenicale e maggiorazioni ancora più alte per il lavoro nelle festività (100%); inoltre, in essi viene regolamentata la volontarietà e la rotazione tra i collaboratori nei turni di impiego festivo. La riduzione degli orari di lavoro a copertura delle attività negli esercizi commerciali si tradurrà inevitabilmente in un minor fabbisogno di mano d’opera (riduzione dell’occupazione) ed in una riduzione della busta paga (non ci saranno le poste di salario legate al lavoro svolto con maggiorazioni salariali).

L’esigenza di tutelare i lavoratori dai turni pesanti imposti dal lavoro domenicale, più volte richiamata tra le motivazioni dei proponenti il provvedimento, potrebbe essere meglio soddisfatta attraverso un più efficace uso della negoziazione aziendale e territoriale, avvicinando sempre di più il controllo delle applicazioni ad aree più giuste e omogenee di attività, di territorio e di tipologia commerciale. L’esigenza di avere omogeneità nelle misure e nella determinazione dei provvedimenti è per altro richiesta al fine di garantire una normativa equa e rispettosa del principio di tutela della concorrenza, della utilità sociale del settore commerciale e della libertà di impresa, e per questa ragione indico alcune osservazioni a favore o contro i diversi punti di proposta toccati dal dibattito e contenuti nel progetto di legge:

  1. Riconoscimento delle festività di chiusura obbligatoria: c’è chi parla di 8 e chi di 12 giornate di chiusura obbligatoria per tutte le attività commerciali. Risulta vero che queste festività di calendario, che comprendono festività nazionali sia religiose che civili, seppur riconosciute dalla legge, riprese nei contratti di lavoro e disciplinate dalle norme e dalle ordinanze ammnistrative locali, non sono state sempre rispettate nella loro applicazione e che il sistema sia di controllo che sanzionatorio si è dimostrato lacunoso. Credo che si debba arrivare ad avere una definizione condivisa del numero delle festività nazionali di chiusura obbligatoria (propongo ad esempio il superamento per legge della chiusura obbligatoria delle attività commerciali nella giornata del Santo Patrono, prevista dalle leggi attuali e dai contratti nazionali, ma poi sempre derogata dalle ordinanze degli amministratori locali), definendo bene che le attività commerciali devono essere obbligatoriamente chiuse in queste giornate (ad esempio: sia  nei giorni di Natale e Santo Stefano, sia il Primo giorno dell’anno, sia a Pasqua e Pasquetta, ma anche il 25 Aprile, il Primo di Maggio e il 2 di Giugno, ecc.).
  1. La proposta di consentire l’apertura domenicale solo nei comuni turistici appare essere vaga, forviante e lacunosa del rispetto dei principi di libertà di impresa e di libera concorrenza. Cosa sono le località turistiche? Sono le località balneari, montane o lacustri ed i molteplici luoghi d’arte e cultura che hanno la potenzialità di attrarre ingenti quantità di “turisti-consumatori” da altre località, paesi e città, nelle giornate festive. Allora se così è perché outlet o centri commerciali che stanno nei comuni limitrofi a confine con queste località, ma non classificati come comuni turistici, ma comunque capaci di attrarre ingenti, se non a volte superiori quantità di “consumatori”, dovrebbero restare chiusi? Credo che la norma per le aperture in località turistica non abbia grandi basi di sostenibilità nella attuale dinamica realtà, e debba essere limitata alla possibilità di apertura in alcune delle giornate comprese nel Calendario delle Festività Nazionali, nel rispetto e per assecondare la stagionalità dei flussi turistici stessi.
  1. La proposta di consentire l’apertura domenicale a rotazione tra gli esercizi nel mese è altrettanto forviante e distorsiva, ed evidenzia una scarsa se non nulla conoscenza dello stato di sviluppo imprenditoriale e manageriale delle imprese distributive, sia del settore alimentare che non alimentare. Prima di tutto mi preme osservare la difficile definizione dei criteri di rotazione, nelle diverse settimane del mese, tra gli esercizi di un certo territorio: il peso delle vendite per settimana è molto diverso tra la seconda settimana del mese (settimana dello stipendio) e l’ultima settimana del mese (periodo di risparmio di spesa, più o meno forzato). Il criterio della rotazione potrebbe favorire quindi, in termini di maggiore fatturato acquisibile ed acquisito, chi nello sviluppo del piano di rotazione riuscisse ad avere, nell’arco di un esercizio, più seconde settimane rispetto ad altri.
  2. C’è inoltre da chiedersi che fine faranno le attività di marketing e fidelizzazione che tutte le imprese distributive hanno da tempo intrapreso per migliorare la loro politica di relazione con i clienti acquisiti o potenziali, attività che assorbono investimenti consistenti e nate prima di tutto per contenere lo sviluppo dell’e-commerce e delle vendite online, ma anche per affermare una propria identità ed una propria scala di valori differenzianti rispetto ai concorrenti. Queste attività volte a dare maggiore valore alla relazione con i consumatori-clienti, che si articolano nell’offerta di maggiore qualità, di servizio personalizzato, di promozioni ed iniziative riservate e segmentate per stili ed esigenze di consumo, con piani per fasce di età, che premia la fedeltà per creare una forte identità e relazione, che fine farà se poi le imprese saranno costrette a lasciare (o sarebbe meglio dire cedere) i loro clienti ai concorrenti più o meno vicini per 3 festività su 4?

Ed i consumatori come reagiranno? Abituati a seguire un certo criterio di selezione, ricercare una certa qualità fatta attraverso l’esperienza ed una selezione d’offerta che di convenienza, come potranno orientarsi trovandosi a dover acquistare su diversi esercizi rispetto a quelli da loro selezionati? Di certo chi trarrà vantaggio in maniera significativa da questi potenziali blocchi sarà chi opera nel settore dell’e-commerce e delle vendite online, operatori che potranno fornire il loro catalogo e la loro proposta in modo continuativo, in qualunque orario ed in qualunque giorno, a clienti che saranno stimolati a entrare e ad utilizzare questo canale perché insoddisfatti dalla chiusura e dalla indisponibile offerta della rete commerciale a loro vicina.

Una ultima considerazione sugli aspetti economici più generali: le prevedibili riduzioni dei fatturati delle imprese commerciali si rifletteranno inevitabilmente sulla sostenibilità degli investimenti e dei rendimenti finanziari nel settore commerciale. I canoni di affitto ed il rendimento finanziario degli investimenti negli immobili commerciali potrebbe avere una contrazione percentuale che si può stimare potrebbe essere analoga alla riduzione percentuale degli occupati nel settore: anche questa previsione non favorisce  la continuità di una tendenza, che si era manifestata in questi ultimi due anni, dell’arrivo di capitali stranieri interessati ad investimenti nel nostro paese.

* Consulente per decisioni strategiche

Un commento su “Chiudere i negozi la domenica? Conseguenze su cui converrebbe riflettere prima di decidere

  1. Complicare le cose con provedimenti lineari di massa produce effetti sfavorevoli sugli individui che si trovano lontano da baricentro, é un metodo clamoramente sbagliato: si infastidisce la maggioranza e si beneficia una minoranza in virtú di non si sa qualche principio se non il desiderio di «comandare» tutti da un unico punto. Molto piú pratico é semplificare e lasciare che i diretti intersati trovino il miglior punto di equilibrio entro uno schema relativamente semplice di principi di equitá generale. Tentare di risolvere, a livello nazionale, ogni singola fattispecie costa enormemente di piú dei benefici, brucia risorse, e implica tempi talmente lunghi che nel fratempo cambia tutto. In questi casi gli interessi in gioco non sono quasi mai quelli dei Cittadini, ma quelli dei poteri che desiderano dare evidenza di esistere e di essere essenziali al funzionamento della societá. Meglio lasciare che siano gli interessati a scegliere possibilmente evitando i costosi e lenti intermediari.

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